Il Nuovo Mondo: Serio davanti, Guerra dietro


Bandar Abbas brucia, i tassi europei salgono, le fabbriche italiano tremano e in Belgio si elegge la chioma più ribelle. Sembrano mondi separati. Ma la stessa mano invisibile che regola l’economia e sospende il cessate il fuoco disegna anche la nuca di un campione di tolleranza. Questo editoriale non cerca nessi logici: li subisce. E li restituisce come un unico, inquietante ritratto dell’uomo del 2026.

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Non si può capire il 26 maggio 2026 se si continua a tenere separate la cronaca di guerra, la pagina economica e la terza pagina di costume. Il guaio – per chi scrive, ma anche per chi legge – è che nessuno di noi è più allenato a vedere l’insieme. Siamo stati addestrati a frammentare, a etichettare, a dire “questa è politica estera” e “questo è un vezzo da rotocalco”. Ma il mestiere del giornalismo, quello vero, quello che non si vergogna di usare la prima persona plurale, consiste nel restituire la vertigine del reale. E la vertigine, oggi, è questa: mentre i caccia F-35 americani colpiscono navi posamine della Guardia Rivoluzionaria iraniana nello Stretto di Hormuz, violando un cessate il fuoco già fragile, e mentre Teheran promette una risposta “oltre la regione”, a ottomila chilometri di distanza, in un villaggio belga chiamato Audregnies, una signora di sessant’anni con i capelli grigio argento tagliati a mullet dice all’AFP: “Mi sento benissimo, e non ho ancora preso antidepressivi”. E viene scattata la foto. E quella foto fa il giro del mondo insieme alle mappe dei siti missilistici.

L’operazione intellettuale che ci viene richiesta – e che questo giornale ha il dovere istituzionale di compiere – non è quella di stabilire un rapporto di causa ed effetto tra l’esplosione di Bandar Abbas e la proclamazione di Berenice e Samuel, quarantaquattro e quarantasei anni, come campioni europei del mullet 2026. Sarebbe ridicolo. Ma è altrettanto ridicolo, e molto più pericoloso, credere che si tratti di due piani della realtà senza alcuna connessione. La connessione esiste, eccome. Si chiama spirito del tempo. Ed è un spirito bifronte, diviso esattamente come l’acconciatura che sta riconquistando l’Europa: serio davanti, festa dietro. Davanti, la maschera della disciplina, della responsabilità, del calcolo strategico. Dietro, il bisogno insopprimibile di liberazione, di caos, di piacere immediato, di un gesto che dica “io non mi piego”.

Prendiamo la guerra. Il portavoce del Centcom, Timothy Hawkins, spiega che gli Stati Uniti hanno condotto “attacchi di autodifesa” contro imbarcazioni iraniane che tentavano di posizionare mine. La televisione di Stato iraniana mostra immagini di esplosioni nei pressi di Bandar Abbas. I Pasdaran rivendicano di aver aperto il fuoco contro droni e caccia americani. E il segretario di Stato Marco Rubio, quasi recitando un copione già scritto, dichiara che “un accordo è ancora possibile” e che lo Stretto di Hormuz “va riaperto, in un modo o nell’altro”. È il linguaggio della faccia seria: la ragion di Stato, la deterrenza, la geopolitica dei blocchi. Ma sotto quella faccia, cosa bolle? La stessa irrequietudine, la stessa insofferenza per le regole che spinge migliaia di persone a radunarsi in Belgio per sfoggiare una chioma che negli anni Ottanta era considerata il simbolo del cattivo gusto. Non è un caso che il portavoce della manifestazione belga, tale David Hubert alias Edgar Funkel, dica: “Il mullet è aperto agli altri, alla diversità, all’avventura. Ha un lato selvaggio”. “Selvaggio” è anche l’aggettivo che verrebbe in mente a un diplomatico osservando la condotta americana nel Golfo: si firma una tregua, si avviano negoziati in Qatar, e nel frattempo si bombardano le postazioni iraniane. Ma iracheno? Sì. Ma anche profondamente umano.

Il punto è che l’uomo del 2026 non sopporta più la coerenza. La giudica noiosa, forse impossibile. E così lo Stato si comporta come l’individuo: davanti una posizione ufficiale (“manteniamo la moderazione durante il cessate il fuoco”), dietro una condotta opposta (“colpiamo per legittima difesa preventiva”). Ed è esattamente quello che il campionato del mullet celebra, con una sincerità quasi brutale: l’accettazione pubblica della contraddizione. I concorrenti non cercano di nascondere il loro lato ribelle dietro un taglio convenzionale. Lo espongono, lo mettono in mostra, lo sottopongono al giudizio di una giuria che premia non solo l’estetica ma i “valori come la tolleranza, la gentilezza e la libertà di essere se stessi”. Proviamo a sostituire quelle parole: tolleranza, gentilezza, libertà di essere se stessi. Non sono forse le stesse virtù che mancano ai tavoli di Doha, dove si trattano i 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati? Non sono forse le stesse qualità che il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha invocato stamattina davanti al capo dello Stato e alla presidente del Consiglio? “È il tempo del coraggio”, ha detto Orsini. “Un grande atto di responsabilità, fatto di scelte ispirate a fiducia e coraggio.” Il leader degli industriali ha messo i numeri sul tavolo: il PIL italiano nel 2025 è superiore di appena il 10% rispetto al 2000, mentre quello cinese è cresciuto del 586%. E ha avvertito: senza una crescita del 2% all’anno, “perderemo la nostra industria e milioni di posti di lavoro”.

Anche qui, la stessa struttura a mullet. Davanti, la serietà dei dati, l’analisi economica, l’appello alla politica. Dietro, una festa che non si vede ma che si sente: la paura, il desiderio di sopravvivenza, l’istinto di branco che spinge a chiedere aiuto all’Europa e alla Banca centrale. La stessa Banca centrale che, poche ore prima, aveva fatto sapere attraverso Isabel Schnabel che a giugno sarà necessario alzare i tassi d’interesse proprio a causa della guerra in Iran. Dunque, la guerra fa alzare i tassi; i tassi rallentano l’economia; l’economia rallentata perde posti di lavoro; e i posti di lavoro persi alimentano quella disperazione silenziosa che trova sfogo nella celebrazione di un taglio di capelli. Non è un nesso causale lineare. È un intreccio, una matassa. Ma la matassa va dipanata, non tagliata.

E qui viene il punto più delicato, quello che la cronaca convenzionale preferisce evitare. I media iraniani, citando un sito vicino ai Pasdaran, hanno scritto una frase che nessun comunicato ufficiale ripeterà mai: “Uccidono 80 mila persone e la chiamano legittima difesa”. Che i numeri siano esatti o gonfiati non rileva. Rileva l’accusa di fondo: che l’ipocrisia del linguaggio ufficiale – “autodifesa”, “moderazione”, “accordo possibile” – sia la stessa ipocrisia che vige nei salotti buoni, nelle assemblee degli azionisti, nei consigli di amministrazione. E che di fronte a questa ipocrisia, l’unica risposta onesta sia la risposta del mullet: mostrare il lato selvaggio senza vergogna. La signora belga Christine, sessant’anni, ha detto che il suo nuovo taglio l’ha aiutata a superare un periodo difficile. “Non ho ancora preso antidepressivi”, ha aggiunto. È una frase che fa sorridere, ma che andrebbe scolpita sui muri del ministero degli Esteri di Teheran e sulla porta dello Studio Ovale. Perché la salute mentale collettiva, di fronte a un mondo che promette pace e consegna bombe, che dichiara tregue e poi bombarda, che invoca crescita e alza i tassi, non può reggersi senza un atto di ribellione simbolica. Il mullet è quell’atto. È il no grazie, io mi diverto lo stesso, anche se il mondo va a fuoco.

Naturalmente, c’è anche l’altra faccia della medaglia. Quella che i filosofi chiamerebbero la “ragione sufficiente” e i diplomatici chiamano “realismo”. Il Qatar, che media tra Stati Uniti e Iran, ha smentito con forza di aver offerto dodici miliardi di dollari a Teheran per sbloccare l’accordo. “Narrative false”, ha scritto su X il portavoce del ministero degli Esteri qatariota, “tentativi disperati di infangare la reputazione del Qatar come facilitatore di pace affidabile”. Ma il giorno dopo, gli stessi media iraniani parlano di ventiquattro miliardi. Che cosa è vero? Forse niente. Forse tutto. Perché nella guerra di oggi, i numeri sono armi come i missili. E il negoziato – lo si vede anche dalle parole di Trump, che vorrebbe obbligare Arabia Saudita e Pakistan ad aderire agli Accordi di Abramo – non è altro che una gigantesca negoziazione di capelli: nessuno vuole mostrare il lato serio per intero, tutti nascondono la festa dietro la nuca.

L’editorialista che scrive queste righe non ha la presunzione di offrire una soluzione. Non è compito suo. Il suo compito è mostrare che la soluzione non esiste, almeno non nei termini che ci sono stati insegnati. L’unica via d’uscita dal paradosso del 26 maggio 2026 è attraversarlo, non saltarlo. Accettare che si possa essere seri e festaioli, stoici ed epicurei, senza bisogno di dichiararlo. I campioni europei del mullet si chiamano Berenice e Samuel, ma il vero campione è chiunque guardi in faccia la contraddizione e non ne chieda scusa. Anche il soldato della Guardia Rivoluzionaria ucciso a Bandar Abbas, anche il banchiere centrale che alza i tassi, anche l’operaio che perderà il posto se la crescita non tornerà al due per cento: ognuno di loro, a modo suo, ha un davanti serio e un dietro festa. La differenza è che alcuni lo hanno trasformato in un’acconciatura. Altri, in una guerra.

E forse è proprio questa la notizia. Non che ci sia un nesso causale tra le mine di Hormuz e i capelli di Audregnies. Ma che il medesimo spirito – quello che non sopporta le divisioni nette, che mescola dovere e piacere, disciplina e trasgressione – agisca in entrambi i luoghi, in entrambi i tempi, rendendoli contemporanei. Il giornalismo non deve inventare legami dove non ci sono. Deve solo avere il coraggio di non negarli quando emergono. Oggi, 26 maggio 2026, emergono con la forza di un taglio netto sulla nuca del mondo. Serio davanti, festa dietro. E nel mezzo, l’uomo.


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 Antonio Rossello

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