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Roma, 1 giu – C’è una domanda di fondo, semplice e lineare eppure drammaticamente elusa, che nessuno tra i pasdaran del giustizialismo nostrano ha il coraggio di porsi: in uno Stato di diritto, chi controlla i controllori? Quello che sta accadendo al Tribunale di Napoli, sotto la gestione del procuratore capo Nicola Gratteri, non è un semplice “incidente di percorso”, una bazzecola burocratica o una delle tante polemiche estive tra addetti ai lavori. È un fatto enorme, macroscopico. È una spia d’allarme rossa e accecante che si accende nel cuore pulsante delle istituzioni democratiche e ci urla una verità inquietante: siamo ormai in una Nazione in cui nessuno può più essere sicuro di non essere spiato, nemmeno chi indossa una toga per difendere i cittadini e la Costituzione.
Il fatto: la scusa dell’emergenza e il “danno collaterale”
I fatti, almeno per come sono emersi dalle cronache, sono di una gravità inaudita. Con la scusa di un’indagine su un omicidio di camorra ad Afragola — e sulla necessità, sacrosanta per carità, di tutelare alcuni testimoni — la Procura di Napoli ha ottenuto dal GIP il via libera per piazzare telecamere e microspie nei corridoi del tribunale, precisamente fuori dall’aula 114. Il risultato di questa “pesca a strascico” tecnologica? Nel tritacarne delle intercettazioni ambientali, tra video, registrazioni audio e fotografie, ci sono finiti due avvocati penalisti, Raffaele Esposito e Salvatore Pettirossi, che stavano semplicemente svolgendo il proprio lavoro. I loro movimenti, i loro colloqui professionali, persino le immagini dei figli minori di uno dei legali sono confluiti in un’informativa dei Carabinieri corredata da commenti e valutazioni che i diretti interessati non esitano a definire calunniosi, denigratori e totalmente decontestualizzati. La replica di Gratteri — ormai vera e propria star multimediale, che oltre ai talk show in prima serata troviamo persino su Disney+ con una serie sulla mafia, World Wide Mafia ‘Ndrangheta — è la solita risposta burocratica a cui ci ha abituato una certa magistratura d’assalto. Un copione già scritto.
La difesa d’ufficio del Procuratore è da manuale: l’obiettivo non erano gli avvocati, che si sarebbero trovati lì per caso (un “danno collaterale”, insomma); e comunque quell’occhio elettronico avrebbe permesso di scoprire un tentativo di inquinamento delle prove. Ritroviamo il solito, vecchio, pericolosissimo ritornello: il fine giustifica i mezzi — con tanti saluti a Machiavelli, che la giustizia vuole non abbia mai scritto nulla di simile. Se per beccare un presunto colpevole bisogna calpestare i diritti fondamentali di tutti gli altri, pazienza: è il prezzo da pagare alla causa della legalità. Ma è proprio questa logica a distinguere uno Stato democratico da uno Stato di polizia.
La Costituzione calpestata e l’illusione della parità
Le cose non possono andare così. Non possiamo e non dobbiamo accettare l’idea che la caccia ai delinquenti diventi il pretesto sistematico per smantellare le garanzie costituzionali — intoccabili, sempre, a piacere di certi censori del Diritto. L’articolo 111 della Costituzione italiana stabilisce un principio cardine della civiltà giuridica occidentale: il processo deve svolgersi nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. La domanda sorge allora spontanea — e, se richiama la legittimità della riforma della magistratura, ci spiega anche perché Gratteri vi era convintamente contrario: quale parità può esistere se una delle due parti, l’accusa, ha il potere di piazzare microspie negli spazi in cui l’altra parte, la difesa, esercita il proprio sacrosanto mandato? In questo clima di sospetto, come può un avvocato confrontarsi liberamente con il proprio assistito, scambiare strategie difensive con i colleghi o rassicurare i familiari di un imputato, sapendo che dietro una pianta del corridoio, dentro una lampadina o dietro una targa d’ottone potrebbe celarsi una telecamera della Procura, pronta a registrarlo, filmarlo e vivisezionare ogni sua mossa?
In questo modo si distrugge il segreto professionale, che non è un privilegio di casta degli avvocati, bensì la massima garanzia di libertà per il cittadino che si affida alla giustizia. Se chi si rivolge a un difensore teme che quel colloquio possa essere intercettato dall’accusa, il diritto di difesa sancito dall’articolo 24 della Costituzione diventa lettera morta.
Il teorema dell’avvocato “complice”
Sia chiaro: non siamo di fronte a un caso isolato né all’errore di valutazione di un singolo magistrato. Siamo di fronte alla coerente, lucida e progressiva applicazione di un teorema culturale estremamente pericoloso. Nella visione pan-giustizialista di una parte della magistratura inquirente, l’avvocato non è una figura di garanzia del sistema, ma un elemento di disturbo, un fastidioso ostacolo sulla strada che porta — e non dovrebbe portare — alla condanna dell’imputato. Ricordiamo tutti, non senza un brivido, le parole dello stesso Gratteri quando, qualche anno fa, ammoniva pubblicamente sul fatto che “la scrivania tra avvocati e clienti si è ridotta”, o quando spiegava che nei tribunali i boss userebbero i legali come veri e propri “postini” per veicolare messaggi di morte o richieste di tangenti verso l’esterno. Secondo questa impostazione culturale, chi difende un imputato — specie se di mafia o camorra — è quasi un suo complice, un soggetto intrinsecamente ambiguo da tenere costantemente sotto controllo. Si confonde così, deliberatamente, il piano del reato con quello del diritto alla difesa, che spetta a ogni imputato: anche al peggiore dei criminali.
Verso un Grande Fratello giudiziario?
La verità è che quando si incrina anche solo di un millimetro il diritto di difesa, il danno non ricade sugli avvocati come categoria professionale, ma sulla libertà di tutti i cittadini. Perché i diritti, una volta erosi, non si recuperano facilmente. E la china scivolosa è sotto gli occhi di tutti: oggi tocca ai corridoi del Tribunale di Napoli; domani potrebbe toccare alle sale d’aspetto degli studi legali, alle automobili dei difensori o alle case dei normali cittadini. La lotta alla criminalità organizzata, alla camorra e alle mafie è una priorità assoluta e indiscutibile per questa Nazione. È una battaglia di civiltà che va combattuta con determinazione e senza quartiere. Ma esiste un limite invalicabile: va vinta nel rispetto delle regole dello Stato di diritto, non trasformando lo Stato stesso in un Panopticon, in un Grande Fratello giudiziario che tutto vede e tutto registra al di là dei limiti della legalità costituzionale. Se per sconfiggere la mafia decidessimo di adottare i metodi dell’arbitrio e del controllo totale, annullando le libertà fondamentali, la mafia avrebbe vinto due volte. Perché nel tentativo disperato di difendere le nostre istituzioni avremmo finito per distruggere, con le nostre stesse mani, quel Diritto di cui la nostra civiltà è stata culla — e di cui oggi rischia di diventare, vergognosamente, la tomba.
Tony Fabrizio
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