«Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili»: la nuova Enciclica di Papa Leone sulla società tecnologico-digitale
Markus Krienke
vignetta di Ugo Tognola
Specialmente quando si tratta della nuova “condizione tecnologica” della società (in questo senso, Leone XIV ha presentato, questo lunedì, un’enciclica non sull’IA, ma sulla vita sociale ai tempi dell’IA), è importante precisare che la “Dottrina sociale della Chiesa” non è un insegnamento che la Chiesa si permetterebbe di impartire sulle nuove tecnologie, bensì un’interpretazione dell’umanità con una decisa presa di posizione per essa e contro i poteri che la denigrano. Siamo, infatti, nel momento storico in cui la dignità umana – acclamata nella sua magnificenza oltre-tecnologica – viene minacciata dal transumanesimo ideologico (che sta dietro le grandi aziende del Big Tech) e dalla cultura transumana che si sta diffondendo di fatto nella nostra società man mano che perdiamo lo sguardo concreto ed empatico per l’altro.
Che cos’è il transumanesimo? La stessa enciclica lo definisce come «superamento dell’umano», che avvalendosi dei mezzi illimitati della tecnologia nega «i limiti della condizione umana» (115-116), dati dalla natura biologica, cioè dalla nostra esistenza corporea. In ogni caso, l’essenza della tecnica è sempre l’oltrepassamento dei limiti. Con l’IA, però, nemmeno il nostro “conoscere”, “decidere”, “pianificare” sembra avere dei limiti, ma a ben vedere, dove non c’è la consapevolezza del limite, non c’è l’incontro con se stessi e con l’altro. L’illimitatezza rende irrilevante il bisogno che abbiamo degli altri, cioè di ricercare insieme la verità, di trovare insieme le soluzioni, di sopportare insieme i dolori e le sfide.
La minaccia è duplice, se così si può comprendere l’enciclica: da un lato è il nostro utilizzo delle nuove tecnologie che ci fa perdere dimensioni importanti della nostra umanità – come il rapporto alla nostra interiorità e agli altri – in quanto perdiamo ogni riferimento positivo con i limiti della nostra corporeità. Dall’altro lato sono i grandi poteri tecno-economici a realizzare un’idea di ordine sociale non più basato sull’idea di dignità umana, ma di realizzazione del loro dominio. Sono due dinamiche che si condizionano e rafforzano contemporaneamente. Probabilmente il pericolo individuato dall’enciclica sta proprio nel fatto del reciproco condizionarsi delle due tendenze che concentrano sempre più potere e ricchezza «nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso» (67). Per questo, tali «pochi» alimentano la «sindrome di Babele», ossia «l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni» (10).
Contro queste offese dell’uguale dignità incondizionata di ogni persona, il messaggio di Papa Leone è molto chiaro: «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (118). Solo grazie a tale consapevolezza si può riguadagnare la considerazione del valore di ogni singolo nella sua realizzazione concreta, cioè nei suoi limiti e difetti: «[s]ono le persone concrete che contano, ciascuna di loro e le loro famiglie» (58). Solo coltivando la finitudine, il riconoscimento dell’altro e lo spazio nel quale si crea la cultura, si riesce a «custodire il diritto alla speranza» di tutti (81). Inoltre, e su questo aspetto l’enciclica insiste particolarmente, la persona si difende soprattutto difendendo il lavoro che è un suo «bene fondamentale» (37). Tali dimensioni umane si possono garantire solo insistendo sul fatto che le intelligenze artificiali «[n]on hanno […] una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze» (99). In tutte queste dimensioni l’essere umano è, in altre parole, insostituibile e chiamato a realizzare la sua “Magnifica Humanitas”: lo stesso aggettivo indica, infatti, una sua caratteristica né statisticamente computabile né algoritmicamente programmabile.
Per proteggerla, si chiedono esplicitamente «criteri chiari e controlli effettivi» (108), perché «[d]isarmare [l’IA] non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita» (110). C’è dunque l’appello urgente ad un utilizzo consapevole e critico delle nuove tecnologie, per cui l’intenzione dell’enciclica certamente non è quello di «demonizzare né idolatrare gli strumenti, ma di governarli» (137). Tuttavia, manca una prospettiva più positiva che vede le potenzialità costruttive delle nuove tecnologie per un “nuovo umanesimo”, cioè che almeno indichi che esse possano aprire nuove prospettive per la democrazia, il mercato del lavoro, i rapporti interpersonali. Troppo minaccioso sembra «il paradosso di progresso materiale e regressione antropologica, in cui verrebbero meno le condizioni per una pace sociale giusta e stabile» (154), che in vari modi e riformulazioni viene indicato ripetutamente nell’enciclica.
Un tratto peculiare di questo documento consiste senz’altro nell’insistere sull’aspetto comunitario del messaggio cristiano: infatti si spiega il significato della “Dottrina sociale” essere «non un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario» (27), intendendo la comunità cattolica come immediatamente coinvolta da questo pronunciamento magisteriale, ma anche come estendendosi a tutti quanti si lasciano coinvolgere in questa interpretazione e nel compito di realizzare la comune umanità di fronte alla sfida della tecnologia. A proposito della comunità: Papa Leone formula per la prima volta in un’enciclica sociale la pretesa che i principi che la Chiesa applica alla società civile, valgano anche per se stessa. Essi sono quindi il suo «esame di coscienza» (86), ed esplicitamente si menziona due volte che ciò significa smascherare e affrontare in maniera credibile e senza compromessi i casi di abuso all’interno di essa (89, 138).
Particolarmente interessante risulta la dimensione politica di quest’enciclica – sebbene non apra tante prospettive concrete (cioè strategie o programmi) per come innescare azioni sociali al fine di affrontare la sfida delle nuove tecnologie, indica però in modo chiaro e decisivo il cristianesimo come forza culturale a contrastarne le minacce all’umanità tramite un posizionamento decisamente geopolitico della Chiesa. Questo aspetto si manifesta in un duplice modo: primo, nell’affermazione che nelle dinamiche d’esclusione che si realizzano con le nuove tecnologie non solo viene diminuita «l’empatia verso l’escluso, che può essere imitata artificialmente» (veramente, verrebbe da chiedere?), ma soprattutto si perde «la responsabilità politica, perché lo scarto dei deboli viene ammantato di neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare. E così, l’ingiustizia si fa silenziosa e la compassione, la misericordia e il perdono, non come mera apparenza, ma come gesti politici, scompaiono dall’orizzonte» (103).
E secondo, la Chiesa non teme di affrontare in maniera diretta i «grandi attori economici e tecnologici» dove «un potere di tale portata si concentra in poche mani» e pertanto «tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico» (95). Dinnanzi a tale critica del nuovo potere privato delle grandi aziende tecno-economiche – che porta lo sguardo implicitamente più verso gli USA che non verso la Cina – la dimensione politica risulta, forse in modo un po’ generalizzante, come luogo dove si esercita la responsabilità pubblica e collettiva. Si propone qui una visione comunitaria di politica che vede il mercato negativamente in preda dei nuovi autoritarismi privati: e ciò probabilmente si può comprendere solo dal punto di vista della teologia di Sant’Agostino come la realizzazione della “Città di Dio”, cioè della giustizia e della benevolenza dell’altro contro la “città terrena” dell’avidità e dell’hybris umana. Con questa forte critica della “società tecnologica” e il riferimento indiretto all’America come “paradigma”, Papa Leone ha espresso una visione geopoliticamente forte.
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