La retorica della resilienza: la Cina, i minerali africani e il paradosso del XV Piano Quinquennale


La Cina ambisce all’autosufficienza, ma il cobalto per la produzione delle sue batterie viene dal Congo, il manganese utilizzato nella sua industria siderurgica viene dal Sudafrica, il litio che alimenta i suoi veicoli elettrici viene dallo Zimbabwe.

L’autonomia strategica cinese ha un paradosso geografico che si chiama Africa. Il XV Piano Quinquennale delinea un’architettura di sicurezza mineraria senza però nominare esplicitamente le fonti geografiche da cui la Cina dipende strutturalmente, dipendenza che i paesi Africani stanno imparando a rendere visibile. 

Il XV Piano Quinquennale (2026-2030), approvato il 13 marzo 2026, ruota attorno a una singola parola: resilienza. Semiconduttori autoprodotti, AI sovrana, green tech domestica, catene del valore controllate. L’intelligenza artificiale viene menzionata 52 volte, contro le 6 del piano precedente. Sono previsti anche “decisivi avanzamenti nelle tecnologie core”, “autosufficienza nei settori strategici” e “controllo delle filiere critiche”.

La sovranità tecnologica sembra pertanto essere cruciale, tuttavia quella sovranità ha un presupposto materiale che non viene esplicitamente nominato, ovvero i materiali. Senza cobalto mancherebbero le batterie per la produzione di auto elettriche, senza litio non ci sarebbero i sistemi di accumulo energetico e senza manganese non ci sarebbe acciaio per le infrastrutture. 

Secondo quanto riportato dalle dogane cinesi (GTAIC 2024), l’Africa fornisce ben il 96,22% di cobalto, l’85,49% di manganese, l’86,91% del cromo, il 71,03% del rame grezzo e il 62,74% del platino. Solamente, DRC, Sudafrica e Angola, coprono oltre il 55% di tutte le esportazioni africane verso la Cina, quasi interamente composte da materie prime. Il paradosso è questo: il piano quinquennale poggia materialmente su un continente su cui seppure Pechino esercita una penetrante influenza economica e politica, sta iniziando a sfruttare attraverso il resource nationalism la distanza residua tra influenza e controllo.

Tra il XIV e XV Piano quinquennale c’è un cambio di registro evidente. Mentre nel XIV FYP (2021-2025), i minerali strategici compaiono come postilla alla sezione sull’energia, in un’unica frase: “rafforzare la pianificazione e il controllo delle risorse minerarie strategiche, migliorare le capacità di riserva e avviare un nuovo ciclo di prospezione”, senza nessun dettaglio operativo, il capitolo 52 del XV FYP articola ben cinque azioni operative. Titolato “Salvaguardia della sicurezza economica nazionale”, distingue: rafforzare l’esplorazione e lo sviluppo delle riserve strategiche; approfondire il ciclo di prospezione; coordinare le riserve “per prodotto, capacità e provenienza”; promuovere basi di stoccaggio e trasporto; migliorare le capacità di monitoraggio, allerta precoce e risposta d’emergenza.

Il cambio di registro è evidente, e il linguaggio è quello della resilienza: stoccaggio di emergenza, monitoraggio delle forniture, risposta alle interruzioni. Il piano enuncia come sopravvivere a uno shock di fornitura, ratificando la securitizzazione mineraria cinese. 

L’unica apertura testuale a una dimensione esterna è il termine “provenienza” (origins) che riconosce fonti geografiche multiple e vulnerabili, ma senza nominarle.

L’Africa non è espressamente nominata all’interno del FYP, ma viene gestita attraverso canali paralleli, secondo un’architettura istituzionale in cui il FYP governa l’interno e strumenti separati governano la proiezione esterna. Il FOCAC (Forum on China-Africa Cooperation) è il principale strumento diplomatico, che permette alla Cina di costruire le sue relazioni con i paesi africani, senza condizionamenti politici esterni. Il summit di Pechino del 2024 ha impegnato 360 miliardi di yuan ($50,7 miliardi al cambio di settembre 2024) in finanziamenti per l’Africa per i tre anni successivi.

Le SOEs (State-Owned Enterprises) rappresentano il braccio operativo. Queste operano con una logica di integrazione verticale, ovvero controllano le miniere, i contratti di fornitura (offtake agreements) e le trasformazioni locali. Secondo il China Global South Project, la Cina stima la propria dipendenza dall’estero al 95% per il cobalto, 90% per nichel e 78% per rame. Questi dati interni confermano una vulnerabilità percepita come strutturale e che si conferma nel FYP. 

Le zero-tariff in vigore dal 1°maggio 2026 e applicate a 53 paesi africani con relazione con Pechino segnalano un ulteriore evoluzione. La Cina mira a costruire un modello di integrazione commerciale che trasforma l’Africa sia in fornitore che in mercato di sbocco per i prodotti che la Cina non riesce più a collocare in Occidente a causa dei dazi. L’Africa diventa così un nodo nevralgico non solo nella catena di fornitura mineraria, nel piano di resilienza economica cinese.

La pandemia da covid ha rivelato la fragilità delle supply chains. La guerra in Ucraina ha  dimostrato che le catene di approvvigionamento energetico possono essere interrotte dall’oggi al domani. In aggiunta il recente fenomeno del resource nationationalism africano sta dimostrando come la dipendenza non è solo geografica ma anche politica e regolatoria. Lo Zimbabwe ha anticipato il ban sulle esportazioni di litio a febbraio 2026, la Namibia ha vietato l’export di minerali non lavorati dal 2023, la DRC nel dicembre 2025 ha firmato una partnership strategica sulle materie critiche con gli Stati Uniti e nel marzo 2026 ha avviato un audit tecnico-finanziaria del progetto Siconomies. In questo contesto il XV FYP, risponde a un’esigenza di resilienza, che presuppone una vulnerabilità senza nominarla espressamente. Si tratta di una securitizzazione internalizzata, ovvero la minaccia viene riconosciuta e gestita istituzionalmente ma non resa pubblica. Il discorso securitizzante non è “l’Africa ci minaccia” ma “dobbiamo prepararci a uno shock di fornitura”. Questa risposta securitaria aggira però il discorso pubblico e si deposita direttamente nelle strutture del piano.

IPOTESI SPECULATIVA

Il modello di governance parallela cinese è stabile finché i paesi africani accettano i termini della dipendenza. Il resource nationalism è il primo sintomo che quell’equilibrio si sta incrinando. La domanda pertanto non è se il resource nationalism diventerà sempre più preponderante ma se la Cina riuscirà a costruire un sistema di resilienza efficiente prima che raggiunga la massa critica.

BEST CASE SCENARIO

La Cina completa l’architettura di resilienza enunciata nel XV FYP in particolare nel capitolo 52, prima che il resource nationalism raggiunga la massa critica. Le riserve strategiche di cobalto, manganese e litio raggiungono livelli sufficienti a coprire interruzioni di medio periodo. Mentre la diversificazione delle supply chains (es: Indonesia per il nichel, Cile e Argentina per il litio e Perù per il rame) riducono la concentrazione del rischio africano. Allo stesso tempo, l’adattamento delle SOEs alle richieste locali, e le rinegoziazioni contrattuali (precedente Sinocomines 2024) stabilizzano le relazioni con i paesi produttori trasformando il resource nationalism da minaccia a costo negoziabile.

WORST CASE SCENARIO

Il resource nationalism africano raggiunge la massa critica prima che la Cina riesca a portare a termine il suo piano di resilienza. Più paesi africani iniziano ad accelerare i blocchi sull’export di minerali non lavorati, prima che la Cina abbia completato le proprie riserve strategiche. La partnership DRC-USA sui minerali critici diventa replicabile, pertanto sempre più paesi africani si aprono a partnership con l’Occidente riducendo la quota cinese nelle supply chain di minerali. In questo contesto le zero-tariff, potrebbero essere percepite come un dumping industriale che crea dipendenza commerciale dalla Cina, alimentando tensione politica piuttosto che integrazione.

CONCLUSIONE

Il XV Piano Quinquennale cinese è un documento di sovranità tecnologica, la quale sovranità presuppone una dipendenza materiale. Il piano costruisce un’architettura della resilienza, senza però indicare la provenienza delle risorse. Eppure è proprio l’Africa il continente da cui viene il 96% del cobalto cinese, l’85% del manganese, il 71% del rame grezzo. Minerali essenziali alla sovranità tecnologica cinese. 

Il linguaggio della resilienza, di cui il XV FYP è testimone, è frutto di una securitizzazione interna dove la minaccia viene riconosciuta e gestita all’interno delle strutture del piano ma non raggiunge il pubblico. 

Rimane però aperta la questione di cosa accadrà quando i paesi africani decideranno che quella dipendenza da Pechino va gestita diversamente.


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 Maria Serena Zarrella

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