Pubblichiamo una riflessione del prof. Claudio Resta sull’impoverimento della cultura e del gusto musicale (ovvero della capacità di apprezzare la musica). E, accanto a questo apprezzato contributo, un ricordo del nostro direttore sullo strardinario maestro Domenico Bartolucci, scomparso 13 anni fa, che di questa crisi aveva previsto (e denunciato) l’arrivo.
Il tradimento della grande tradizione: da Platone a Rousseau
Prima che l’idealismo italiano compisse il suo “delitto”, la musica era considerata la chiave di volta del sapere e dell’ordine cosmico.
L’Antichità e il Medioevo: Per Platone (Repubblica), la musica era lo strumento educativo per eccellenza, capace di plasmare l’anima e lo Stato (l’innovazione musicale per lui era anticamera della rivoluzione politica). Quintiliano la riteneva indispensabile per la formazione dell’oratore, e Boezio la codificò nel Quadrivium delle scienze matematiche come Musica Mundana e Humana: non intrattenimento, ma struttura stessa dell’universo e della mente.
Il Rinascimento e l’Illuminismo: Questa visione pitagorico-platonica rinasce con Marsilio Ficino e la sua magia musicale, e si riflette nella filosofia della natura di Giordano Bruno. Spingendoci più avanti, per Rousseau (che era anche compositore e teorico del linguaggio) la musica è l’origine stessa della parola e del sentimento; per Goethe, è l’elemento dionisiaco purificato, capace di dialogare con il divino.
In Europa questa linea non si è mai spezzata.
La musica italiana in Europa nei secoli passati ha sempre goduto della massima considerazione, tanto che fino a Mozart l’italiano è stata la lingua esclusiva dell’Opera.
In un recente documentario girato a Mosca sulla Piazza Rossa venivano intervistati dei comuni passanti e alcuni di essi erano in grado di cantare improvvisando delle arie d’opera classiche italiane. Chi mai saprebbe farlo oggi in Italia!
In Germania, la musica è rimasta Wissenschaft (scienza, conoscenza).
In Italia, invece, è stata progressivamente declassata a “mestiere”.
Quello che è avvenuto in Italia è anche effetto dell’ignoranza della classe politica attuale.
Infatti la classe politica ed educativa odierna è la figlia legittima e degenerata di questo percorso.
Se i politici del passato (anche i cattolici e i comunisti della Prima Repubblica) avevano comunque una solida formazione umanistica vecchio stampo (pur con i limiti crociani), la classe dirigente attuale ha perso la cultura letteraria senza però acquisire quella scientifico-musicale.
Il risultato è il vuoto assoluto: un’ignoranza analfabeta e fiera di sé, che vede nei teatri d’opera solo “voci di costo” da tagliare e nella musica un bene di consumo intercambiabile, utile al massimo per fare da sottofondo a qualche evento di propaganda.
La triade idealista: De Sanctis, Croce, Gentile
Il processo di ghettizzazione della musica nella scuola e nella cultura d’élite italiana si compie in tre tappe magistrali e nefaste.
Francesco De Sanctis: Il peccato originale dell’Unità
Quando De Sanctis imposta l’architettura culturale dell’Italia unita, compie una scelta drastica: la spina dorsale dell’identità italiana deve essere la letteratura. La lingua scritta era l’unico collante possibile per un popolo diviso da dialetti e secoli di dominazioni. In questo disegno “logocentrico” (incentrato sulla parola), la musica viene vista con sospetto. È considerata un’arte sensuale, legata al vecchio mondo delle corti o all’intrattenimento semianalfabeta del melodramma. Escludendola dalle Università e confinandola nei Conservatori (allora visti quasi come scuole professionali o orfanotrofi assistenziali, fedeli all’etimologia del nome), De Sanctis crea la figura dell’intellettuale italiano “analfabeta musicale”.
Benedetto Croce: La musica come arte “inferiore”
Croce codifica filosoficamente questa discriminazione. Nella sua Estetica, l’arte è “intuizione lirica”. Ma per Croce, la massima espressione di questa intuizione è la parola poetica. La musica, non avendo un contenuto semantico preciso, viene vista come un’arte “vaga”, quasi pre-razionale, incapace di esprimere l’alto concetto storico e filosofico. Quando Croce scrive della storia dei teatri napoletani, fa storia sociale e letteraria: i musicisti sono artigiani dello sfondo. L’estetica crociana separa nettamente la “Cultura” (la filosofia, la storia, la letteratura) dalle “arti pratiche” o puramente emotive, tra cui la musica.
Giovanni Gentile: La Riforma e la definitiva condanna all’intrattenimento
Il colpo di grazia strutturale arriva nel 1923 con la Riforma Gentile. Gentile, coerente con l’attualismo e la supremazia della filosofia e delle materie umanistico-letterarie, organizza la scuola italiana in modo rigidamente gerarchico:
Al vertice il Liceo Classico, la fucina della futura classe dirigente, basata sul primato della parola, della storia e del pensiero astratto.
Alla musica viene negato qualsiasi statuto formativo o scientifico. Viene considerata un mero ornamento, un elemento di svago o un’abilità tecnica.
Se non serve a formare il “pensiero”, non ha posto nella scuola dei governanti. I risultati di questa riforma li paghiamo ancora oggi: l’ora di musica nelle scuole medie è spesso ridotta a un rito frustrante (il flauto dolce non quello di legno che adoro ma quello di plastica usato come succedaneo per il basso costo), priva di qualsiasi aggancio alla storia delle idee, all’analisi formale o alla filosofia della musica.
Il melodramma ridotto a “canzonetta” e la fuga dei cervelli
L’esito di questa secolare diffidenza della classe politica e intellettuale è esattamente quello che descrivi. Il melodramma, che per Verdi e Rossini era un laboratorio di drammaturgia totale e di confronto (spesso aspro) con i modelli europei, è stato recepito dal grande pubblico italiano solo nella sua dimensione superficiale: il “belcanto”, l’acuto del tenore, il fischio al soprano. Consumato come feticcio, non come struttura musicale complessa.
E l’analogia che si può fare con la situazione odierna della letteratura è tristemente vera: quando si perde la capacità di comprendere le strutture complesse (che siano la forma-sonata di Beethoven o la struttura di un grande romanzo), la cultura si appiattisce sul consumo immediato, sulla canzonetta o sullo “strillo dei premi letterari”.
La citazione di Alberto Basso sul Settecento è illuminante: già allora, mentre l’Europa del Nord (Bach, Händel) metabolizzava la lezione italiana per trasformarla in un pensiero strumentale monumentale, l’Italia si cullava nel primato dell’intrattenimento vocale, avviandosi alla provincializzazione e al degrado.
Espressione di tale degrado è stata, secondo me (anche se qualcuno non sarà d’accordo), la involuzione del Festival di Sanremo dagli anni Ottanta del Novecento in poi, che dopo le felici e genuine manifestazioni di cultura popolare degli anni Sessanta e Settanta si è allontanato in una direzione sempre più commerciale ed autoreferenziale.
Purtroppo dopo il Concilio Vaticano II anche la Chiesa Cattolica si è adeguata a tale indirizzo di iconoclastia musicale proprio nella liturgia della Santa Messa.
E così si è passati dalla sublime musica sacra di Bach, Händel, Mozart, ma anche di Rossini, Verdi, giusto per nominare solo i più noti, e di tanti altri, alla improvvisazione cialtronesca e dilettantesca delle messe beat e non beat post-conciliari dagli anni Sessanta del Novecento in poi.
Si tratta di un effetto dell’abolizione della figura del Maestro di Cappella, il quale grazie anche alla sua preparazione culturale, tecnica e professionale era in grado di fornire una offerta musicale qualificata.
Qualcuno parlerà di una democratizzazione musicale ma in realtà si tratta solo di un livellamento verso il basso del gusto, ed anche di uno scivolamento da una dimensione spirituale della musica ad uno più materialista, consumista ed effimero.
Non era richiesta una cultura alta o media per apprezzare i grandi musicisti tedeschi del Settecento come Bach, Händel o Mozart, che giungono in maniera non mediata ma diretta al cuore ed all’anima dell’ascoltatore procurando un’estasi spirituale.
Tra l’altro mi permetto di osservare che la scelta, secondo me inopinata, di abbandonare la tradizione musicale liturgica ha avuto un effetto divergente nelle direzioni artistiche delle diverse parrocchie alimentando una sorta di anarchia, di “liberi tutti” liturgici con la perdita di un indirizzo formale comune ed universale nelle forme e nella estetica liturgiche.
E sappiamo bene che la forma è anche contenuto…
Fortunatamente però questo nuovo Papa Leone XIV non sembra lasciarsi influenzare affatto dalle mode e dalle consuetudini dominanti grazie alla sua forte personalità indipendente. Da tutti anche dall’Imperatore…
Anche in questo senso sembra avviato verso una buona strada, tra le altre cose anche verso il ripristino delle tradizionali forme liturgiche, anche in senso musicale…
Claudio Resta
Un ringraziamento anche a Fernando De Luca per il suo prezioso contributo storico
Domenico Bartolucci, il maestro della musica sacra tra tradizione e riconoscimento di Benedetto XVI
Domenico Bartolucci (1917–2013) è stato una delle figure più alte e rappresentative della musica sacra del Novecento, compositore, direttore di coro e sacerdote, nonché per decenni guida della Cappella Musicale Pontificia “Sistina”. La sua vita si è svolta interamente all’interno della Chiesa e della sua tradizione musicale, che egli ha interpretato non come semplice patrimonio artistico, ma come dimensione viva della liturgia e della preghiera. In un’epoca segnata da profonde trasformazioni culturali e liturgiche, Bartolucci è rimasto fermamente legato alla grande scuola polifonica romana, considerandola il cuore identitario della musica sacra occidentale.
Formatosi a Firenze tra seminario e studi musicali, Bartolucci mostrò fin da giovane una doppia vocazione, sacerdotale e artistica. Ordinato sacerdote nel 1939, unì progressivamente l’attività pastorale alla composizione e alla direzione musicale, maturando un linguaggio profondamente radicato nel canto gregoriano e nella polifonia rinascimentale. Quando si trasferì a Roma, entrò nei principali centri della musica sacra pontificia, fino a diventare una figura centrale della vita musicale vaticana. Nel 1956 fu nominato maestro direttore perpetuo della Cappella Sistina, incarico che avrebbe mantenuto per oltre quarant’anni, segnando in modo decisivo la fisionomia musicale delle celebrazioni papali.
La sua direzione si caratterizzò per un’impostazione rigorosa e coerente, volta a preservare il patrimonio della tradizione, in particolare l’eredità di Palestrina, che Bartolucci considerava modello insuperato di equilibrio tra testo sacro e struttura musicale. In questo contesto, la Cappella Sistina sotto la sua guida divenne uno dei centri più autorevoli della musica liturgica internazionale, nonostante il progressivo mutamento del gusto e delle pratiche musicali nel periodo post-conciliare. Accanto all’attività direttoriale, Bartolucci sviluppò anche una vasta produzione compositiva, che comprende messe, mottetti e opere di carattere sacro, tutte segnate da una scrittura sobria, contrappuntistica e profondamente legata alla funzione liturgica della musica.
Con il passare degli anni, tuttavia, il suo ruolo venne progressivamente ridimensionato, fino alla rimozione dalla guida della Cappella Sistina nel 1997, un passaggio che segnò una frattura simbolica tra la tradizione musicale classica e le nuove sensibilità liturgiche. Per molti osservatori, quella scelta rappresentò non soltanto un cambio di direzione artistica, ma anche un diverso modo di intendere il rapporto tra musica e liturgia nella Chiesa contemporanea.
La Cappella Sistina e la fedeltà alla tradizione polifonica
Per tutta la sua vita artistica, Bartolucci rimase fedele a un’idea precisa di musica sacra: non intrattenimento, né espressione soggettiva svincolata dal rito, ma forma alta di servizio alla liturgia. In questa prospettiva, la Cappella Sistina sotto la sua direzione non fu soltanto un coro pontificio, ma un laboratorio vivente della tradizione polifonica, in cui il canto gregoriano e la musica rinascimentale venivano custoditi come linguaggio privilegiato della preghiera ecclesiale.
La sua impostazione estetica e spirituale si opponeva a qualsiasi rottura radicale con il passato, convinto che la modernità musicale dovesse dialogare con la tradizione senza cancellarla. In un periodo in cui la musica liturgica conosceva forti sperimentazioni e contaminazioni stilistiche, Bartolucci difese con fermezza la centralità della chiarezza contrappuntistica, della comprensibilità del testo sacro e della dimensione contemplativa del suono. Questa posizione, talvolta criticata come conservatrice, si rivelò per molti anche una forma di resistenza culturale a quella che egli considerava una progressiva perdita di sacralità del linguaggio musicale.
Nonostante le tensioni e le difficoltà istituzionali degli ultimi anni del suo mandato, la sua influenza rimase significativa, tanto che la sua figura continuò a essere un punto di riferimento per studiosi, musicisti e interpreti della musica sacra tradizionale anche dopo il suo allontanamento dalla direzione della Cappella Sistina.
Il riconoscimento di Benedetto XVI e l’eredità spirituale e musicale
La rivalutazione pubblica della figura di Domenico Bartolucci avvenne in modo significativo con il pontificato di Benedetto XVI, il quale da teologo e pastore aveva sempre mostrato una particolare sensibilità per la musica sacra come parte integrante della liturgia. Joseph Ratzinger aveva più volte sottolineato il valore della grande tradizione musicale della Chiesa, riconoscendo nella polifonia e nel canto gregoriano non semplici forme artistiche, ma espressioni teologiche del mistero cristiano.
In questo contesto, il recupero della figura di Bartolucci assunse un significato altamente simbolico. Nel 2010, Benedetto XVI lo elevò al cardinalato, gesto che fu interpretato come un atto di riconoscimento verso una vita interamente dedicata alla musica della Chiesa e alla custodia della sua tradizione più antica. La nomina, avvenuta quando Bartolucci era ormai quasi novantaquattrenne, non ebbe carattere gestionale, ma rappresentò una vera e propria dichiarazione di stima verso un percorso artistico e spirituale coerente e fedele.
Il riconoscimento papale non fu soltanto un onore personale, ma anche un segnale culturale più ampio, che riaffermava il valore della musica sacra come dimensione essenziale della liturgia cattolica. In questo senso, la figura di Bartolucci venne riletta come quella di un testimone di continuità, capace di tenere insieme secoli di tradizione musicale ecclesiale in un tempo di profonde trasformazioni.
Oggi l’eredità di Domenico Bartolucci continua a vivere attraverso le sue composizioni, le esecuzioni della Cappella Sistina e le attività di studio e diffusione del suo repertorio. Ma soprattutto permane come testimonianza di una visione della musica sacra in cui arte, fede e liturgia non sono dimensioni separate, bensì parti di un’unica esperienza spirituale.
Salvatore Izzo
Nella foto: il card. Domenico Bartolucci nel bel ritratto di Renato Missaglia
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