Bimba morta a Bordighera, la criminologa spiega perché dalla scuola ai vicini “nessuno si è accorto di nulla”


Il parere degli inquirenti è chiaro e duro allo stesso tempo: nel provvedimento di fermo nei confronti di Manuel Iannuzzi, compagno di Emanuela Aiello, a sua volta madre di Beatrice, parlano di “sevizie e maltrattamenti atroci”. La bimba di appena 2 anni, morta per un trauma alla testa a Bordighera lo scorso febbraio, sarebbe stata vittima di “violenze continue”. Quanto emerge dall’analisi del cellulare dell’uomo, infatti, descrive un quadro agghiacciante, di maltrattamenti ripetuti.


“Mi aspetto che chi ha sbagliato paghi, anche se fosse mia figlia”, ha dichiarato il nonno materno di Beatrice, intervistato durante il programma tv “Dentro la Notizia”, il 1° giugno. Secondo l’uomo non sarebbero mai emersi segni di violenza sulla nipote, prima del tragico episodio che ha portato alla sua morte, ma ha anche raccontato che i contatti con la figlia si erano ridotti nei giorni precedenti la tragedia. Secondo il nonno, infatti, si sarebbe creato un clima di paura e il compagno della figlia avrebbe esercitato un forte controllo sulla compagna e sulle altre bambine.

Al momento le sorelle minori di Beatrice sono state allontanate dal contesto familiare e sono seguite dai servizi sociali, ma molti sono gli interrogativi, alcuni dei quali oggetto del primo interrogatorio a Iannuzzi. A colpire sono alcune dichiarazioni della madre della bimba, come quella in cui afferma: “Mi sento sottoterra a non avere lui” e “Non voglio rovinarlo”.

L’analisi della psicologa e criminologa Cristina Brasi.

Di questo caso colpisce soprattutto l’efferatezza dei comportamenti e delle presunte violenze che sarebbero state commesse sulla bambina, poi deceduta. Come può accadere che avvenga tutto ciò, senza che nessuno denunci o si accorga?

“È il risultato di un cortocircuito dovuto a due meccanismi mentali e comportamentali distinti: l’iper-adattamento mimetico da parte delle vittime e l’inerzia di chi osserva dall’esterno. In primo luogo, ci troviamo di fronte a un caso estremo di adultizzazione: a fronte della totale inerzia della figura materna, le sorelle si sono fatte carico della gestione domestica e dell’accudimento fisico della piccola”.

Come se si fossero scambiate i ruoli?

“Nei contesti di maltrattamento cronico, avviene molto di più: una strategia di coping estrema, ovvero un meccanismo che la mente mette in atto unicamente per sopravvivere. I bambini esposti a deprivazione e minaccia costante sviluppano quella che chiamiamo ‘ipervigilanza neurobiologica’: il loro cervello è perennemente in allerta per minimizzare i trigger, cioè quegli inneschi (come un pianto, un disordine, una richiesta) che sanno poter scatenare l’aggressività degli adulti”.

Quali sono i segnali?

“Per esempio, spesso questo meccanismo si salda a un adattamento di facciata (o masking). Sapere dalle relazioni che le bambine frequentavano la scuola con “buon profitto” ci indica che questo iper-adattamento esterno ha mimetizzato bene. Agli occhi degli insegnanti, una performance scolastica adeguata crea un pregiudizio positivo (bias) che porta la mente a trascurare i micro-segnali di incuria e, di conseguenza, paralizza l’attivazione dei protocolli di segnalazione d’ufficio”.

Questo può spiegare perché negli ambienti scolastici nessuno si sia accorto di nulla. Ma in un contesto generale, di famiglia, vicinato, ecc.?

“in questo caso non si tratta di semplice omertà, ma di dinamiche note nelle neuroscienze come Bystander Effect (l’effetto spettatore) e dissonanza cognitiva. Quando un vicino o un conoscente coglie segnali deboli o ambigui (ad esempio, bambine che vanno bene a scuola, ma che vivono in un contesto percepito come sospetto) il suo cervello sperimenta un conflitto. Per risolvere questa tensione con il minor dispendio energetico possibile, i processi decisionali tendono a “normalizzare” l’evento anomalo. Scatta l’assunto automatico per cui, se nessun altro nel contesto sociale sta intervenendo, forse la minaccia non è reale”.

Il nonno materno dice di non aver sospettano nulla di tanto grave, nonostante abbiano notato un allontanamento della figlia. Come si può spiegare?

“Il silenzio e l’inazione di un genitore di fronte agli abusi sui figli non sono quasi mai ascrivibili a uno stato di paralisi emotiva o a un meccanismo dissociativo. Non si tratta, per intenderci, del cosiddetto freeze, cioè quella reazione neurobiologica automatica di difesa in cui il cervello, percependo una minaccia ineludibile, impone un blocco motorio temporaneo e una condizione di estrema iper-vigilanza. Al contrario, in questo caso ci troviamo di fronte a un’assenza di soccorso: è una scelta deliberata di autotutela”.

Anche la madre, però, è come se si fosse “paralizzata”. Quali possono essere le cause?

“Una spiegazione neurologica occorre chiamare in causa l’ossitocina, che regola l’empatia affettiva, permette di strutturare il legame di attaccamento e attiva l’istinto istintiva di comportamenti di cura e protezione della prole. In assenza della spinta biologica fornita da questo ormone, l’istinto materno di tutela semplicemente non si attiva. Se ciò non avviene, la madre attua un task-shifting patologico, finendo per delegare del tutto la protezione dei figli. Questo impone un’adultizzazione alle figlie maggiori, a cui abbiamo accennato”.

Basta questo a spiegare un comportamento?

“A questo si aggiunge il silenzio all’esterno, garantito da un isolamento sistemico del nucleo familiare tramite strategie di gatekeeping ostile e controllo ambientale, mettendo in atto un filtraggio rigoroso di chi può avere accesso alle informazioni e alle dinamiche della famiglia. L’obiettivo è chiaro: si mira a impedire l’intrusione di osservatori esterni che potrebbero decodificare e denunciare il maltrattamento”.

Quali traumi possono aver subito anche le sorelline di Beatrice?

“Le due sorelle maggiori hanno vissuto quello che in clinica definiamo “trauma complesso”. Crescere in un contesto dominato da minacce continue, imprevedibilità e totale assenza di protezione non causa solo uno shock emotivo, ma provoca un vero e proprio danno biologico. A questo proposito, è necessaria una precisazione analitica fondamentale: sebbene la madre frequentasse il nuovo partner solo da pochi mesi, è scientificamente presumibile che queste bambine stessero già crescendo in quel tipo di ambiente, disfunzionale e deprivante. L’ingresso dell’uomo violento nel nucleo familiare non è la genesi del problema, ma un fattore scatenante che si inserisce in una struttura di base già compromessa”.

Questo significa che si potrebbe parlare di una carenza già presente da parte materna?

“Un genitore di norma possiede circuiti di allarme e istinti di protezione che avrebbero immediatamente intercettato e respinto la minaccia di un uomo violento. Aver permesso a una simile dinamica abusante di radicarsi in così poco tempo dimostra che c’erano condizioni pre-esistenti di assenza di tutela e di un gravissimo deficit nelle funzioni di accudimento materno”.

A pagarne le conseguenze sono ancora una volta i figli, dunque…

“Sì, vivendo in uno stato di perenne allerta, che porta a un’usura fisica e neurologica devastante. L’organismo infantile si logora letteralmente, esaurendo tutte le sue energie nel tentativo disperato di adattarsi a uno stress cronico, finendo per alterare lo sviluppo stesso delle proprie reti neurali”.

Come si aiutano i minori a superare queste tragedie? Con che tipo di percorso?

“Il primo passo operativo, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non consiste nel far parlare le bambine dell’accaduto o nell’elaborazione immediata del lutto. La priorità assoluta è il ripristino di quella che chiamiamo “neurocezione di sicurezza”. Significa che occorre disinnescare il perenne stato di allarme e dall’ipervigilanza cronica, stabilizzando l’ambiente che le circonda e facendole sentire al sicuro. Solo in una fase successiva si attiva il percorso clinico ritenuto migliore a livello internazionale per questi casi: la Trauma-Focused Cognitive Behavioral Therapy (TF-CBT. Non consiste in una semplice conversazione consolatoria, ma va a smontare quei pensieri distorti e quelle false convinzioni (bias) generate dall’abuso: l’ingannevole senso di colpa, la sensazione di inadeguatezza e quello schiacciante e ingiustificato senso di responsabilità derivato dall’essere state costrette a fare le “adulte” per sopperire alle mancanze materne. L’obiettivo finale non è cancellare il ricordo, ma ripristinare un sano sviluppo neurologico e psicologico, fornendo alla mente delle bambine gli strumenti cognitivi per tornare a vivere, senza sentirsi perennemente sotto minaccia.

Quale può essere il ruolo del resto della comunità, come parenti o vicinato o scuola o ancora amici, nel riconoscere segnali preoccupanti di comportamenti violenti?

“Dobbiamo smettere di aspettare le macro-evidenze, come i classici segni di violenza fisica. Questi vengono spesso abilmente giustificati o occultati dagli abusanti attraverso lo staging: una vera e propria alterazione fisica e strategica della realtà per simulare eventi fittizi (come la scusa della caduta accidentale) allo scopo di depistare chi indaga. Dobbiamo invece passare alla decodifica proattiva delle micro-anomalie neuro-comportamentali. La scuola e i familiari più distanti devono imparare a rilevare le evidenti discrepanze comportamentali. Si tratta di cogliere, ad esempio, il contrasto stridente tra un bambino con un adeguato rendimento scolastico e la concomitante presenza in lui di indicatori cronici di iper-arousal, visibili in un’estrema e costante ipervigilanza ambientale o in risposte di allarme del tutto esagerate e spropositate (startle reflex). Oppure, sul versante opposto, bisogna saper notare l’emotional blunting, ossia un marcato appiattimento affettivo e una reattività emotiva quasi assente di fronte alle normali interazioni sociali. Solo superando il comodo alibi sociale del “non interferire”, la comunità può tradurre un’anomalia comportamentale in un dato oggettivo. Ed è questo il passo essenziale per attivare tempestivamente i protocolli istituzionali di tutela, molto prima che la spirale della violenza raggiunga esiti letali”.

 



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ANSA




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