Prima degli altri. Le radici italiote del suprematismo bianco che avvelena la convivenza civile nel nostro Paese (Laura Tussi)


Il suprematismo bianco viene spesso raccontato come un fenomeno lontano, confinato agli Stati Uniti, ai gruppi neonazisti del Nord Europa o alle derive più estreme dell’ultradestra internazionale. Eppure sarebbe un grave errore considerarlo un corpo estraneo alla storia e alla cultura italiana. Anche nel nostro Paese esistono radici profonde di una concezione gerarchica dell’umanità che continua ad alimentare discriminazioni, razzismo e pratiche di esclusione sociale.

Non si tratta necessariamente di un suprematismo dichiarato. Anzi, la sua forza risiede spesso nella capacità di mascherarsi da senso comune, da difesa delle tradizioni, da protezione dell’identità nazionale o da presunta superiorità culturale. È un atteggiamento che considera alcune persone più degne di diritti, di attenzione e di tutela rispetto ad altre. Una visione che stabilisce implicitamente chi debba venire “prima” e chi possa essere sacrificato ai margini della società.

La storia italiana conosce bene queste dinamiche. Il colonialismo in Africa, le leggi razziali del 1938, la persecuzione degli ebrei, la repressione delle popolazioni considerate inferiori durante l’espansione imperiale fascista non furono semplici incidenti di percorso. Furono il prodotto di una cultura politica che costruiva gerarchie tra gli esseri umani e attribuiva valore diverso alle vite.

Oggi quella cultura non si manifesta più con gli stessi linguaggi, ma continua a riaffiorare sotto forme nuove. Si ritrova nell’ostilità verso i migranti, nella criminalizzazione della povertà, nella diffusione di stereotipi etnici, nell’islamofobia, nell’antisemitismo e nella crescente intolleranza verso chi viene percepito come diverso. Si alimenta attraverso campagne mediatiche che trasformano persone vulnerabili in bersagli politici e sociali.

Come ricorda spesso il missionario comboniano Alex Zanotelli, la vera emergenza non è l’arrivo dei migranti ma l’indifferenza verso la sofferenza umana. Zanotelli denuncia da anni una società che rischia di perdere il senso della fraternità universale e di sostituire la solidarietà con la paura. Le sue parole richiamano una verità scomoda: il razzismo non nasce soltanto dall’odio, ma anche dall’abitudine a considerare normale l’esclusione degli altri.

In questa prospettiva risuonano con forza anche gli insegnamenti di Don Lorenzo Milani, per il quale la scuola doveva essere innanzitutto uno strumento di emancipazione degli ultimi. «Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia», scriveva nella Lettera a una professoressa. Una lezione ancora attualissima in un tempo in cui si cerca spesso di contrapporre i diritti degli italiani a quelli degli stranieri, come se la dignità fosse una risorsa limitata da spartire tra concorrenti.

Anche il pensiero di Aldo Capitini offre strumenti preziosi per comprendere e contrastare queste derive. La sua idea di “compresenza” riconosce il valore infinito di ogni persona e rifiuta qualsiasi classificazione gerarchica dell’umanità. La nonviolenza capitiniana non è soltanto rifiuto della guerra, ma opposizione radicale a ogni sistema che produca esclusione e dominio.

Di fronte al riemergere di pulsioni razziste e xenofobe, torna di straordinaria attualità la lezione di Primo Levi. Sopravvissuto all’orrore di Auschwitz, Levi ci ha insegnato che la disumanizzazione non inizia nei campi di sterminio, ma molto prima: nasce nelle parole, nei pregiudizi, nelle classificazioni arbitrarie che dividono gli esseri umani tra degni e indegni, tra appartenenti ed estranei. Il suo celebre monito – «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo» – non riguarda soltanto il passato, ma interpella il presente. Ogni volta che una persona viene privata della sua dignità in nome dell’origine, della religione o del colore della pelle, si riapre una ferita che la storia aveva già mostrato in tutta la sua devastante capacità distruttiva.

Levi comprese come pochi altri che il razzismo non è una semplice opinione, ma un meccanismo culturale che prepara il terreno alla violenza. Per questo la memoria non può essere ridotta a celebrazione rituale. Deve diventare coscienza critica, capacità di riconoscere nei linguaggi dell’esclusione contemporanea gli echi di tragedie che hanno segnato il Novecento.

A questa riflessione si affianca la voce lucida e coraggiosa di Moni Ovadia, intellettuale, uomo di teatro e instancabile testimone della cultura ebraica europea. Ovadia ha più volte denunciato il ritorno di nazionalismi aggressivi, razzismi striscianti e politiche della paura che individuano nel migrante, nel povero o nel diverso il capro espiatorio delle contraddizioni sociali. Secondo Ovadia, il vero antidoto al suprematismo è la cultura dell’incontro, della contaminazione e del dialogo tra le differenze.

Nelle sue riflessioni emerge spesso il valore della tradizione ebraica diasporica, capace di trasformare l’esperienza della marginalità in una straordinaria lezione di umanità. Per Ovadia, l’identità non è una fortezza da difendere contro qualcuno, ma una realtà viva che cresce nell’incontro con l’altro. È una prospettiva che smonta alla radice ogni pretesa di superiorità etnica, culturale o religiosa.

Negli ultimi anni il linguaggio pubblico si è progressivamente impoverito. La complessità dei fenomeni migratori viene ridotta a slogan. Le difficoltà economiche vengono attribuite agli ultimi arrivati. Le paure sociali vengono trasformate in strumenti di consenso. In questo contesto il suprematismo non si presenta necessariamente con simboli espliciti o con richiami al nazismo; si manifesta piuttosto come una cultura della preferenza esclusiva, del privilegio identitario e della chiusura.

La sfida culturale che abbiamo davanti riguarda dunque la qualità stessa della nostra democrazia. Una società che accetta l’idea che alcuni esseri umani valgano meno di altri finisce inevitabilmente per indebolire le proprie istituzioni democratiche. Quando si normalizza la discriminazione contro una minoranza, si apre una breccia che prima o poi minaccia i diritti di tutti.

Per questo la scuola, l’università, l’associazionismo, le comunità religiose e il mondo della cultura hanno una responsabilità decisiva. Contrastare il suprematismo bianco e ogni forma di razzismo significa promuovere una pedagogia della fraternità, della memoria storica e della cittadinanza globale. Significa educare al pensiero critico, alla complessità e alla consapevolezza che nessuna identità può costruirsi contro l’altro.

L’Italia nata dalla Resistenza e dalla Costituzione antifascista possiede gli anticorpi morali e culturali per respingere queste derive. Ma tali anticorpi devono essere continuamente alimentati attraverso l’impegno civile, la partecipazione democratica e la testimonianza quotidiana di chi continua a credere che la dignità umana non abbia colore, provenienza o passaporto.

In un tempo in cui tornano a diffondersi parole d’ordine che separano, classificano ed escludono, la lezione di Primo Levi, di Moni Ovadia, di Don Milani, di Aldo Capitini e di Alex Zanotelli ci ricorda che la civiltà si misura dalla capacità di riconoscere nell’altro un fratello e non un nemico. È questa la frontiera decisiva del nostro tempo.

La domanda finale rimane la stessa: vogliamo una società fondata sul privilegio di pochi o una comunità costruita sul riconoscimento reciproco? La risposta a questa domanda determinerà non soltanto il futuro della convivenza civile, ma la qualità stessa della nostra umanità.

 

 

 

Laura Tussi


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