Bruxelles, 3 giugno 2026 – L’Unione Europea concede una deroga al Patto di stabilità per misure e spese (non tutte) relative alla crisi energetica determinata dalle guerre e in particolare dal conflitto in Iran con la chiusura dello Stretto di Hormuz. Ma lo sforamento dei vincoli del Patto di stabilità non potrà essere contabilizzato per le spese relative a sussidi (come aiuti per le bollette o tagli alle accise dei carburanti) bensì solo per accelerare la transizione energetica. E’ quanto ha concesso la Ue dopo le richieste di diversi stati membri e in particolare l’Italia, la cui premier Giorgia Meloni aveva anche scritto a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, per chiedere tale deroga.
“Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica. Consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico” con “un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell’arco dei 3 anni”, ha annunciato il commissario Valdis Dombrovskis a un gruppo di giornalisti. “Accise? No a flessiblita’ che sostiene domanda fossili”, ha poi precisato Dombrovskys.
“Sono soddisfatto perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato”. Così il ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti sulla proposta di allargare la Nec difesa all’energia, formalizzata oggi dalla commissione a margine delle Raccomandazioni ai Paesi. “Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo – prosegue Giorgetti – il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche degli indicatori contenuti nelle raccomandazioni della commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà nella gestione della finanza pubblica italiana”.
Mantenere la correzione dei conti pubblici, garantire che eventuali misure contro il caro-energia siano temporanee e mirate, accelerare l’attuazione del Pnrr e dei fondi di coesione, sostenere ricerca e innovazione, rafforzare pubblica amministrazione e giustizia, spingere sulla transizione energetica e intervenire su mercato del lavoro, istruzione, sanità e inclusione sociale. Sono le sei raccomandazioni rivolte dalla Commissione europea all’Italia nell’ambito del Semestre europeo 2026 nel documento sulle ‘Raccomandazioni per il Paese’.
Che cosa significa per l’Italia la proposta avanzata oggi dalla Commissione europea di concedere agli Stati membri una flessibilità aggiuntiva (fino allo 0,3% del Pil) riguardo alla spesa per la sicurezza energetica, all’interno della clausola nazionale di flessibilità (“national escape clausee”) già prevista per quanto riguarda la spesa a deficit (fino all’1,5% del Pil) per la difesa?
Premesso che la flessibilità della spesa per la sicurezza energetica può riguardare solo misure che riducano la dipendenza dalle fonti fossili, non ne aumentandone quindi la domanda, e che incrementino la resilienza del sistema energetico, riducendo le dipendenze dall’esterno, è chiaro che la Commissione non prenderà in considerazione misure come quelle già prese dall’Italia riguardo alla riduzione delle accise sui carburanti, o eventuali sussidi agli autottrasportatori come compensazione dei rincari sugli stessi carburanti, e qualunque misura di sostegno che abbia l’effetto di ridurre i costi pagati per le fonti fossili.
Sarebbero ammissibili invece tutte le misure per ridurre la dipendenza da carburanti fossili e promuovere la decarbonizzazione, per accelerare l’elettrificazione (compresi gli investimenti per lo sviluppo delle reti elettriche, lo stoccaggio di elettricità e le batterie), per il risparmio di energia e per l’espansione delle fonti di energia pulite.
La possibilità per un paese di superare di un punto e mezzo percentuale la soglia del 3% del deficit/Pil con la propria spesa per la difesa (e fino allo 0,3%, all’interno di questo margine, per la sicurezza energetica), senza che questo comporti l’apertura di una procedura Ue per deficit eccessivo non può riguardare oggi l’Italia. Questo perché questa clausola vale solo per i paesi che non sono sotto procedura. Invece, i paesi in deficit eccessivo, come attualmente l’Italia, se utilizzano la clausola dovranno comunque tornare sotto la soglia del 3% del Pil, senza che sia scomputata dal deficit la spesa per la difesa, prima di poter uscire dalla procedura. A che può servire, dunque, la nuova flessibilità dello 0,3% del Pil proposta oggi per le misure energetiche che non aumentano la dipendenza dalle fonti fossili?
La riposta, fornita da fonti qualificate della Commissione, è che l’Italia potrà spendere per il 2026 e per il 2027, per finanziare questo tipo di misure, lo 0,3% del Pil, in più rispetto al percorso di riduzione della spesa netta per sette anni che è stato fissato per il Paese per mettersi in regola, secondo quanto previsto dal nuovo Patto di stabilità. Ma al termine dei sette anni, l’Italia dovrà comunque aver riassorbito la spesa aggiuntiva per le misure energetiche, e soprattutto dovrà avere il suo debito pubblico dell’ultimo anno in diminuzione, rispetto all’anno precedente, e il trend di riduzione confermato anche nelle previsioni per i due anni seguenti.
Ma quanto l’Italia potrà effettivamente spendere? Se prendiamo ad esempio il Pil nazionale del 2025 (2.258 miliardi di euro) lo 0,3% ammonterebbe a circa 6,77 miliardi di euro che il governo potrebbe spendere senza che questi rientrino nei conti del Patto di stabilità.
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