Si chiama potere di acquisto e non è un caso perché attraverso questo si può esercitare un’importante leva verso le imprese. In quest’ottica non solo le imprese devono guardare alla sostenibilità oltre agli utili trattando i propri consumatori con rispetto, coerenza e trasparenza. Anche i consumatori sono attori di questo scenario per cui sempre più devono compiere scelte consapevoli.
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del rischio Greenwashing
In questa intervista, Furio Truzzi, presidente di Consumers’ Forum, ci racconta la nuova marcia del Manifesto della sostenibilità consumerista: un progetto ambizioso (rilanciato insieme al Comitato Scientifico guidato da Mario Piunti) che punta dritto a Bruxelles per combattere non solo il greenwashing, ma anche il “consumer washing”.

Presidente Truzzi, da dove nasce l’idea di mettere al centro il valore consumerista dell’impresa, anticipando i tempi della rendicontazione sociale?
L’idea nasce in un periodo in cui di rendicontazione sociale si parlava ancora pochissimo. Eppure, avvertivamo tra le imprese un forte interesse a dimostrare che il proprio valore non risiedeva unicamente nel profitto, ma anche nella dimensione sociale, a partire dal benessere dei propri dipendenti. In questo scenario, però, i consumatori rischiavano di rimanere una sorta di Cenerentola del mercato.
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La nostra intuizione è stata ribaltare questa dinamica: un’impresa è davvero una “buona impresa” se fa utili (e non perdite), se rispetta l’ambiente, se tratta bene i lavoratori e se, finalmente, tratta i consumatori con rispetto, coerenza e trasparenza. Abbiamo codificato questi principi in un Manifesto. Una grande società energetica ha subito sottoscritto l’impegno, assumendo il valore consumerista come perno della propria rendicontazione. Da luglio 2024 abbiamo ripreso questa lunga marcia per tradurre il Manifesto della sostenibilità consumerista in azioni concrete. Il nostro obiettivo strategico è portarlo a Bruxelles, affinché possa integrarsi con le nuove direttive europee contro il greenwashing e il social washing.
A proposito di sanzioni e trasparenza, quali sono i nuovi rischi che individuate nel mercato odierno?
Oggi la sfida si sposta sulla gestione dei dati e sulla tutela effettiva. Dobbiamo chiederci: come vengono trattati i dati dei cittadini? Se un consumatore subisce un danno, in che modo può ottenere un risarcimento rapido ed equo? Oltre al greenwashing e al socialwashing oggi dobbiamo combattere il consumer washing: facciate di finto rispetto del cliente che nascondono pratiche commerciali scorrette o opache. Non basta più la gestione del reclamo o la risoluzione del conflitto a valle; serve una certificazione trasparente a monte. Con l’attuale normativa europea non basta più “dichiarare”, bisogna dimostrare e certificare. La dimensione consumerista deve diventare un pilastro fondamentale di questa verifica.
Lei parla spesso del fatto che la transizione non dipenda solo dalle aziende. Qual è il ruolo del consumatore in questo ecosistema?
Serve una proattività bilaterale. Non possiamo pretendere aziende sostenibili se il consumatore adotta un approccio puramente “consumista”. Il consumatore deve essere un attore attivo. Pensiamo all’agroalimentare: gli italiani sono tra i più attenti al mondo, ma possono fare ancora di più concorrendo con segnalazioni, informazioni e auto-formazione. O pensiamo al settore energetico: cosa c’è di più sostenibile di una Comunità Energetica Rinnovabile (CER)?
Il consumatore ha un potere enorme: il potere del non-acquisto. Per esercitarlo serve però un aggiornamento normativo, legislativo e culturale, che parta dall’Agenda 2030 e dalla Carta delle Nazioni Unite, ma che si cali nella realtà quotidiana del mercato.
In che modo le nuove tecnologie e l’Intelligenza Artificiale possono aiutare la sostenibilità consumerista?
La sostenibilità consumerista va aggiornata con le nuove tecnologie. La mia ambizione è formulare presto un protocollo che dia vita a strumenti digitali partecipativi (un modello simile all’app Waze n.d.r) dove siano i consumatori stessi a segnalare in tempo reale cosa funziona e cosa no sul mercato. Misurare scientificamente la capacità di azione della sostenibilità consumerista è la chiave per farla crescere. È uno dei grandi temi che abbiamo sul tavolo per renderla pienamente operativa.
C’è un focus particolare che state dedicando alle nuove generazioni e all’impatto della tecnologia sulla salute?
Sì, stiamo studiando con molta attenzione l’aspetto dell’assuefazione tecnologica nei giovani. Vogliamo sviluppare strumenti per la “disintossicazione digitale”. Essere sostenibili, in ambito tecnologico, significa essere dominatori della tecnologia e non dominati da essa. C’è anche un forte ritardo socio-sanitario da colmare, che riguarda l’impatto dell’Intelligenza Artificiale su patologie emergenti e sul benessere psicofisico, un tema che non possiamo più ignorare.
Per concludere: insieme al professor Mario Piunti e al vostro Comitato Scientifico avete deciso di “togliere dallo scaffale” questo progetto e rimetterlo in moto. Come intendete aprire il dialogo con gli stakeholder?
Abbiamo capito che i tempi sono maturi: la sostenibilità o include il consumatore o è incompleta. Con il Comitato Scientifico guidato da Mario Piunti abbiamo riaperto il cantiere. Il dialogo con gli stakeholder — imprese, istituzioni, associazioni — si apre dimostrando la convenienza reciproca. Alle aziende proponiamo una metrica chiara per misurare la propria fedeltà ai consumatori; alle istituzioni offriamo un alleato per l’applicazione delle direttive UE; ai cittadini diamo il potere di cambiare il mercato. È il momento di passare dalle parole ai protocolli operativi.
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Agnese Cecchini
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