Da quando la mia città è tornata di moda, come lo era stata nel 1700, all’epoca d’oro del Grand Tour e poi nell’Ottocento quando è nato il turismo, tutti corrono a vedere le storie che i miei concittadini sono capaci di inventarsi ogni giorno, ma, in special modo, la domenica.
Questa, dunque, per la sottoscritta, è diventata la giornata dedicata alle grandi pulizie. Dal momento che, qualunque altro velleitario progetto si pensi di condurre fuori dalla propria abitazione di domenica, è destinato al fallimento.
Non solamente per l’impossibilità di raggiungere una qualunque meta, bloccati nel traffico, ma pure per la folla, che si accalca incredibilmente per un semplice cono gelato.
Un turismo estremamente mangereccio che funziona da DIETA salutare per me. Folla per la pizza, per la cedrata, persino per l’acqua, limone e bicarbonato, che, prima della scoperta, ha valso un gratuito ben servito a un ragazzino che mi si avvicinò chiedendomi informazioni a proposito delle cosce aperte e se ne andò a bocca aperta.
Solo il pomeriggio, quando ho raccontato sgomenta quello che mi aveva chiesto il giovanotto, e cioè dove trovare la ‘buona a cosce aperte’ canzonandomi, la figlia della portiera mi ha spiegato che gli acquafrescai hanno fatto di questa secolare tradizione, usata sostanzialmente per digerire la pesante cucina nostrana, un brand!! UN brand! Già la parola mi mette il nervoso.
E, quindi, è per non bagnarsi mentre si beve, dal momento che il bicarbonato se aggiunto al bicchiere ricolmo di acqua e limone strabocca dallo stesso, che il bevitore arretra e divarica le gambe per non sporcarsi: da qui le cosce aperte.
Mentre, banalmente, prima si metteva meno acqua e si beveva civilmente. Da non crederci c’è persino la lista dei posti speciali, in cui si può bere, con tanto di genealogia dei proprietari! Follia.
Mi godo il venticello fresco che passa dalle imposte lasciate a metà, che impediscono al sole di giugno, già caldo, di impossessarsi delle mie stanze. La riserva di detersivo lascia un po’ a desiderare e, consultandomi con le mie forze quotidiane, valuto che posso farcela a raggiungere l’emporio cinese all’angolo, dove già so che troverò il modo di spendere una quota in cianfrusaglie colorate, che mi sembreranno attraenti e indispensabili.
Adoro i cinesi e i loro negozi, pieni di cose che posso permettermi, con colori che non sapevo esistessero. Ci vado completa del mio ombrellino di carta, parasole, allungando gli occhi per cominciare la mia sfida con Maylin, figlia dei proprietari e mia consulente speciale nella ricerca dei tesori di cartoleria che le mie braccia non riescono a raggiungere, né verso il basso né verso l’alto.
Appena entrata non la vedo. Saluto i genitori che confabulano tra loro e mi rispondono distrattamente; mi dirigo quindi decisa a non guardarmi in giro e risparmiare fondamentali euro della pensione, verso il reparto detersivi.
Proprio lì, in un angoletto, in lacrime, Maylin sta completamente vestita, ma con il salvagente a testa di cigno attorno alla vita e una paletta sconsolata in un una mano.
– Tesoro mio! Che succede?
– Zia Tita! Il nostro negozio non chiude mai! Nemmeno la domenica. Io voglio andare a mareeeeeeee, voglio andare a mareeeee pure io…
Pianto disperato.
Accorre la mamma che la sgrida, ma si vede che le spiace. A quel punto, la mia dose di incoscienza, o forse gli effetti di un diabete alimentare che non so di avere, mi spingono a insistere, garantendo che sono vecchissima ma affidabile, che la bambina non lascerà la riva del mare se non in compagnia di cigno, delfino e alligatore di gomma e che la sottoscritta si doterà di quel favoloso cappello/ombrellone dalla modica cifra, per osservarla con tanto di sedia in acqua, sedia da regista rinforzata nella seduta con doppia plastica dura.
A quel punto chiamiamo un taxi, pattuiamo un compenso adeguato alle risorse familiari e mie e ci avventuriamo nel traffico cittadino.
Dopo mezz’ora di traffico, sono stordita dalle chiacchiere del tassista che litiga con la moglie in vivavoce, da un’entusiasta Maylin che parla a ciclo continuo con cigno, alligatore e delfino, dal relativo caldo e dalla voglia di schiaffeggiarmi da sola, un attimo dopo di troppo, quando voglio salvare il prossimo, ma non sono sicura di sopravvivere io.
Eppure… finalmente arriviamo.
Davanti a noi si apre una selva di ombrelloni e sedie colorate, non sono certa di vedere nemmeno il mare. Ma Maylin trova un varco e zompettante, ricoperta da animali di gomma, si fa largo e arriva all’acqua.
Io vengo soccorsa da un ventenne palestrato, preoccupatissimo che tiri le cuoia sopra il suo lettino, dove mi sono per un attimo appoggiata per non svenire, e, per evitarlo, mi conduce in riva, mi apre sedia e cappello/ombrellone e mi augura una buona giornata, mentre io riesco solo a muovere la testa per ringraziarlo, ma fiato e parole non vengono fuori.
Intanto, Maylin ha fatto amicizia con un gruppetto di bambini, si scambiano i gonfiabili e le canzoncine. Io, con i piedi a mollo, tiro un sospiro di sollievo e mi guardo intorno, cercando di ricordare l’ultima volta che sono stata su questa spiaggia.
Mi ha sempre scoraggiato la folla oceanica tra spiaggia e mare, ma devo ammettere che visti da vicino, ci sono volti sereni e divertiti.
Sono i primi bagni della stagione: alla mia destra vedo una giovanissima portatrice di handicap e, penso, sua sorella, che mangiano del riso all’insalata direttamente da una vaschetta argentata, ridacchiano.
La mamma le copre di crema, di carezze, di improperi quando le sporcano l’asciugamano steso come una reliquia tra due lettini. Io sono coperta come un Tuareg senza cammello, e mi sento inspiegabilmente bene.
Lo spirito di adattamento mi ha salvato tante volte la vita. Mi sono rifiutata di abbandonare la mia postazione prima delle 21.
A tramonto conclamato, Maylin è addormentata a cavallo dell’alligatore, che ha perso la baldanza della mattina e sgonfio, ma ancora comodo, guarda malinconico una paletta abbandonata a favore della sua palpebra destra.
Io riesco ad alzarmi dalla sedia, solo grazie ai giri attorno alla stessa che ho fatto ogni venti minuti. Due giri ogni venti minuti, per evitare che mi prelevasse il carro attrezzi.
Il biondino palestrato mi ha portato un bel caffè freddo a metà pomeriggio ed è venuto a salutarmi prima di andar via, presentandomi la mamma al telefono, che non credeva ci fosse una vecchia seduta in acqua.
Finalmente, i genitori di Maylin, chiuso il negozio, sono venuti a prelevarci.
È buio. La spiaggia è vuota, il mare è calmo, Maylin è felice, i genitori grati, io cerco di fare pace con la mia città e i suoi abitanti… ma ho bisogno di un po’ di tempo, aspetto lunedì per parlarle.
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Barbara Napolitano
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