Riflettevo:Da ragazzo quando ascoltavo mia nonna citare un motto, una massima, un detto popolare, un proverbio storcevo un po’ il naso pensavo: roba da vecchi.
Con il trascorrere del tempo ho rivalutato questa forma di pensiero e non solo per il trascorrere della mia età, ahimè!
Li ho rivalutati perché è proprio vero contengono e condensano esperienza secolare, riescono a concentrare in poche parole verità anche complicate e difficili da esprimere diversamente. I proverbi sono considerati l’espressione più immediata della saggezza popolare, non a caso si dice che sono la “saggezza dei popoli”, un patrimonio di conoscenze tramandato e trasferito oralmente. Hanno origini antiche, radicate soprattutto nella cultura contadina, e offrono una sintesi fulminea delle mentalità dei diversi popoli, condensano esperienze di vita, regole di comportamento e osservazioni sulla natura, sulla morale o sul lavoro.
La loro forza comunicativa risiede nell’immediatezza: usano immagini concrete, metafore, sono facili da memorizzare e applicare in contesti diversi.
Ma torniamo al mio proverbio di oggi: “l’erba del vicino è sempre più verde“, forme simili del proverbio sono diffuse in varie culture, in inglese, il suo equivalente è «The grass is always greener on the other side of the fence» (l’erba è sempre più verde dall’altro lato della recinzione) o “on the other side” (dall’altro lato).
È stato rilanciato anche nella cinematografia nel 1960 un famoso film dal titolo: “L’erba del vicino è sempre più verde” (in originale “The Grass Is Greener“), con protagonisti un cast di vera eccezione: Cary Grant, Deborah Kerr, Robert Mitchum, Jean Simmons e molti altri ancora.
Le sue origini o sarebbe giusto parlare di radici sono curiose e provengono dalla esperienza e dalla osservazione condadina.
Secondo questa che è più di una semplice credenza è una realtà, le capre tendono a preferire e brucare l’erba nei pascoli confinanti.
Più in là gli esperti hanno capito la percezione delle capre, che istintivamente ritengono l’erba dei terreni confinanti, più rigogliosa e più verde, ma in realtà è solo la luce del sole che è più perpendicolare e la fa vedere diversa, migliore più appetibile, di quella che cresce sotto le loro zampe, sui terreni dei padroni.
Da qui la mia riflessione mi ha portato a pensare che anche per molti umani accade la stessa cosa delle capre, e tendono ad idealizzare ciò che non gli appartiene o che è fuori dalla loro portata.
Oggi più che mai è evidentemente, in quasi tutti i campi, questa tendenza umana a considerare le situazioni, i beni o la vita degli altri sempre migliori, più facili o più attraenti rispetto alla propria.
Il proverbio infatti simboleggia l’inclinazione a valutare la vita, i beni o le fortune degli altri come superiori ai propri, ignorando i problemi o gli sforzi che si celano dietro quella facciata.
Le situazioni che emergono da questo confronto costante con gli altri, unito alla mancanca di auto-riflessione, sono di due tipologie.
La prima è che non tutto nella realtà è come sembra, che l’apparenza può essere ingannevole, cosa che sui social diventa ancora più evidente, e quindi ritenere, erroneamente, che la vita degli altri sia perfetta e bellissima.
Di contro, quando ci confrontiamo con realtà vere e concrete, non riconosciamo anche le difficoltà, gli sforzi e sacrifici altrui, vediamo solo i loro successi o i lati positivi, che invece ci devono servire come, esempi e modelli, da sprone per fare meglio.
Il significato profondo del modo di dire si articola in molteplici aspetti che comprendono anche invidia e insoddisfazione, come l’incapacità di apprezzare ciò che si ha, concentrandosi invece su ciò che possiedono gli altri.
Quando qualcuno è invidioso di ciò che possiedono gli altri, non apprezza quello che ha.
Il discorso, può essere esteso, diventare più generale, a livello di nazione, di popolo Italiano, di nazione e di patria, e parlare di consapevolezza, di autocritica, di cercare un miglioramento comune ma, partendo da noi per primi.
Quindi volevo parlare di Italiani, perché l’Italia è stata fatta ma gli italiani?
Era il 1861 quando Vittorio Emanuele II assunse il titolo, per se e per suoi discendenti, di “Re d’Italia” e Massimo D’Azeglio scrisse quella frase.
L’italiani no, non sono stati fatti, sono ancora divisi anche nelle cerimonie che ricordano la nostra storia, anche nei discorsi c’è sempre la voglia di dividere, di prevalere, di mostrarsi più valido e più bravo, anche a scapito dell’altro che poi dovrebbe essere tuo connazionale, tuo conterraneo.
Una persona che condivide con te gli usi, i costumi, la storia che parte dagli antichi Romani e che arriva a noi grazie a patrioti che si sono sentiti “Italiani” ancora prima della storia.
Oggi invece persino il politico, piccolo o leader che sia, dimostra il suo essere contro anche all’estero, una specie di auto-masochismo, che così rischia di far male, di danneggiare indirettamente, i proprio concittadini e elettori.
Forse solo il calcio e la nazionale riesce a riunire, anche se anche lì, vedendo gli scarsi risultati siamo fuori dal mondo!.L’”esterofilia” o “xenofilia”, entrambi i termini descrivono la simpatia e l’attrazione, l’amore verso ciò che è straniero, un interesse esagerato per tutto ciò che si fa o si pensa all’estero, proviene dall’estero o da culture diverse dalle proprie.
Così i giocatori, i personaggi politici ecc, senza pensare che questi quando sono migliori, e assolutamente non sempre è così, provengono da nazioni nelle quali il popolo sia pure con idee e opinioni diverse, percepisce il senso di appartenenza, in maniera molto diversa dalla nostra, e si sente fortemente inglese, tedesco, russo, statunitense, francese, ecc.
Indro Montanelli affermava: “quando si farà l’Europa Unita i francesi entreranno da francesi, i tedeschi da tedeschi e gli italiani da europei”.
No, l’italiano è così, e resta così, ad esempio, ama lamentarsi della assenza di meritocrazia ma, è pronto a cercare raccomandazioni anche per le cose più banali.
Si lamenta dei servizi sociali ma, se può, cerca in tutti i modi di non pagare le tasse come qualsiasi cosa anche il biglietto sull’autobus o del metro.
Arriva persino a fingersi portatore di handicap, pur di ottenere eventuali benefici, offendendo chi lo è veramente e deve subire le proprie invalidità.
Si lamenta e poi deteriora la natura, sporca, deteriora le cose pubbliche.
Vorrebbe essere uno stato che garantisce sicurezza ma, è contro chi rappresenta le istituzioni che critica aspramente, vuole un esercito che lo difenda e aiuti a garantire la propria incolumità ma, a suo tempo si è fatto raccomandare per farsi esonerare dal servizio militare.
Si lamenta dei ladri, dei furti poi acquista e ricetta oggetti e pezzi di ricambio di dubbia provenienza favorendo il proliferare di questo mercato clandestino, anziché denunciare i reati.
È fatto così, arriva a stare dalla parte dei delinquenti, contro le istituzioni e chi le difende e le rappresenta.
È pronto a cercare di saltare la a fila, anche alla cassa del supermercato.
E così potrei andare avanti nella politica o meglio nella partitica si diventa ultras, si vuole annientare distruggere l’avversario.
Essere contro la violenza, essere pronto a denunciare chiunque si permetta di osare di dire qualcosa alla tua cerchia e poi invece praticarla, seppure verbalmente, alla prima occasione verso la parte contraria.
Insomma è proprio più forte di noi, una caratteristica genetica endemica: ci piace troppo cercare di fregare il prossimo, una mentalità che diventa cultura permeante della furbizia, menefreghismo e non rispetto del prossimo.
Ma, andiamo anche oltre quando siamo pronti a giudicare, emettere sputare comodamente seduti in poltrona: dove il nostro massimo sforzo e sacrificio è digitare su tastiera o smartphone.
E qui mi viene incontro una, altrettanto famosa, parabola di Gesù, recitata durante il discorso della montagna e riportata nel vangelo di Matteo: “La pagliuzza e la trave“.
Questo brano evangelico invita a non giudicare i piccoli difetti altrui, quando noi stessi abbiamo mancanze molto più grandi.
Fermarsi prima di criticare: quando noti un errore in qualcuno, chiediti se tu fai lo stesso!
Praticare l’autoconsapevolezza: analizza i tuoi comportamenti prima di correggere gli altri.
Anziché scegliere l’empatia, l’antipatia diventa astio, odio che traspare ed emerge anche per banalità.
Riflettevo osservando il comportamento, leggendo commenti e articoli di come, ormai in Italia, si ama sempre di più ciò che non è nostro, un senso di avversione, un sentimento di forte antipatia, quando proprio arrivare a ostilità, ripugnanza, e rifiuto nei confronti in tutto ciò che era Italia.
E sempre più spesso idealizziamo ciò che non ci appartiene, ed è proprio questo che osservo, soprattutto ultimamente, qualsiasi cosa venga solo pensata o riportata da qualche media, anche fazioso e di parte, ecco che scatta l’esaltazione del genio, e di tutte le sue virtù bravura, umanità, carisma rispetto a quanto offre, di contro, il panorama nostrano.
In pratica una sorta di sudditanza psicologica, da una parte e di contro una denigrazione, una critica feroce anche priva di contenuti e consistenza.
Si connota con un vero atteggiamento di deferenza verso usanze, costumi, culture, tradizioni o strutture sociali provenienti dall’estero e che non ci appartengono.
L’esterofilia era già qualcosa, che a mio parere, era poco accettabile ma, nel tempo le cose sono andate avanti, o meglio si sono involute ulteriormente con il passaggio all’OICOFOBIA.
Oikofobia: Italiani che non amano l’Italia!
Oikofobia deriva dal greco: oïkos, ‘casa’, + phobos, ‘paura’ il termine assume più significati in virtù del contesto in cui viene utilizzato.
In ambito sociopolitico, il termine (spesso congiunto a una connotazione critica) indica una tendenza a ripudiare la propria cultura, storia e identità nazionale in favore di altre, in pratica si riferisce a ideologie che paiono ripudiare la propria cultura e lodare quella altrui.
L’oicofobia è un sentimento comune esclusivamente nell’Occidente che trova l’esigenza di denigrare il vecchio curriculum educativo che cercava di trasmetterne i valori umani, i costumi, la cultura e le istituzioni che sono identificabili come “nostri”.
Ultimamente, il termine ha assunto quasi interamente, il significato di questa nuova forma di globalismo senza patria che vuole tagliare le radici storico-culturali alla base della civiltà occidentale, la ripulsa verso la cultura, la storia, le istituzioni e il senso di appartenenza a una nazione, che si spinge fino all’odio delle proprie origini e negazione della realtà materiale.
Nel mondo occidentale è il sintomo di una civiltà che ha smesso di credere in se stessa, che si odia e che non vuole difendere i suoi valori di libertà individuali e democrazia che la contraddistinguono fin dall’antichità.
L’odio per la propria cultura è un sentimento che ricorre nei secoli, tanto che ne parlava già Platone nella sua “Repubblica”.
Negli Stati Uniti questa mentalità, si è molto diffusa, diventando quasi una sorta di religione, complice l’ultra-capitalismo californiano, l’elite liberale straricca e borghese che passa dal perbenismo al perbuonismo, il tutto fermentato nei campus universitari, combinato con il globalismo senza confini, senza regole e senza storia, e frammisto a wokeismo, cancel culture, nelle vesti di correttezza politica (politically correct) dal lessico ipocrita e galateo manierista, un mix letale che ha provocato questa ideologia patologica.
Non è un caso che sia esplosa negli USA perché come l’Inghilterra dopo la Seconda guerra mondiale, anch’essi sono una grande potenza in declino.
Ma, come spiegare questo odio verso noi stessi, la nostra cultura, la nostra identità?
La realtà, la natura, la famiglia, la storia, la civiltà come l’abbiamo finora conosciute, vissute e denominate, sono sbagliate, vanno ridefinite e corrette.
Sono impulsi politici e ideologici che si sposano con la xenofilia, cioè la preferenza per le altre culture aliene alla nostra.
E allora nel mirino possono finire le persone, l’arte, la cultura, il pensiero politicamente scorretto, il nostro passato che tanto li tormenta, un vero e proprio boicottaggio, dove anche l’accoglienza diventa l’escamotage per compromettere l’identità nazionale e rinnegare le proprie radici e tradizioni.
È un fenomeno diffuso in Italia, specialmente tra intellettuali e politologi di nicchia, giornalai prezzolati, che talvolta viene esasperato, estremizzato diventando vera disfunzione e i cui sintomi pilotano isterismo di massa e rabbia repressa.
Gli oicofobi hanno la tendenza, a ripudiare cultura, storia, costumi, istituzioni e tutto ciò che si richiama ad appartenenza, al sentimento, al valore e all’identità nazionale; in generale tutti quelli che non la pensano come loro, vengono bollati come “conservatori”, “sciovinisti” e “razzisti”.
Assistiamo ad un occidente autolesionista che si crogiola nell’odio verso se stesso, che alcuni studiosi storici e sociologi hanno già definito “il suicidio assistito della civiltà occidentale”, abbracciando altre culture, non riuscendo ad avere l’intelligenza che sia possibile imparare da altre tradizioni, senza per questo rinnegare il proprio patrimonio.
Più abbracciamo la diversità culturale, più ci allontaniamo dalle origini e quindi dalla comprensione della nostra cultura, e questa nostra dolosa ignoranza, diventa debolezza, della quale possono approfittare altre culture: prima fra tutte l’Islam radicale e globale, che già lo stabilisce nella sua religione.
L’Europa di oggi è un Europa dove il cristianesimo sta scomparendo, san Giovanni Paolo II, già nel 2003, nell’esortazione apostolica post-sinodale “Ecclesia in Euoropa” con profetica lungimiranza definiva come “apostasia silenziosa”.
Alla radice dello smarrimento, dell’incertezza, del disorientamento di tanti uomini e donne Wojtyla vedeva emergere con chiarezza il “tentativo di far prevalere un’antropologia senza Dio e senza Cristo, dimenticando che non è l’uomo che fa Dio ma, Dio che fa l’uomo”.
Come anche il discorso più celebre e discusso di Joseph Ratzinger sull’Occidente, la lectio magistralis tenuta il 12 settembre 2006 all’Università di Ratisbona (Regensburg), in cui ha invitato a riflettere sulla crisi della civiltà occidentale, sull’autocritica della civiltà occidentale.
Ratzinger ha messo in guardia contro quello che definiva un “odio di sé” dell’Occidente, ovvero una condizione patologica per cui tende a vedere della propria storia e cultura solo gli aspetti distruttivi, dimenticando i valori universali e spirituali che l’hanno resa grande.
L’occidente ha ribadito rischia il declino se non riconosce i propri fondamenti morali, tra cui l’inviolabilità della dignità umana e dei diritti fondamentali.
Questo tipo di pensiero ha aperto un vastissimo spazio per il libero sviluppo del “nichilismo” in tutti i campi: filosofico, storico, politico, religioso, sociale un virus che causa di divisioni nette all’interno di diverse nazioni e popoli, come vediamo oggi anche in Italia.
Una sorta di decostruzione, dove viene smontato a un pezzo per volta l’esperienza dell’appartenenza, le idee di “nazione” e “identità nazionale” alla quale viene preferita un’esistenza senza radici fondata “sul nulla”.
Il processo culturale è stato quello che è andato dalla idea di “assimilazione” progressivamente sostituita da quella di “integrazione” e, successivamente, di “inclusione”, fino ad una “dis-identificazione” che porta a “non essere più nessuno”.
L’esterofilia italiota, passa anche dal non saper ammirare ciò che il nostro Paese ci offre, il non saper apprezzare il nostro passato (e quindi non saperlo valorizzare), il non essere fieri delle proprie origini e di se stessi.
Tutto questo non significa però essere stupidamente ancorati al passato, ma la vita umana ha bisogno della storia.
A mio parere, l’abbattimento e il rifiuto della storia è dannoso e pericoloso, perché rinunciare alla storia svilisce un popolo, lo rende debole, malleabile e soggetto a influenze esterne.
Non si può dileggiare, sminuire, persino annullare e disconoscere una lunga storia “comune”, distruggere ogni possibile riferimento alla propria identità, intesa non nelle forme retrive del nazionalismo, ma nel suo essere un modello sociopolitico di integrazione, una realtà viva, concreta, e caratterizzata da un profondo radicamento tradizionale, da un costume ben definito, oltre che da complesse dinamiche sociali che investono il bisogno di appartenenza degli individui.
Ci vorrebbero diseredare delle nostre convinzioni più profonde, di quella fiammella che tiene acceso il senso di appartenenza alla nostra terra e a ciò che ci appartiene, di quell’istinto di aggrapparci a ciò che amiamo per proteggerlo da degrado e violenza.
La “Nazione” invece è un potente deterrente contro le minacce tanto dell’anarchia quanto del dispotismo.
Questa tragica sentenza può essere adattata a una miriade di problemi che avversano il Belpaese, uno di questi, senza dubbio, è la forte, a tratti eccessiva, esterofilia che diventa oicofobia e che una parte degli italiani per moda, snobbismo e dolosa falsa cultura ha fatto diventare uno stile di vita.
La soluzione verso tutti questi problemi non può essere altro che obiettività e consapevolezza.
Sebbene a volte possano sembrare contraddittori o basati su generalizzazioni, i proverbi continuano a mantenere intatto il loro fascino perché colgono l’essenza dell’esperienza umana, adattandosi e resistendo al passare dei secoli.
Buona riflessione.
Roberto Kudlicka
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