Esistono romanzi che raccontano una storia ed esistono romanzi che agiscono per sottrazione, che erodono lentamente il genere cui appartengono fino a lasciarne soltanto il telaio nudo, il metallo esposto, le vibrazioni interne. Drive di James Sallis appartiene precisamente a questa seconda categoria. Pubblicato nel 2005 e divenuto poi oggetto di una seconda consacrazione culturale grazie all’adattamento cinematografico di Nicolas Winding Refn con Ryan Gosling, il romanzo di Sallis è stato spesso frainteso come un semplice noir urbano, un hard boiled minimalista costruito attorno alla figura di un pilota criminale senza nome. In realtà, sotto la superficie di inseguimenti, motori e regolamenti di conti, Drive è un’opera profondamente letteraria, quasi anti-narrativa, che usa il linguaggio del pulp e del crime per interrogare il vuoto spirituale contemporaneo.
La trama
Ridurre Drive alla sua trama significherebbe mancarne completamente il bersaglio. La vicenda, in sé, è essenziale: un uomo noto semplicemente come Driver lavora come stuntman per Hollywood, meccanico e pilota per rapine. La sua specialità consiste nel guidare automobili durante le fughe criminali, offrendo ai clienti cinque minuti netti di protezione assoluta. Quando una serie di eventi lo trascina dentro una spirale di tradimenti, violenza e vendette, il protagonista si trova costretto a confrontarsi non soltanto con il mondo criminale, ma soprattutto con la propria natura più profonda. Questa, tuttavia, è soltanto l’ossatura narrativa. Il vero romanzo si trova altrove: nei silenzi, nelle ellissi, nelle omissioni, negli interstizi psicologici che Sallis dissemina con chirurgica precisione.
Una prosa asciutta fino all’osso
La prima grande peculiarità di Drive è infatti la sua struttura stilistica. Sallis scrive come se stesse scolpendo il testo con un coltello. La sua prosa è compressa, nervosa, asciugata fino all’osso. Non c’è nulla di ornamentale, nulla di ridondante. Ogni frase sembra costruita per sottrazione, secondo una poetica che ricorda certi minimalismi americani di Cormac McCarthy, Jim Thompson e persino il primo Hemingway, ma attraversata da una malinconia urbana estremamente moderna. Sallis non spiega quasi mai. Suggerisce. Accenna. Frammenta. Costringe il lettore a ricostruire il tessuto emotivo del romanzo partendo dai residui lasciati tra una scena e l’altra.
È qui che Drive compie la sua operazione più radicale: destruttura il noir classico senza rinnegarlo. Il protagonista è un evidente discendente dei grandi uomini soli della narrativa americana, ma svuotato di qualsiasi glamour. Driver non possiede il cinismo elegante di Philip Marlowe, né il romanticismo autodistruttivo dei criminali del neo-noir anni Settanta. È un uomo quasi post-umano, ridotto a funzione, a movimento, a meccanismo. Persino il fatto che non abbia un vero nome è fondamentale: Sallis lo trasforma in una presenza astratta, in una figura archetipica sospesa tra western, tragedia greca e narrativa pulp.
Guidare, ossia esistere
L’automobile, naturalmente, non è soltanto un elemento scenografico. In Drive il veicolo diventa un’estensione ontologica del protagonista. Guidare significa esistere. Significa trovare una forma temporanea di controllo in un universo dominato dal caos. Le sequenze automobilistiche del romanzo non sono mai descritte con l’estetica ipercinetica del thriller commerciale contemporaneo; al contrario, Sallis le tratta quasi come momenti di concentrazione metafisica. La strada americana — elemento centrale dell’immaginario letterario statunitense da Jack Kerouac in poi — qui perde ogni dimensione libertaria e si trasforma in una geografia terminale, fatta di motel anonimi, luci al neon, officine sporche, parcheggi deserti e periferie senza identità.
Ed è proprio il rapporto con lo spazio uno degli aspetti più sottovalutati del romanzo. Los Angeles, in Drive, non è mai la città glamour del cinema. È una distesa atomizzata di non-luoghi. Sallis costruisce una California spettrale, post-industriale, svuotata di qualsiasi promessa mitologica. Non c’è sole, non c’è sogno americano, non c’è redenzione. La città diventa un organismo entropico che divora lentamente i suoi abitanti. In questo senso il romanzo dialoga profondamente con la tradizione del noir californiano, ma anche con certo cinema esistenzialista americano degli anni Settanta.
Tempo e frammenti
Un altro elemento straordinario dell’opera è il modo in cui Sallis gestisce il tempo narrativo. Drive non procede in maniera lineare: il passato del protagonista emerge per frammenti, per schegge improvvise, attraverso una costruzione ellittica che ricorda la tecnica del montaggio cinematografico. Il lettore non riceve mai una biografia completa e rassicurante. Conosce Driver gradualmente, attraverso cicatrici emotive, episodi isolati, brevi intuizioni. Questo approccio rende il personaggio infinitamente più reale rispetto a molti protagonisti iper-spiegati del thriller contemporaneo.
Una solitudine irreversibile
Dal punto di vista tematico, il cuore del romanzo è la solitudine. Non una solitudine romantica o bohémien, ma una condizione antropologica irreversibile. Tutti i personaggi di Drive sembrano vivere ai margini della società e persino della propria esistenza. Parlano poco, si fidano raramente, attraversano il mondo come fantasmi. La violenza, in questo contesto, non è mai spettacolarizzata: esplode all’improvviso, secca, brutale, priva di catarsi. Sallis comprende perfettamente che la vera violenza non ha nulla di coreografico. È rapida, stupida, definitiva.
Ed è qui che emerge un altro enorme equivoco generato dal successo cinematografico del romanzo. Il film di Refn, pur notevole sotto il profilo estetico, trasforma Drive in un oggetto pop iperstilizzato, dominato da synthwave, cromatismi neon e iconografia cool. Il libro di Sallis, invece, è infinitamente più sporco, depresso e letterario. Dove Refn costruisce una mitologia estetica, Sallis costruisce un’elegia della disconnessione umana. Il Driver letterario non è un eroe pop silenzioso: è un relitto emotivo che continua a muoversi soltanto perché fermarsi significherebbe collassare definitivamente.
Dietro la superficie piccoli residui di umanità
Sarebbe però sbagliato leggere Drive soltanto come un romanzo nichilista. Dentro la sua durezza estrema esiste anche una forma sotterranea di umanità. Driver conserva brandelli di empatia, piccoli residui di possibilità affettiva che emergono proprio perché compressi dentro un universo dominato dalla brutalità. Sallis lavora magnificamente sul non detto: gli affetti non vengono dichiarati, ma trapelano da dettagli minimi, gesti trattenuti, esitazioni improvvise. In questo senso il romanzo possiede una qualità quasi jazzistica — non a caso Sallis è anche musicologo e critico musicale — perché funziona attraverso pause, sincopi, improvvise variazioni di tono.
Niente di superfluo
Tecnicamente impressionante è anche il controllo del ritmo. Drive è un romanzo breve, ma densissimo. Non esiste una singola pagina superflua. Ogni capitolo entra tardi ed esce presto, secondo una logica narrativa estremamente cinematografica ma mai banalmente visuale. Sallis elimina sistematicamente tutto ciò che potrebbe rallentare la tensione emotiva del testo. Eppure, paradossalmente, il romanzo non dà mai l’impressione di correre davvero: produce piuttosto una sensazione costante di deriva, come se il protagonista stesse attraversando un purgatorio meccanico senza possibilità di approdo.
Una meditazione sull’alienazione moderna
“Non esistono fughe pulite”.
In ultima analisi, Drive è uno dei grandi noir americani del XXI secolo proprio perché trascende continuamente il noir stesso. È un romanzo sul movimento e sull’immobilità, sulla costruzione artificiale dell’identità maschile, sull’America come spazio mentale consumato e terminale. Ma soprattutto è un’opera che comprende perfettamente come il vero orrore contemporaneo non sia la criminalità, bensì l’erosione progressiva della connessione umana.
James Sallis prende gli archetipi del pulp — il pilota, la rapina, la fuga, il killer, la città notturna — e li trasforma in qualcosa di infinitamente più raro: una meditazione secca e lucidissima sull’alienazione moderna. È noir, certamente. Ma è anche letteratura esistenziale, tragedia minimalista e anatomia spirituale di un uomo che riesce a sentirsi vivo soltanto quando il motore accelera e il resto del mondo scompare nello specchietto retrovisore.
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Cristina Lucarelli
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