Per la prima volta nella storia dell’AI, le aziende che hanno costruito questa tecnologia si preparano a quotarsi in borsa. SpaceX di Elon Musk già questa settimana, Anthropic di Dario Amodei e OpenAI di Sam Altman entro l’anno. Mario Moroni, lei segue questo mondo da vicino con il Caffettino, uno dei podcast italiani più seguiti su tecnologia e innovazione. Come legge questo momento?
Il mondo dell’intelligenza artificiale sta cercando un punto fermo. Dopo anni di speculazione e lanci continui, il mercato è arrivato a una soglia: l’AI generativa non stupisce più. Ci serve più o meno tutto, in teoria, ma nella pratica la usiamo poco e male. E ognuno scommette che sia l’altro a fermarsi per primo. Questo però non significa che l’intero mondo dell’AI stia rallentando: infrastrutture, machine learning e applicazioni strategiche continuano ad attrarre capitali e attenzione. Le IPO servono proprio a questo: dare stabilità a un mercato che si sta consolidando e rafforzare tecnologie che stanno diventando sempre più centrali. In questo scenario, la quotazione di SpaceX è forse la più interessante per capire dove sta andando il settore per tre motivi.
Quali?
Il primo è la trasparenza. Finché sei privato puoi raccontare molto, ma mostrare poco. Quando ti quoti devi mettere sul tavolo numeri, risultati e prospettive. Da questo punto di vista Musk si espone molto più di quanto abbia mai fatto in passato. Il secondo è che ha fatto i compiti a casa. Ha preso una serie di attività che da sole bruciavano cassa o avevano meno valore e le ha messe attorno all’unico asset davvero forte, SpaceX. Con xAI e le altre operazioni ha costruito un pacchetto che oggi appare molto più solido e coerente.
L’ultimo?
Il terzo, e forse il più interessante, è che è riuscito a rendersi indispensabile. Con Starlink, i contratti strategici e i rapporti costruiti con aziende come Google e Anthropic, si è messo in una posizione particolare: guadagna anche quando sono gli altri a correre. È come il fornaio che affitta il forno. Non importa chi fa il pane, lui incassa comunque. Ed è una posizione che non si costruisce in pochi mesi, ma in anni di lavoro.
Una delle caratteristiche di Musk è la capacità di trasformare progetti che sembrano futuristici in infrastrutture strategiche. È successo con SpaceX nei rapporti con la NASA, è successo con Starlink in Ucraina. Quanto pesa questa capacità nel momento in cui si presenta al mercato?
Pesa molto, perché Musk non vende solo tecnologia: vende l’idea di essere diventato indispensabile. E qui emerge uno dei grandi paradossi di questa fase storica: mentre negli Stati Uniti cresce lo scontro economico e tecnologico con la Cina, una parte importante dell’impero industriale di Musk continua a poggiare anche sui rapporti con Pechino. La sua forza è tenere insieme industria, politica e visione del futuro. Che creda davvero o meno a Marte conta relativamente: quella narrazione serve a giustificare investimenti enormi in energia, infrastrutture e capacità di calcolo per l’AI. Il vero tema, però, resta la concentrazione di un potere tecnologico sempre più grande nelle mani di una singola persona.
Dietro queste tre IPO ci sono anche tre modi molto diversi di raccontare l’intelligenza artificiale…
Chi non segue la tecnologia con continuità rischia di rimanere confuso, perché in questo momento stanno cambiando tutte le narrazioni. Amodei ha costruito una storia molto forte attorno all’etica e alla sicurezza, ma c’è sempre una linea sottile tra etica e marketing, e gli addetti ai lavori tendono a guardare oltre il racconto. Su Musk succede quasi il contrario. Viene spesso descritto come l’impero del male, però poi utilizziamo gran parte delle tecnologie che ha contribuito a costruire. Prima o poi bisogna fare i conti con questa contraddizione. Altman, invece, è probabilmente quello che si trova nella posizione più difficile.
Perché?
Essere stati i primi non basta più. Il fatto che Altman stia correggendo alcune delle posizioni che hanno definito la narrazione di OpenAI è il segnale che il settore sta cambiando. E in fondo la competizione è anche questa: gli investitori non comprano solo tecnologia, ma una visione credibile del futuro.
L’AI viene spesso raccontata come una trasformazione inevitabile. Abbiamo ancora il tempo di adattarci?
È la grande differenza rispetto alle rivoluzioni tecnologiche del passato. Con la rivoluzione industriale o con Internet abbiamo avuto decenni per capire come integrare queste tecnologie nella società. Oggi i cambiamenti arrivano molto più velocemente e il tempo per adattarsi sembra essersi ridotto drasticamente.
Quindi il problema non è solo la velocità del cambiamento tecnologico?
No. Il problema è anche la confusione. Continuiamo a mettere sotto la stessa etichetta cose molto diverse: l’AI generativa dei chatbot, l’AI utilizzata nelle infrastrutture critiche, quella impiegata in ambito militare. Hanno funzioni, obiettivi e implicazioni completamente differenti, ma nel dibattito pubblico vengono spesso trattate come un unico fenomeno. Questa confusione alimenta movimenti anti-tech sempre più radicali, che utilizzano il tema dell’intelligenza artificiale per riaprire fratture politiche e culturali già esistenti. La discussione finisce così per polarizzarsi attorno a domande sbagliate: siamo favorevoli o contrari all’AI? Siamo favorevoli o contrari al nucleare perché serve all’AI? In realtà le questioni sono molto più complesse.
La politica sta riuscendo a spiegare questa complessità?
Mi sembra di no. Oggi manca soprattutto una lettura politica capace di distinguere i diversi livelli del problema e di spiegare alle persone che cosa sta davvero accadendo. Altrimenti il rischio è che la polarizzazione continui a crescere. Paradossalmente, la tecnologia che un tempo sembrava allargare il mondo oggi viene percepita come uno strumento che lo frammenta. L’idea di un’unica rete globale sta lasciando spazio a ecosistemi sempre più separati. Ed è una trasformazione che nessuna IPO può risolvere.
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di Adele Sarno
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