World War Africa: i soldati di Kiev nel continente africano


In seguito all’invasione della Russia, Kiev ha iniziato a dislocare unità in Africa per colpire gli interessi di Mosca

Introduzione 

Il conflitto russo-ucraino ha definitivamente travalicato i confini geografici dell’Europa orientale, trasformandosi in una faglia geopolitica globale. Con una manovra strategica improntata ai paradigmi della guerra asimmetrica contemporanea, Kiev ha proiettato le proprie capacità operative sul continente africano. Non si tratta di una campagna di occupazione o di sostituzione delle potenze coloniali, bensì di un’offensiva a bassa impronta ma ad altissimo impatto selettivo. Sotto la direzione del Direttorato Principale dell’Intelligence di Kiev (GUR), guidato da Kyrylo Budanov, l’obiettivo primario è logorare la profondità strategica della Federazione Russa. Colpendo i nodi finanziari, logistici e militari che alimentano lo sforzo bellico del Cremlino in Donbass, l’Ucraina punta a destabilizzare l’architettura di sicurezza di Mosca lungo il fianco sud della NATO nel tentativo di ottenere risultati positivi anche sul fronte del Donbass. 

Corpus

 La strategia ucraina si sviluppa lungo una duplice direttrice: quella cinetico-militare nei teatri caldi del continente e quella diplomatico-narrativa nelle cancellerie subsahariane. Sul piano operativo, il GUR ha sfruttato la vulnerabilità intrinseca della presenza russa, precedentemente incarnata dal Gruppo Wagner e oggi parzialmente riorganizzata sotto l’egida dell’Africa Corps. In Sudan, gli operatori delle forze speciali dell’unità Tymur del GUR hanno intrapreso operazioni coperte a supporto delle Forze Armate Sudanesi (SAF) contro le Forze di Supporto Rapido (RSF), alleate storiche di Mosca, interrompendo le reti di estrazione dell’oro che finanziano le casse del Cremlino.

Il punto di rottura più evidente si è manifestato nel Sahel, in particolare in Mali. Qui, il coordinamento indiretto e la condivisione di intelligence tra le forze di Kiev e i ribelli locali hanno inferto colpi durissimi alle forze maliane (FAMA) e ai contingenti russi. Le offensive congiunte del gruppo jihadista Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM) e dei separatisti tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) hanno provocato pesanti perdite nell’aviazione russa, tra cui l’abbattimento di elicotteri Mi-24P e aerei da attacco al suolo Su-25, privando la giunta militare di Bamako della necessaria copertura aerea.

Sul piano diplomatico, Kiev sta conducendo una parallela “guerra di narrazione” per scardinare il monopolio d’influenza russo, fondato sulla memoria storica del sostegno sovietico ai movimenti di liberazione. Come sottolineato da The Africa Report, la diplomazia ucraina, in particolare in Sudafrica, sta attivamente rivendicando la quota ucraina di quella eredità tecnico-militare dell’URSS, dipingendo al contempo l’attuale condotta di Mosca come una forma di neocolonialismo coercitivo. Questo sforzo è supportato dallo stanziamento di fondi per l’apertura di nove nuove ambasciate nel continente, offrendo ai partner africani alternative concrete basate sulla sicurezza alimentare (attraverso le rotte del grano del Mar Nero) e sulla cooperazione tecnologica.

Ipotesi speculativa

La convergenza di interessi tattici tra attori non statali nel Sahel (Tuareg e sigle collegate a JNIM) e le capacità d’intelligence tecnologica fornite dall’Ucraina indicano che Kiev ha formalmente aperto un “secondo fronte” per obbligare Mosca a una ridistribuzione delle proprie risorse finanziarie e militari. Nonostante le smentite di facciata dei canali ufficiali russi riportate da Ukrainska Pravda, è molto probabile che la capacità proiettiva dell’Africa Corps è entrata in una fase di logoramento strutturale, in particolare dopo gli attentati in Mali contro l’élite del regime dell’ultimo mese. Se l’efficacia dei droni e delle informazioni satellitari ucraine dovesse consolidarsi tra le file delle insurrezioni subsahariane, Mosca potrebbe non essere più in grado di garantire la sopravvivenza securitaria delle giunte golpiste della regione.

La fattibilità di questo “secondo fronte” ucraino nel Sahel è confermata dal monitoraggio sul campo effettuato da centri di ricerca autorevoli quali ACLED: Secondo i dati raccolti dall’istituto sul passaggio formale dal Gruppo Wagner all’Africa Corps sotto il controllo diretto del Ministero della Difesa russo, la capacità proiettiva di Mosca è vincolata a un delicato equilibrio tra mercenarismo e forze regolari. Questo equilibrio è entrato in crisi a causa di una chiara asimmetria tattica: l’introduzione di droni FPV e la condivisione di informazioni satellitari attribuite all’intelligence di Kiev, una dinamica che ha spinto i leader locali ad alzare il tiro, come confermato dalle recenti minacce dei ribelli.

Il logoramento strutturale dell’Africa Corps non è solo militare, ma soprattutto economico e logistico. Come ampiamente documentato dall’Africa Center for Strategic Studies, il Cremlino utilizza il controllo delle miniere artigianali di oro nel Sahel per riciclare miliardi di dollari e finanziare lo sforzo bellico in Europa eludendo le sanzioni internazionali. Tuttavia, l’aumento delle imboscate e degli attacchi coordinati costringe Mosca a distogliere ingenti risorse finanziarie per incrementare i budget di sicurezza dei siti estrattivi, riducendo i margini di profitto per le casse di Mosca.

Il punto di svolta geopolitico di questa dinamica è rappresentato dalla battaglia di Tinzaouaten, dove la distruzione di intere colonne di mercenari russi da parte dei ribelli Tuareg ha innescato una crisi diplomatica che ha portato la giunta militare del Mali a rompere formalmente i legami con l’Ucraina. Nonostante le smentite di facciata sulle forniture belliche, la vulnerabilità russa è ormai esposta. Se le incursioni contro l’élite del regime e i mercenari dovessero replicarsi con la stessa precisione tecnologica, le giunte golpiste del Sahel si troverebbero davanti a un vicolo cieco: riconsiderare l’affidabilità di un partner russo incapace di garantire la propria sicurezza interna, o esporsi al progressivo collasso sotto la pressione delle insorgenze locali teleguidate da remoto.

Fonte: https://www.projectkhthon.com/research/sahel/tinzaouaten

So What?

Le rivalità tra la Federazione Russa e Ucraina aprono tre possibili scenari che potrebbero influuire non solo sulla situazione di sicurezza del continente, bensì le relazioni diplomatiche del continente africano per i prossimi decenni.

Best Case

Lo scenario più favorevole per l’architettura internazionale prevede il progressivo collasso dell’influenza militare russa nel Sahel e nell’Africa centrale, sostituita da una rinnovata architettura diplomatica multilaterale. Sotto la pressione delle sconfitte sul campo e dell’efficacia delle contro-narrative post-coloniali ucraine, i governi africani (spaventati dall’inefficacia dell’Africa Corps nel garantire la sicurezza interna) decidono di rinegoziare i propri accordi bilaterali e rafforzare la cooperazione in seno all’Unione Africana. Kiev, forte delle sue nuove ambasciate e status diplomatico, si posizionerebbe come partner strategico per il trasferimento di tecnologie d’avanguardia (droni e cybersecurity) e per la stabilizzazione delle catene alimentari, costringendo la Russia a una ritirata strategica dal continente.

Stability Case

In questo scenario, la situazione si stabilizza attorno a una logica di perenne attrito asimmetrico. La Russia accetta la perdita del controllo di ampie porzioni di territorio periferico (come il nord del Mali o le aree minerarie isolate del Sudan) e si arrocca a difesa esclusiva dei centri di potere politico ed economico (le capitali Bamako e Khartoum, i principali nodi di estrazione dell’oro). L’Ucraina continua a fornire intelligence, droni e supporto logistico ai gruppi d’opposizione e alle forze regolari partner, mantenendo la Russia in uno stato di costante stress operativo e finanziario. Mosca è costretta a drenare costantemente risorse e personale dal fronte europeo per evitare il crollo totale dei suoi alleati africani, senza tuttavia riuscire mai a stabilizzare definitivamente i teatri operativi.

Worst Case

Questo scenario si delineerebbe laddove l’azione ucraina, pur degradando la presenza russa, inneschi un vuoto di potere incontrollabile nel Sahel e nel Corno d’Africa. Il rapido collasso delle forze mercenarie russe, non seguito da una transizione civile stabile o da una missione internazionale, lascia spazio all’avanzata incontrollata di gruppi jihadisti strutturati come JNIM o lo Stato Islamico nel Sahel. La destabilizzazione sistemica provoca la caduta a catena delle giunte militari di Mali, Niger e Burkina Faso, trasformando l’intera fascia subsahariana in un santuario terroristico e provocando una crisi umanitaria e migratoria di proporzioni senza precedenti verso il Mediterraneo. In questo modo, l’offensiva ucraina finirebbe per compromettere indirettamente la sicurezza stessa dei partner occidentali europei.

Conclusioni

L’apertura del fronte africano da parte di Kiev rappresenta una delle mosse strategicamente più audaci dell’intera architettura della guerra russo-ucraina. Lungi dall’essere una semplice operazione di disturbo periferica, la proiezione del GUR nel Sahel e nel Corno d’Africa ha trasformato il continente in una camera di combustione delle ambizioni imperiali di Mosca. Il logoramento dell’Africa Corps non è un effetto collaterale, bensì l’obiettivo primario: prosciugare risorse, contraddire narrative e delegittimare l’affidabilità russa agli occhi delle giunte golpiste. Tuttavia, la variabile jihadista resta la grande incognita sistemica. Se Kiev non calibra con precisione chirurgica la propria proiezione indiretta, rischia di innescare dinamiche d’instabilità incontrollabili che si riverseranno inevitabilmente sulle coste mediterranee dell’Europa. Il secondo fronte ucraino è aperto: resta da vedere se sarà una leva vincente o un boomerang geopolitico.


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 Lucio Forlano

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