La discussione sulla cosiddetta difesa comune europea – con l’ incremento esponenziale delle spese militari previsti dal Rearm Europe che sovverte la tradizione cristiana del Continente – in Italia sta rivelando una frattura profonda non soltanto tra maggioranza e opposizione, ma all’interno dello stesso schieramento progressista. Le difficoltà emerse nelle ultime settimane tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra dimostrano quanto il tema del riarmo sia destinato a condizionare il futuro stesso delle alleanze politiche italiane. Mentre alcuni settori del centrosinistra considerano inevitabile un rafforzamento delle capacità militari europee, altri continuano a denunciare il rischio che dietro la formula della “difesa comune” si nasconda in realtà un gigantesco programma di riarmo continentale.
La questione, tuttavia, non riguarda soltanto gli equilibri parlamentari o le future coalizioni elettorali. Dietro il confronto politico emerge una domanda ben più rilevante: chi trae beneficio dalla nuova corsa agli armamenti che sta investendo l’Europa e gran parte del mondo?
Le guerre in Ucraina, in Medio Oriente e in numerose altre aree del pianeta stanno producendo sofferenze umane incalcolabili. Intere città vengono distrutte, milioni di persone sono costrette alla fuga, le spese sociali vengono sacrificate per finanziare bilanci militari sempre più consistenti. Eppure, mentre i popoli pagano il prezzo della guerra, esiste un settore economico che continua a prosperare: l’industria degli armamenti.
I grandi gruppi della difesa registrano profitti crescenti, nuovi ordini e programmi di investimento senza precedenti. La produzione di missili, bombe, munizioni, sistemi elettronici e droni è diventata uno dei comparti industriali più dinamici dell’economia globale. Più aumentano le tensioni internazionali, più crescono le opportunità di mercato per il complesso militare-industriale.
Difatto da alcuni anni il dibattito politico europeo sembra essersi progressivamente spostato da come costruire la pace a come prepararsi alla guerra. La corsa al riarmo viene presentata come una scelta inevitabile, quasi una legge naturale della storia alla quale governi e istituzioni sarebbero costretti a piegarsi. In questo quadro, le destre europee e italiane svolgono un ruolo particolarmente attivo. Da sempre vicine a una concezione della sicurezza fondata sulla forza militare, esse vedono nell’espansione dell’industria della difesa non soltanto uno strumento geopolitico ma anche un’opportunità economica. Le fabbriche di armi vengono descritte come motori di sviluppo, le spese militari come investimenti strategici, i programmi di riarmo come occasioni di crescita industriale e occupazionale.
Si assiste così a una sorta di normalizzazione dell’economia di guerra. Quello che fino a pochi anni fa avrebbe suscitato interrogativi morali e politici profondi viene oggi raccontato con il linguaggio neutro dei mercati e delle opportunità produttive. Missili, bombe, droni e sistemi d’arma vengono trattati alla stregua di qualsiasi altro prodotto industriale, mentre si evita accuratamente di ricordare che la loro funzione ultima è quella di alimentare e rendere possibili i conflitti armati.
Ma se l’atteggiamento delle destre appare coerente con la loro tradizione politica, più sorprendente e per certi versi più grave è la difficoltà della sinistra nel formulare una critica chiara e radicale a questa deriva. Il dibattito che attraversa il cosiddetto campo largo ne è una dimostrazione evidente. Da una parte vi sono forze che continuano a richiamarsi ai valori del pacifismo, del disarmo e della cooperazione internazionale; dall’altra emergono posizioni che, pur mantenendo un linguaggio progressista, finiscono per accettare come inevitabile l’aumento delle spese militari e la costruzione di una nuova potenza armata europea.
Il risultato è una sinistra divisa, incerta, spesso incapace di proporre un’alternativa credibile alla logica del riarmo. Si discute sulle modalità, sulle percentuali di spesa, sugli assetti istituzionali della futura difesa europea, ma raramente si mette in discussione il presupposto fondamentale: l’idea che la sicurezza possa essere costruita accumulando armamenti anziché investendo nella diplomazia, nella cooperazione, nella giustizia sociale e nella prevenzione dei conflitti.
Eppure la domanda dovrebbe essere semplice. Se ogni guerra produce enormi profitti per le industrie belliche, se ogni escalation internazionale genera nuove commesse miliardarie, se i bilanci dei produttori di armamenti crescono parallelamente all’estensione dei conflitti, non è forse necessario interrogarsi sul rapporto sempre più stretto tra politica, economia e apparato militare? Non è forse dovere delle forze democratiche denunciare il rischio che la guerra diventi un grande affare e che la pace venga percepita come un ostacolo agli interessi di un settore industriale in continua espansione?
È in questo contesto che la vicenda della RWM in Sardegna assume un valore simbolico che va ben oltre i confini dell’isola. Essa rappresenta il punto di incontro tra la nuova economia di guerra e la progressiva difficoltà della politica di immaginare modelli di sviluppo alternativi alla produzione di armamenti.
Il caso della Sardegna
Lo stabilimento della RWM di Domusnovas, in Sardegna, controllato dal gruppo tedesco Rheinmetall, è diventato negli anni uno dei simboli italiani dell’economia di guerra. Nonostante le perplessità espresse da movimenti pacifisti, associazioni ambientaliste e da ampi settori della società civile sarda, il Governo ha sostenuto e autorizzato il potenziamento dell’impianto, considerandolo strategico per gli interessi nazionali e per la filiera europea della difesa.
La scelta ha suscitato polemiche anche perché molti amministratori locali e numerose organizzazioni sociali avevano chiesto di orientare gli investimenti verso attività produttive civili, compatibili con le esigenze ambientali e con una prospettiva di sviluppo sostenibile per il Sulcis. Ancora una volta, però, la logica della produzione militare ha prevalso sulle richieste provenienti dal territorio.
Il caso sardo rappresenta una fotografia perfetta della trasformazione in corso. Si sostiene che la produzione di armamenti sia necessaria per garantire occupazione e crescita economica. Ma una democrazia matura dovrebbe interrogarsi sulla qualità dello sviluppo che propone ai propri cittadini. È davvero accettabile che il lavoro e il futuro di intere comunità vengano affidati alla fabbricazione di strumenti destinati ai conflitti armati?
La Sardegna conosce bene questo dilemma. Da decenni sopporta il peso delle servitù militari più estese d’Europa. Oggi rischia di diventare anche uno dei laboratori più avanzati della nuova economia della guerra che si va costruendo nel continente.
La vera sfida politica non consiste nello scegliere tra un esercito nazionale e una difesa comune europea. La questione decisiva riguarda il modello di società che si vuole costruire. Se le risorse pubbliche vengono indirizzate sempre più verso il riarmo, inevitabilmente diminuiranno quelle disponibili per la sanità, la scuola, la ricerca, la tutela ambientale e la lotta alle disuguaglianze.
Per questo il dibattito che divide il cosiddetto campo largo non può essere liquidato come una semplice disputa tra partiti. Esso riflette una scelta storica che riguarda l’intera Europa: costruire un futuro fondato sulla cooperazione tra i popoli oppure accettare una progressiva militarizzazione dell’economia e delle relazioni internazionali.
L’ obiettivo è fare soldi, poco importa a che prezzo
Quando la guerra diventa un settore industriale strategico, la pace rischia infatti di trasformarsi in una variabile scomoda. Ed è proprio questo il pericolo che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la democrazia, la giustizia sociale e il futuro delle prossime generazioni.
I crimini dell’ industria bellica sono no stati denunciati con forza da Papa Francesco, che ha rappresentato una delle voci più forti e profetiche del nostro tempo contro la guerra e contro gli interessi economici che la alimentano. In numerosi interventi pubblici ha denunciato con estrema chiarezza il ruolo dell’industria bellica, definendo scandaloso il fatto che l’umanità continui a investire immense risorse nella produzione e nel commercio delle armi mentre milioni di persone soffrono la fame, la povertà e l’esclusione. Per il Pontefice argentino, la guerra non è mai un destino inevitabile, ma il prodotto di precise scelte politiche, economiche e culturali. Dietro ogni conflitto, egli vedeva spesso l’ombra di interessi finanziari che traggono profitto dalla distruzione e dalla morte.
Papa Francesco ha più volte parlato di una «terza guerra mondiale a pezzi», evidenziando come i conflitti contemporanei siano alimentati da una cultura dello scarto che considera sacrificabili interi popoli e generazioni. Le sue parole costituiscono un richiamo potente anche per il mondo dell’educazione: una scuola autenticamente democratica non può limitarsi a trasmettere conoscenze, ma deve aiutare le nuove generazioni a sviluppare una coscienza critica capace di interrogare i meccanismi economici e politici che producono violenza, disuguaglianza e sopraffazione.
La visione cristiana che ha ispirato l’ Europa ed oggi viene tradita
In continuità con questo magistero e prima ancora con la visione cristiana che ha ispirato l’ Europa ed oggi viene tradita , Papa Leone XIV sta insistendo sulla necessità di costruire una «pace disarmata e disarmante», espressione che richiama una concezione della pace non fondata sull’equilibrio delle minacce o sulla deterrenza militare, ma sulla fiducia reciproca, sul dialogo tra i popoli e sulla cooperazione internazionale. La pace disarmata è quella che rinuncia alla logica dell’accumulo degli armamenti; la pace disarmante è quella che riesce a spezzare il circolo vizioso della paura e dell’ostilità, aprendo spazi di riconciliazione e di incontro.
Questo messaggio interpella direttamente la scuola e l’università. Se la pace deve essere costruita culturalmente prima ancora che diplomaticamente, allora le istituzioni educative sono chiamate a diventare laboratori permanenti di convivenza, luoghi in cui si apprendono il rispetto dell’altro, la cooperazione, la gestione nonviolenta dei conflitti e la responsabilità verso il bene comune. In tale prospettiva, il rifiuto della militarizzazione degli spazi educativi non rappresenta una scelta ideologica, ma una coerente opzione pedagogica orientata alla formazione di cittadini consapevoli e capaci di immaginare alternative alla guerra.
Il magistero di Papa Francesco e gli appelli di Papa Leone XIV convergono in una medesima direzione etica: la pace non nasce dalla forza delle armi, ma dalla forza delle coscienze. Essa richiede educazione, dialogo, partecipazione democratica e una costante opera di liberazione da quelle culture della violenza che, ancora oggi, cercano di presentare la guerra come un fatto naturale o inevitabile. La scuola, al contrario, può e deve essere il luogo in cui si apprende che un altro futuro è possibile e che la nonviolenza costituisce una concreta forma di responsabilità civile e di maturità democratica.
Irina Smirnova
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