Tra memorie di pietra e le maschere del possibile, un viaggio nel cuore del Fantasy Day di San Giorgio a Cremano (NA)
Di fronte a me la Méhari Verde appartenuta a Giancarlo Siani.
Chi è della mia età ricorda quel tempo e confesso di aver provato quelle emozioni che solo la storia ti sa dare: intorno, a ricoprire i muri, tantissime foto del giornalista, negli scaffali archivi de Il Mattino e, leggendo le date, la memoria viene portata indietro nel tempo, quando ero troppo piccolo per capire molte cose ma, abbastanza grande, per razionalizzare la paura, fatta non di mostri ma di ben più reali “uomini cattivi”.
Sono a Villa Bruno a San Giorgio a Cremano (NA), e oggi si tiene il Fantasy Day, una fiera locale che ha nel “fantastico” il suo filo conduttore.
Il contrasto tra questa sala, che nella sua semplicità ispira sacralità e la manifestazione che si tiene subito all’esterno, è dicotomico; se da un lato questo piccolo museo commemorativo e il Fantasy Day sono entrambi luoghi al di là del tempo e dello spazio, dall’altro la prima ci porta a una cruda realtà da non dimenticare, mentre il secondo è la quintessenza di quella fantasia fatta di dame e cavalieri, draghi e unicorni, il tutto inserito in un complesso settecentesco le cui mura e giardini cantano la sua storia.
Lascio le aule che ho descritto in principio e che, pur fuori dal tema fieristico, mettono subito in chiaro una cosa: il luogo della manifestazione non è un semplice e sterile posto dove poggiare uno stand, ma partecipa attivamente con i suoi pergolati, le siepi, le stesse pareti che sembrano narrare un tempo che non c’è più, eco lontana di secoli passati.
Come detto, la villa risale al Settecento ma, ammetto, che avvertivo una sensazione ben più antica, trasmessa da ogni suo mattone a vista e risonante nel verde del prato, quella tipica che provo quanto l’ambiente ti parla di un mondo ancora giovane e dei primi passi degli esseri umani; non mi stupirei se, scavando, si scoprisse che villa è fondata su più antiche costruzioni.
Ma torniamo a noi: poco più di un mese fa sono stato al COMICON, dopo un’assenza lunga decenni e, per quanto i ricordi fossero riemersi con una certa forza, alla fine ciò che risaltava era l’energia delle persone che vi partecipavano.
Se, da un lato il festival del pop faceva sicuramente la sua parte con le moltissime iniziative e ospiti di caratura globale, dall’altro il luogo, la Mostra d’Oltremare di Napoli, non aggiungeva nulla di tipico, era sicuramente un bellissima spazio ma, a parte il laghetto di Fasilides e la fontana Esedra, a me, personalmente, non trasmetteva alcuna sensazione particolarmente degna di nota.
Villa Bruno è completamente diversa: qui si sente la sua storia, la dimensione intima del racconto intorno al fuoco, un posto dove vai per trovare gli amici e quel sapore di quando l’unico festival a tema si teneva a Castel Sant’Elmo nella mia Partenophe, sicuramente più verace, ma con tanta più anima.
Se il COMICON è una cucina internazionale, con spazi ottimizzati, arredamenti di tendenza e menu che va dal cheeseburger alla haute cuisine, con centinaia di migliaia di avventori che, freneticamente, vi partecipano anche solo per dire “io c’ero”, il Fantasy Day è completamente divers.
Ritmo più lento, ci si muove non per spostarsi ma per passeggiare, il complesso è parte attiva del tutto e l’evento, utilizzando la stessa metafora culinaria, è una trattoria con la cucina di mammà, dove i sapori sono più semplici, gli arredi più rustici, ma dove si va per parlare e stare insieme a quelli “come noi”, che amano perdersi tra segrete e dragoni.
Aggirandomi tra le strade animate del Fantasy Day, ho avvertito quella stessa vibrazione che percepivo quasi trent’anni fa nei corridoi del castello vomerese, quando la realtà si trasformava in un teatro del possibile.
Non è una questione di costumi o di esposizioni, è il rito: vedere Villa Bruno trasformarsi in un avamposto dell’immaginazione mi ha portato a una riflessione sulla “maschera”: essa non è un nascondersi, ma un modo per far emergere, finalmente, una parte autentica di sé che la routine, spesso, soffoca, è un atto di coraggio che il quotidiano, con le sue rigide aspettative, raramente ci concede.
L’aria che si respira tra gli stand ha quel sapore antico di un luogo dove, nonostante le molte presenze, si sta bene e in spazi umani.
A prescindere dal personaggio che si sceglie di interpretare, le dinamiche di una fiera più raccolta come quella di San Giorgio offrono un respiro diverso rispetto ai grandi poli fieristici, il rapporto con l’ospite, con l’artigiano, con il giocatore è più diretto, meno mediato dalla frenesia del consumo di massa.
In questa dimensione domestica si vive il vero incontro personale, tutto è più lento, nessuna ansia di “dover far tutto”, la piacevole chiacchiera scambiata con altri appassionati, la possibilità di potersi fermare a godere di più di un angolo nascosto senza la sensazione di rischiare di “perdere qualcosa”, il respiro di tanti ragazzi che, semplicemente, erano lì per stare insieme e condividere le loro passioni.
Durante il mio percorso, mi sono soffermato a osservare le aree ludiche, che rimangono un mio punto di sosta privilegiato, e la sensazione è stata diversa: non più un copia e incolla della stessa attività ripetuta fino alla nausea, ma la traccia viva di quella passione “artigianale” che spero sempre di ritrovare.
Il gioco di ruolo, in particolare, continua a rappresentare quella “palestra di vita” dove simulare contrasti – il tradimento, la politica, il razzismo – per poi lasciarli, saggiamente, oltre la soglia del ritorno alla quotidianità.

È in questo spazio liminale che il giocatore testa la propria etica senza il peso delle conseguenze reali, rendendo il gioco un esercizio di empatia straordinario.
La giornata è piacevole, il Fantasy Day riesce a mantenere intatta una certa “genuinità dell’origine”.
Spesso, nelle fiere di settore, si avverte la pressione di dover “performare” per un pubblico social, perdendo di vista il godimento del momento. Qui, invece, sembra resistere una sorta di resistenza culturale: una celebrazione del fantastico che non ha bisogno di artifici digitali per essere validata.
Arrivo al punto: perché venire qui? Perché ostinarsi a spostarsi di persona in un mondo in cui Internet ci consegna tutto a domicilio?
La risposta mi è apparsa chiara osservando i volti dei partecipanti: non è per la fiera in sé, e nemmeno per l’ospite speciale, ma è il rito della condivisione, il piacere di sentirsi, per qualche giorno, parte di un ingranaggio diverso, in cui l’individualità si dissolve nella pienezza di una passione comune, proprio come una singola onda che ritrova la sua forza nell’oceano; ogni partecipante porta con sé il peso del proprio mondo, per poi lasciarlo sospeso tra le mura di villa, in un patto tacito di reciproca comprensione.
Anche io vengo presto volentieri presto da questo stato d’animo sereno, nel passeggiare godendo di ogni momento incontro nuovamente i ragazzi del Dark Side of Naples, un’associazione a tema “Guerre Stellari”…
Cominciamo a parlare, nasce una piccola intervista, che, nel pieno spirito della giornata diventa più una piacevole chiacchierata, un momento di condivisione.
Marco, il Presidente, mi descrive la sua esperienza e conferma tutto ciò che ho già scritto: un luogo “lento” e genuino, un ambiente più “casalingo”, per lui che vi partecipa quasi ininterrottamente dal 2016, l’edizione è praticamente stare tra amici.
Pure per lui il Fantasy Day è una fiera da godere in modo diverso, più attenta al territorio e più autentica nel focalizzarsi di più al tema del fantastico.
Continuiamo parlando del futuro di ‘Guerre Stellari’, del nuovo film ‘Il mandaloroiano e Grogu’ e della nostra speranza di vedere in futuro raccontate ancora più varie storie di questa mitologia pop.
Come accennato il tono non è più quello di chi racconta una cronaca a uno che poi la riporta ma, in piena simbiosi con lo spirito dell’evento, quella di due appassionati che condividono chiacchierando i loro hobby.
Alla fine della giornata San Giorgio a Cremano, con la sua storia e le sue atmosfere, si è confermata un palcoscenico ideale per questa sospensione dell’incredulità e le mura della villa assorbono, ancora una volta, una serie infinita di emozioni gioiose, custodendole nello scrigno delle loro memorie di pietra, pronte a narrarle a chiunque saprà ascoltare con l’anima la loro muta voce.
Tornando a casa, con la stanchezza che si scioglie nei ricordi di una gioventù passata in posti come questo, mi chiedo se non dovrebbe essere proprio questo il vero senso di questi eventi: non un’evasione sterile e frenetica, ma una maniera, forse la più sincera, per avvicinarsi ad una cultura e sentirsi, finalmente, liberi.
Alla fine, il Fantasy Day rimane uno dei pochi luoghi dove il tempo si dilata, permettendoci anche di essere, finalmente, ciò che avremmo voluto essere.
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Ambrogio Di Renzo
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