Il caso “Bimbo Rai” chiama in causa le ragioni profonde del Servizio Pubblico. Utilizzare i figli dei dipendenti per una campagna militarista è davvero un tradimento di tutti i patti educativi (R. Montecuccoli)


C’è qualcosa di profondamente inquietante nell’idea che una giornata nata per permettere ai figli dei dipendenti Rai di conoscere il lavoro dei propri genitori si trasformi in una vetrina per mezzi militari, dimostrazioni operative dell’esercito, unità cinofile, artificieri e corpi armati. Non è una questione ideologica. È una questione culturale, educativa e persino democratica.

L’iniziativa “Bimbo Rai”, giunta alla sua diciassettesima edizione, era stata concepita per avvicinare bambine e bambini al mondo del servizio pubblico radiotelevisivo, alla creatività, al giornalismo, alla cultura, alla produzione televisiva e radiofonica. Quest’anno, invece, tra le attività proposte figurano esibizioni delle Forze Armate e delle forze dell’ordine, con dimostrazioni operative e presentazione di mezzi speciali. Una scelta che ha suscitato le proteste delle opposizioni parlamentari, del sindacato dei giornalisti Usigrai e di diverse organizzazioni sindacali interne all’azienda.

La domanda è semplice: cosa c’entra tutto questo con il servizio pubblico?

Quale messaggio si vuole trasmettere alle nuove generazioni quando il luogo dove si producono informazione, cultura e conoscenza viene affiancato alla spettacolarizzazione degli apparati militari? Perché un bambino che accompagna la madre o il padre al lavoro dovrebbe essere invitato ad ammirare blindati, dimostrazioni tattiche e simulazioni operative anziché scoprire come nasce un telegiornale, come si realizza un documentario o come si costruisce un programma educativo?

In un’epoca segnata da guerre devastanti, dall’Ucraina al Medio Oriente, mentre milioni di bambini nel mondo vivono sotto le bombe e conoscono i soldati non come attrazione ma come presenza drammatica della guerra, appare quantomeno discutibile trasformare le uniformi e gli strumenti militari in oggetti di intrattenimento infantile.

Non si tratta di mettere in discussione il ruolo costituzionale delle Forze Armate o delle forze di polizia. Si tratta di respingere una tendenza sempre più evidente: la normalizzazione della presenza militare negli spazi educativi, culturali e simbolici della società. Una tendenza che negli ultimi anni ha portato uomini in divisa nelle scuole, nelle fiere dell’orientamento, nelle manifestazioni per bambini e persino nei luoghi tradizionalmente destinati alla formazione civile e culturale.

Il coordinamento USB Rai ha parlato apertamente di “militarizzazione dell’infanzia” e di diffusione di una cultura della guerra attraverso iniziative apparentemente innocue. Una denuncia che merita attenzione e che non può essere liquidata come estremismo pacifista.

La preoccupazione nasce infatti da un contesto più ampio. In tutta Europa si assiste a un crescente riarmo, a un aumento delle spese militari, a una retorica che presenta il conflitto armato come inevitabile e persino necessario. In questo quadro, anche la costruzione dell’immaginario collettivo assume un’importanza decisiva. Le guerre si combattono con le armi, ma si preparano anche nelle coscienze.

Per questo il servizio pubblico dovrebbe rappresentare un argine, non un acceleratore. La Rai, finanziata dai cittadini, dovrebbe promuovere i valori sanciti dalla Costituzione, a partire da quel ripudio della guerra contenuto nell’articolo 11 che resta una delle conquiste morali più alte della Repubblica.

Non è casuale che negli stessi anni in cui cresce la fascinazione pubblica per il mondo militare si riducano gli spazi dedicati all’educazione alla pace, alla cooperazione internazionale, alla nonviolenza e alla solidarietà tra i popoli. Figure come Don Lorenzo Milani, Aldo Capitini e Ernesto Balducci ricordavano che l’educazione non consiste nell’abituare i giovani alla forza, ma nell’insegnare loro il valore della convivenza e del dialogo.

Il problema, dunque, non è la presenza di soldati o poliziotti in sé. Il problema è il messaggio simbolico che si trasmette quando la guerra viene resa familiare, quando gli apparati armati vengono presentati come spettacolo, quando il linguaggio della sicurezza sostituisce quello della pace.

Non è un caso che le voci più critiche verso questa deriva provengano spesso da quei mondi che hanno fatto della pace una scelta di vita e di impegno civile. Dalle associazioni pacifiste all’ANPI, dalle comunità ecclesiali di base ai movimenti nonviolenti, emerge una preoccupazione comune: la progressiva trasformazione della guerra da tragedia umana a fenomeno normalizzato, quasi inevitabile, da accettare come elemento ordinario dell’esistenza collettiva.

La Costituzione italiana nacque dalle macerie di una guerra mondiale e dalla lotta contro il fascismo. I padri e le madri costituenti conoscevano bene il prezzo del militarismo, della propaganda nazionalista e dell’esaltazione delle armi. Per questo inserirono nell’articolo 11 un principio rivoluzionario: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non la limita, non la scoraggia soltanto: la ripudia.

Quel verbo, “ripudia”, rappresenta una scelta etica e politica precisa. Significa prendere le distanze da una cultura che considera la forza armata come soluzione privilegiata dei conflitti. Significa educare le nuove generazioni alla cooperazione, alla diplomazia, al dialogo e alla mediazione. Significa investire nella pace prima ancora che nella difesa.

Don Tonino Bello parlava di una “convivialità delle differenze” come alternativa alle logiche della contrapposizione e della violenza. Per il vescovo di Molfetta, le armi non erano soltanto strumenti materiali di guerra, ma simboli di una cultura incapace di riconoscere nell’altro un fratello. Le sue parole conservano oggi una straordinaria attualità, mentre il linguaggio bellico invade sempre più spesso il dibattito pubblico.

Anche padre Alex Zanotelli denuncia da anni la complicità tra potere politico, interessi economici e industria delle armi. Secondo il missionario comboniano, il vero scandalo non è soltanto l’esistenza delle guerre, ma l’enorme sistema finanziario che le alimenta e che trae profitto dalla morte di milioni di persone. In questa prospettiva, ogni operazione culturale che contribuisce a rendere accettabile o affascinante l’universo militare rischia di diventare parte di un problema più grande.

Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, ci ha lasciato una lezione fondamentale: la barbarie non si manifesta improvvisamente, ma si costruisce lentamente attraverso l’assuefazione. Quando si smette di interrogarsi criticamente sui simboli della forza e della soRai” assume un valore emblematico. Non si tratta di demonizzare singole persone o istituzioni, ma di comprendere quale immaginario si sta costruendo.

Una televisione pubblica che ospita bambini dovrebbe mostrare loro il lavoro dei giornalisti che raccontano la verità, degli autori che producono cultura, dei tecnici che rendono possibile la comunicazione, dei professionisti che mettono il sapere a disposizione della collettività. Dovrebbe educare alla cittadinanza critica, non all’ammirazione passiva delle strutture armate.

Per questo la questione sollevata dal caso “Bimbo Rai” non può essere archiviata come una semplice polemica estiva. Essa riguarda il modello educativo che vogliamo promuovere e il tipo di società che stiamo costruendo. Una società che insegna ai bambini a guardare il mondo attraverso il prisma della competizione armata è una società che prepara nuovi conflitti. Una società che insegna il valore della cooperazione, della solidarietà e della nonviolenza costruisce invece le condizioni per una pace duratura.

I bambini non devono essere abituati alla guerra. Devono essere educati alla pace. È questa la vera missione culturale che dovrebbe assumere un servizio pubblico degno di questo nome.

I bambini non hanno bisogno di imparare a familiarizzare con i blindati. Hanno bisogno di conoscere il giornalismo, la cultura, la ricerca, la scienza, la cooperazione, il volontariato. Hanno bisogno di immaginare un futuro costruito sulla pace e non sulla preparazione permanente alla guerra.

Per questo le proteste suscitate dal caso “Bimbo Rai” non riguardano soltanto un’iniziativa aziendale. Esse pongono una questione più profonda: quale società vogliamo consegnare alle nuove generazioni? Una società che considera normale la presenza delle armi ovunque, oppure una società capace di educare alla pace? È una domanda che riguarda tutti. E alla quale non possiamo permetterci di rispondere con leggerezza.

 

Raimondo Montecuccoli


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