I milanesi (e i torinesi) lo dicono da quarant’anni. I genovesi, più avvezzi alle rotte verso Levante, hanno sopportato con maggiore rassegnazione i disagi, spesso liquidando con una scrollata di spalle le continue lamentele dei “foresti”. Oggi, però, anche i genovesi hanno iniziato a maledire l’isolamento infrastrutturale di Genova e della Liguria, una condizione che continua a penalizzare pesantemente il territorio.
Nei primi anni Settanta, quando ancora vivevo stabilmente a Genova prima di trasferirmi a Milano per frequentare l’università, la A26 Voltri-Gravellona Toce non esisteva e la A7 non disponeva ancora della terza corsia tra Serravalle e Milano. Ricordo un ponte pasquale che definire infernale è poco: partito da Pegli alle 15, arrivai alla barriera di Milano soltanto alle 22. Spesso cercavo percorsi alternativi, uscendo a Voghera e proseguendo sulle statali del Pavese per poi rientrare sulla A7. Espedienti che consentivano forse di recuperare mezz’ora, ma che non cambiavano la sostanza di un viaggio già allora insostenibile.
Con il passare degli anni e la frequentazione sempre più assidua del Finalese, la situazione peggiorò ulteriormente. Le due barriere autostradali nel Savonese generavano code interminabili che rendevano i rientri domenicali un’autentica odissea. La successiva realizzazione della A26, l’eliminazione delle barriere e la costruzione della terza corsia tra Serravalle e Milano hanno certamente migliorato i tempi di percorrenza, ma non hanno risolto il problema.
Ancora oggi, per migliaia di lombardi che scelgono la Liguria per il fine settimana, il ritorno a casa comporta la perdita di gran parte della domenica. Un danno che non grava soltanto sugli automobilisti, ma anche sulle attività economiche del territorio. Ristoranti, bar e stabilimenti balneari vedono infatti svanire potenziali incassi serali perché i visitatori sono costretti a mettersi in viaggio molte ore prima del necessario.
Poi arrivò il crollo del Ponte Morandi, con il suo tragico bilancio di vittime. Da quel momento emersero in tutta la loro gravità le carenze nei controlli e nella manutenzione della rete autostradale. Sulla A26 si verificò il crollo di una porzione della volta di una galleria, fortunatamente senza conseguenze per gli automobilisti. Sulla Savona-Torino crollò addirittura un intero viadotto, anche in quel caso senza vittime per puro caso. Magistratura, politica e opinione pubblica imposero allora un’accelerazione degli interventi manutentivi, dando vita a una stagione di cantieri che ancora oggi condiziona pesantemente la viabilità.
È a quel punto che anche molti genovesi si sono risvegliati dal torpore, iniziando a protestare per una situazione che, in realtà, si trascina da decenni. Le autostrade liguri non vedono significativi ampliamenti infrastrutturali da oltre trent’anni.
Ricordo ancora un incontro alla Camera di Commercio di Milano negli anni Ottanta, quando il presidente del Consorzio del Porto di Genova, Roberto D’Alessandro, denunciava con forza l’inadeguatezza della A7 Genova-Serravalle. Già allora quell’arteria non rispettava più gli standard moderni di sicurezza e capacità, soprattutto per il traffico pesante. A distanza di oltre quarant’anni, molte di quelle criticità restano irrisolte.
Oggi il quadro è drammatico. Anche quando i cantieri vengono temporaneamente ridotti nei periodi di maggiore afflusso turistico, il traffico continua a congestionarsi. E la prospettiva non appare incoraggiante. Tra poco ricorrerà il decennale del crollo del Morandi e le istituzioni, indipendentemente dal colore politico, non sono riuscite a fornire soluzioni strutturali. La certezza è che per almeno altri quindici o vent’anni la situazione rimarrà problematica, poiché i tempi delle grandi infrastrutture sono inevitabilmente lunghi.
Recentemente il viceministro Edoardo Rixi ha rilanciato il progetto della Gronda, proponendo modifiche sostanziali per renderlo finalmente realizzabile e più efficace sotto il profilo logistico e della sicurezza. Dopo anni di promesse e rinvii, appare necessario accantonare le polemiche e affrontare il tema con pragmatismo.
Ma la Gronda, da sola, non sarà sufficiente. Genova continua a essere stretta nella morsa dei mezzi pesanti diretti al porto e dei traffici internazionali verso Francia, Spagna e Portogallo. Nell’immediato servirebbero almeno due grandi aree di sosta attrezzate lungo la direttrice occidentale verso la Francia, di cui una tra Genova e Savona, per evitare le soste improvvisate dei Tir lungo le corsie di emergenza e migliorare le condizioni di sicurezza.
Per evitare equivoci, va detto che il potenziamento ferroviario rappresenta una componente fondamentale della soluzione. Il raddoppio della linea Andora-Finale e il Terzo Valico potranno alleggerire parte dei flussi merci. Tuttavia, pensare che la ferrovia possa risolvere da sola il problema sarebbe illusorio. Interventi stradali e autostradali restano indispensabili.
Non bisogna inoltre dimenticare che molte gallerie della rete ligure convivono da oltre vent’anni con problemi di adeguamento normativo, affrontati spesso attraverso deroghe e soluzioni temporanee. A questo si aggiunge il traffico generato dal porto, che movimenta ogni giorno migliaia di mezzi pesanti e che, con la nuova diga foranea, è destinato ad aumentare ulteriormente. Sarà necessario ripensare l’intera organizzazione logistica: terminal operativi ventiquattr’ore su ventiquattro, maggiore utilizzo delle fasce notturne, programmazione rigorosa degli accessi e coinvolgimento dei grandi operatori dell’autotrasporto.
Esiste poi il capitolo dei traghetti e delle Autostrade del Mare, un settore in continua crescita che richiederà una pianificazione altrettanto attenta.
Il compito da affrontare è enorme e costoso, ma non più rinviabile.
Concludo ricordando l’ennesima esperienza personale: partenza da Milano nel tardo pomeriggio di venerdì 29 maggio 2026 e arrivo a Finale Ligure dopo cinque interminabili ore di viaggio. Un tempo di percorrenza indegno per una regione che vive di turismo e che non può permettersi di scoraggiare chi sceglie di frequentarla.
Le varianti Aurelia Bis procedono lentamente e molti progetti restano ancora allo stadio embrionale. Forse è arrivato il momento di aprire una stagione meno apatica e più concreta, capace di anteporre gli interessi collettivi alle promesse elettorali e alle interminabili discussioni. Perché la Liguria non può continuare a restare prigioniera del suo personale girone infernale.
Enrico Vigo Foto Bobbio
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Redazione Genova
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