“È ancora la strage dimenticata a Nordest. L’eccidio di Peteano è purtroppo un episodio della storia d’Italia che non riesce a entrare nel ‘canone’ delle stragi degne di una memoria nazionale. Eppure in quella stradina di campagna si sono incrociati piani e interessi diversi, accomunati dalla volontà di incidere sulla vita democratica di uno Stato sotto attacco, dall’esterno e dall’interno. Da un punto in cui i blocchi si fronteggiavano, si dipartono alcune tra le piste e personaggi più inquietanti della sovversione: tutto ciò deve restare nella memoria. Per questo ci uniamo all’inchino delle autorità che oggi hanno omaggiato i tre carabinieri uccisi a tradimento e poi traditi ancora dai depistaggi”.
Lapide Peteano
È la riflessione della senatrice Tatjana Rojc (Pd) in occasione del 54/o anniversario dell’attentato dinamitardo del 31 maggio 1972, nel quale persero la vita il Brigadiere Antonio Ferraro e i Carabinieri Donato Poveromo e Franco Dongiovanni, a Peteano nel Comune di Sagrado (Gorizia).
Ma anniversario a parte cerchiamo di ricostruire la vicenda e i suoi contorni partendo da quanto avviene ai giorni nostri, scusandoci per la lunghezza del testo che se pur sintetizzato non può essere concentrato in poche righe.
In attesa che la destra postfascista elabori una nuova narrazione dei fatti, nel solco della riscrittura della storia del terrorismo nero che ovviamente per Meloni & C non esiste ed è stata una invenzione “culturale” della sinistra o al massimo una manovra ordita da potenze foreste, apprezziamo che la senatrice del Pd Tatjana Rojc ricordi ancora una volta i fatti, mentre la tv pubblica manda in onda in prima serata sulla terza rete il pessimo film su Almerigo Grilz, film finanziato dal ministero della Cultura con 1,5 milioni di euro. “Capolavoro” che al botteghino ha incassato ben 32mila euro. Per non parlare della Regione Fvg che sta co-finanziando un discutibile premio giornalistico con 90 mila euro e la Regione Lombardia con oltre 50 mila . Per inciso il Premio Giornalistico prevede tre diversi riconoscimenti in denaro per i reporter vincitori, suddivisi in base al posizionamento:1° Classificato: un premio di 3.000 euro per il miglior reportage, insieme a una targa ricordo. 2° Classificato: un premio di 2.000 euro e una targa ricordo. 3° Classificato: un premio di 1.000 euro e una targa ricordo. Mancano all’appello 140mila euro.
Almerigo Grilz non era un giornalista “normale” era stato prima di tutto un convinto neo- fascista. A Trieste era noto per la sua attività squadrista a sfondo razziale. Un curriculum di violenze, aggressioni e denunce per “tentata ricostituzione del partito fascista” e “apologia di fascismo”. Fin dalla sua morte il neofascismo triestino ha provato a fare di Almerigo Grilz il suo martire, cercando di ripulire la sua figura attraverso la sua attività giornalistica. Almerigo Grilz infatti muore in Mozambico da giornalista embedded al seguito della milizia paramilitare Renamo. In quel paese è presente nel ruolo di documentarista propagandista al soldo del gruppo paramilitare, finanziato dalla Rhodesia e del governo dell’apartheid sudafricana divenuto tristemente noto per massacri, stupri e mutilazioni della popolazione civile e atti di violenza indiscriminata. Si stima che il Renamo abbia ucciso più di 100.000 mozambicani dal 1987. È in quel contesto che Grilz viene colpito mortalmente, ma la narrazione “storica” non viene contestualizzata dal regime meloniano e la figura del reporter viene isolata dal contesto politico e militare, trasformata in un simbolo di “coraggio” e “libertà”, insomma una vittima innocente priva di ombre. Un’operazione che nasconde il desiderio del governo: costruire una egemonia culturale nuova fiammante, riabilitando figure provenienti dall’universo neofascista, ripulite del loro passato e reinserite in una narrazione pubblica selettiva. Del resto l’ordine di riscrittura della storia è arrivato dal vertice, basti pensare alla dichiarazione di Giorgia Meloni : “Voglio onorare, i reporter in guerra che rendendo questo servizio sono caduti. Il mio omaggio non può che non andare in particolare a uno dei pionieri di questa professione, Almerigo Grilz. Triestino come Fausto Biloslavo con il quale Biloslavo ha iniziato a lavorare”. Del resto basta leggere alcuni nomi della giuria del premio per capire come questa sia “orientata”. La giuria tecnica del premio è infatti presieduta da Toni Capuozzo il celebratissimo fenomeno del giornalismo passato da Lotta Continua alla corte del “cavaliere”. Ci sono poi Fausto Biloslavo (curatore e co-fondatore con Grilz dell’agenzia Albatros), Gian Micalessin (giornalista e co-fondatore di Albatros), Gabriele Micalizzi (fotoreporter), Francesco Semprini (giornalista co-autore con Biloslavo della mostra fotografica Bearing Witness paracadutata all’Istituto Italiano di Cultura a New York), Tommaso Cerno (giornalista e direttore) le cui gesta sono ben note. Nota davvero stonata la presenza di Giovanna Botteri (storica corrispondente e giornalista RAI) che avendo capito tardivamente di essere finita in un trappolone, si è arrampicata sugli specchi cercando, in una intervista, di giustificare la sua presenza buttandola sui rapporti umani. Ci sono poi Alessandro Sallusti Direttore di provata fede, Gabriella Simoni Giornalista Mediaset, Maurizio Belpietro Direttore fedelissimo, Peter Gomez Direttore versione online del Fatto Quotidiano (perchè è bene lasciare aperta la porta a destra) e Gian Marco Chiocci, Direttore contestatissimo in Rai 1 con probabile futuro di portavoce (in chiaro) di Giorgia Meloni, anziché ombra in “teleMeloni”.
Ma giuria a parte, quello che stride e riguarda direttamente Peteano e la strage dei carabinieri sono la presenza di Grilz in diversi atti giudiziari e in documentazione storica. E’ documentata la sua presenza in Libano, nei primi anni Ottanta mentre compare anche in relazioni investigative che segnalano i contatti tra militanti neofascisti italiani e ambienti armati mediorientali. In un’informativa del 1980 della procura di Bologna nel filone d’inchiesta sui rapporti tra Fronte della Gioventù e Nar si legge: «Più volte denunciato per rissa, lesioni, apologia del fascismo etc», è rinviato a giudizio per tentata ricostituzione del partito fascista. Nella sentenza della Corte d’Assise di Bologna del 1988 sulla strage del 2 agosto si fa riferimento alla presenza, già nel 1980, di estremisti italiani – tra cui Grilz – nei campi di addestramento in Libano frequentati da militanti romani e triestini. Se tutto questo non basta si può aggiungere che il tentativo di purificazione ad anima bella di Grilz viene smentita tutti i 19 maggio dal 1988 a oggi, un gruppo neofascista chiamato “Nessuno resti indietro” si riunisce in Via Paduina a Trieste, presso l’ex sede del Fronte della Gioventù, per “onorare” il loro “camerata caduto”, tra saluti nazisti e ritualità del ventennio fascista. In più occasioni a tale rito hanno partecipato personalità politiche ricoprenti importanti cariche pubbliche, come l’Assessore Regionale Fabio Scoccimarro che nel 2023 ha rivendicato la sua presenza al rito neofascista per ricordare “il giovane leader della destra parlamentare e amico, anzi fratello maggiore” assicurando che si sarebbe ripresentato anche gli anni successivi.
Ma torniamo a Peteano, per tanti anni su quell’atto terroristico compiuto il 31 maggio 1972 nella frazione di Sagrado vicino a Gorizia pur avendo individuato dinamica e responsabilità operative rimasero nell’ombra i mandanti e i fiancheggiatori di quell’operazione punitiva ordita da elementi di estrema destra che uccisero tre carabinieri. E’ praticamente passato nel dimenticatoio che nella complessa indagine, di cui parleremo analiticamente venne rinviato a giudizio il papà politico ispiratore della attuale presidente del consiglio Giorgia Meloni e di molti suoi “collaboratori”.
Il segretario del MSI Giorgio Almirante, al corso di aggiornamento del FdG di Montesilvano in compagnia di Gianfranco Fini e Maurizio Gasparri. A destra, a colloquio con Gasparri, Almerigo Grilz
Parliamo di Giorgio Almirante a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato verso due terroristi neofascisti. Nel corso delle indagini infatti il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra – reo confesso per la strage, raccontò che nel 1982 il segretario del MSI Giorgio Almirante avesse fatto pervenire la somma di 35.000 dollari al latitante Carlo Cicuttini, dirigente del MSI friulano e coautore della strage, per aiutarlo. Giorgio Almirante nonostante fossero emersi dei documenti che provavano il passaggio del denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico, usufruì dell’amministia prima dell’inizio del processo ma dopo essere stato rinviato a giudizio. In quell’occasione poté contare su quello che oggi potremmo definire il buonismo comunicativo della sinistra che in clima di “concordia” nazionale stese uno degli innumerevoli veli di silenzio.
Ma ricostruiamo l’intera vicenda

Iniziamo per inquadrare se pur in poche righe il periodo storico. Una fase di delicato contesto storico-politico, il 7 maggio poche settimane prima dell’attentato si erano svolte le elezioni politiche anticipate, che avevano assegnato la guida del paese a un nuovo esecutivo presieduto da Giulio Andreotti, mentre il 17 maggio si era verificato l’omicidio Calabresi. Un periodo caldissimo nel quale vi erano anche voci di un possibile colpo di Stato che avrebbe avuto, secondo molte teorie, burattinai atlantici. In quel contesto si colloca l’attentato di Peteano, una strage anomala perchè indirizzata verso l’arma dei carabinieri. A dirigere le indagini sulla vicenda arrivò il colonnello Dino Mingarelli, vecchio collaboratore del chiacchieratissimo generale Giovanni de Lorenzo. Mingarelli diresse subito la sua inchiesta verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento, ma le indagini non ottennero gli esiti previsti, dalla magistratura milanese giunse l’informazione secondo cui l’attentato sarebbe stato attuato da un gruppo terrorista neofascista. L’informazione era stata data da Giovanni Ventura, nel frattempo arrestato per la strage di piazza Fontana: il colonnello tuttavia scartò l’indicazione milanese, in quanto un ordine del SID (Il Servizio informazioni difesa il servizio segreto italiano nato nel 1966 e poi sciolto nel 1977) lo invitò a sospendere le indagini sul gruppo terrorista di estrema destra. Il colonnello, con il suo braccio destro l’allora capitano Antonino Chirico, rivolse le attenzioni investigative verso sei giovani, conducendoli a processo: secondo il Mingarelli essi si sarebbero vendicati di alcuni sgarbi subiti dai carabinieri. Ma il movente proposto non convinse i giudici, che assolsero i sei giovani, i quali, una volta liberi, denunciarono Mingarelli per le false accuse, dando inizio a una nuova inchiesta contro ufficiali dei carabinieri e magistrati per aver deviato le indagini. L’istruttoria sulla strage a quel punto si era indirizzata verso gli ambienti neofascisti. Ma praticamente per una dozzina di anni le indagini e i procedimenti giudiziari ignorarono i veri colpevoli, focalizzandosi invece su una varietà di indiziati e imputati che non hanno nulla a che fare con il crimine. Tra l’altro, all’inizio viene imboccata una pista rossa legata a Lotta Continua, che poi viene abbandonata per la sua palese inconsistenza, una pista che era però politicamente utile. Soltanto nel 1984 la responsabilità dell’attentato viene confessata da Vincenzo Vinciguerra, un militante di Ordine Nuovo che, dopo essere stato latitante prima in Spagna e poi in Argentina, si è costituito nel 1979 ed è già in carcere per un’altra accusa. Da detenuto, dunque, Vinciguerra confessa spontaneamente l’attentato di Peteano, senza ripudiare il suo passato, rivendicando anzi con orgoglio la propria qualità di soldato politico. Egli afferma di confessare allo scopo di “fare chiarezza”, avendo compreso che tutte le precedenti azioni della destra radicale, incluse le stragi, in realtà erano state manovrate dallo stesso regime che si proponeva di attaccare. Dichiara infatti Vinciguerra: “Mi assumo la responsabilità piena, completa e totale dell’attentato, che si inquadra in una logica di rottura con la strategia che veniva allora seguita da forze che ritenevo rivoluzionarie, cosiddette di destra, e che invece seguivano una strategia dettata da centri di potere nazionali e internazionali collocati ai vertici dello Stato…” L’unico fatto realmente rivoluzionario, secondo Vinciguerra, è proprio quello di Peteano, “azione di guerra contro lo Stato (nelle persone dei carabinieri) e non contro la folla, in maniera indiscriminata”». Ma come si direbbe in una spy story l’intrecci si infittisce e vengono fuori poco edificanti “altarini” che spiegano il perchè la strage di Peteano venne da subito circoscritta al territorio goriziano, tenuta lontana dalle cronache e ancora più lontana dagli avvenimenti stragistici che per primi avevano scosso l’opinione pubblica e la vita civile degli italiani. La risposta la diede l’allora giudice istruttore Felice Casson secondo cui la strage era tutt’altro che locale e venne “depotenziata” dai servizi deviati per nascondere la strategia della tensione che era collegata con Gladio, la struttura clandestina paramilitare sorta per contrastare la minaccia comunista.
Proseguendo sulle indagini sulla Strage di Peteano, il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra – reo confesso per la strage parlò come un torrente in piena e rivelò nel 1982 come il segretario del MSI Giorgio Almirante avesse fatto pervenire la somma di 35.000 dollari al latitante Carlo Cicuttini, dirigente del MSI friulano e coautore della strage, affinché modificasse la sua voce durante la sua latitanza in Spagna mediante un apposito intervento alle corde vocali: tale intervento si rendeva necessario poiché Cicuttini, oltre ad aver collocato materialmente la bomba assieme a Vinciguerra, si era reso autore della telefonata che aveva attirato in trappola i carabinieri e la sua voce era stata identificata mediante successivo confronto con la registrazione di un comizio del MSI da lui tenuto. Nel giugno del 1986, a seguito dell’emersione dei documenti che provavano il passaggio del denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico, Giorgio Almirante e l’avvocato goriziano Eno Pascoli vennero rinviati a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato verso i due terroristi neofascisti. Furono rinviate a giudizio 18 persone, tra militanti di destra e ufficiali dei carabinieri, mentre il magistrato triestino Bruno Pascoli morì durante il processo. Vinciguerra e Cicuttini vennero condannati all’ergastolo, Carlo Maria Maggi a 12 anni per reato associativo, Carlo Digilio e Delfo Zorzi rispettivamente a 11 e 10 anni per lo stesso reato; altri militanti locali sono stati condannati a pene tra i 4 e i 6 anni (Gaetano Vinciguerra, Giancarlo Flaugnacco e Cesare Benito Turco). Eno Pascoli è stato condannato a 3 anni e 9 mesi, la moglie Liliana De Giovanni a 11 mesi, mentre Almirante usufruì dell’amnistia. Gli ufficiali ritenuti colpevoli di depistaggio (Antonio Chirico, Dino Mingarelli, Giuseppe Napoli e Michele Santoro) furono condannati a pene comprese tra i 3 e i 10 anni e 6 mesi.
La sentenza d’appello confermò solo l’ergastolo di Carlo Cicuttini (Vinciguerra non aveva fatto ricorso) assolvendo tutti gli altri imputati ma la Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annullò con rinvio le assoluzioni di Chirico, Mingarelli e Napoli, confermando invece le altre decisioni. Nel nuovo processo fu accertato il depistaggio dei tre ufficiali, condannati a 3 anni e 1 mese (Giuseppe Napoli) e a 3 anni e 10 mesi (Antonio Chirico e Dino Mingarelli), condanne diventate definitive nel 1992. Nell’ultima inchiesta è stato accertato anche il depistaggio di un perito e di altri Ufficiali dei Carabinieri, accusati di falsa testimonianza. Cicuttini, fuggito in Spagna, venne catturato a ventisei anni dalla strage, nell’aprile del 1998, quando fu vittima egli stesso di una trappola: la procura di Venezia gli fece offrire un lavoro a Tolosa dove, recatosi convinto di intraprendere le trattative contrattuali, venne arrestato dalla polizia ed estradato dalla Francia in Italia dove morì nel 2010. Attualmente Vincenzo Vinciguerra sta scontando una condanna all’ergastolo in qualità di reo confesso della strage. Mentre il terzo uomo che operò l’attentato Ivano Boccaccio entro nelle indagini da morto, infatti il 6 ottobre del 1972 quattro mesi dopo Peteano tentò il dirottamento di un velivolo all’aeroporto di Ronchi dei legionari. Boccaccio ex parà chiede un riscatto di 200 milioni di lire e un salvacondotto per fuggire all’estero. Inizia una lunga trattativa telefonica durata circa 11 ore: l’equipaggio e i passeggeri però riescono a mettersi in salvo e la situazione scappa di mano, gli agenti in forze attaccano il piccolo aereo fermo sulla pista. Il Boccaccio che è solo nella cabina, lancia una bomba a mano. Tre agenti, non indietreggiano e riescono a nascondersi sotto un’ala del Fokker. Boccaccio li intravede e dalla cabina, esplode un colpo che colpisce a una mano l’appuntato di Ps Michele Barbarossa. I tre agenti, erano presenti oltre a Barbarossa, l’appuntato dei carabinieri Alessandro Piscopo e il maresciallo di polizia Nino Valente, aprono il fuoco, un proiettile colpisce Boccaccio alla testa e lo uccide. Ci sarà ancora molto da scoprire su quella stagione folle, e anche se con una direttiva del 22 aprile 2014, tutti i fascicoli relativi a questa strage non sono più coperti dal segreto di Stato e sono perciò liberamente consultabili da tutti, è passato troppo tempo , troppo tempo a disposizione per manipolatori e le forbici dei molti che dall’interno dello Stato hanno avuto opportunità e volontà di inquinare prove, fatti e testimonianze. Ora con gli eredi politici degli stragisti al potere si è arrivati al tentativo di riscrittura e negazione della storia…
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione
Source link


