La guerra tra Iran e Stati Uniti e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno riportato alla luce una fragilità strutturale del Giappone: la dipendenza dalle importazioni energetiche e dalle rotte marittime che le rendono possibili.
Lo shock sui prezzi e l’incertezza sulle forniture spingono Tokyo a usare le riserve nazionali e a cercare partner alternativi, ma riaprono soprattutto il dibattito sul ruolo del nucleare come “assicurazione” contro crisi esterne, oltre che come strumento di decarbonizzazione. In parallelo, la dimensione energetica si intreccia con quella geopolitica: pressioni alleate sulla sicurezza della navigazione, riallineamenti nei mercati del petrolio e del GNL, e possibili ricadute sull’equilibrio strategico nell’Indo-Pacifico.
Introduzione
La guerra tra Iran e Stati Uniti è in corso ormai da poco più di due mesi, e ha causato un impatto economico fortissimo in tutto il mondo, portando a shock energetici senza precedenti. Il Giappone si è ritrovato ad affrontare un’emergenza energetica imprevista e molto grave: infatti, circa il 95% del petrolio utilizzato nel Paese è importato dal Medio Oriente. Di conseguenza, la tenuta dello Stretto è cruciale. A inizio marzo, molti governi asiatici si sono ritrovati a dover discutere tempestivamente di fonti e tratte alternative a causa della prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha impedito a molte navi straniere di transitare nelle sue acque.
I rifornimenti di GNL (gas naturale liquefatto) sono anch’essi a rischio, ma a livelli meno allarmanti rispetto al petrolio: le importazioni giapponesi di GNL dal Medio Oriente, in particolare da Qatar, Oman ed Emirati Arabi Uniti, rappresentano l’11% del totale. Il principale fornitore di GNL del Giappone è invece l’Australia, che rappresenta circa il 40% delle importazioni complessive. In caso di prolungata interruzione del transito nello Stretto di Hormuz, le scorte di GNL del Giappone coprirebbero circa 44 settimane di consumo, secondo Kpler (Japan’s Middle East energy dependency – and how it mitigates shocks | Reuters).
In questo quadro, il Giappone possiede tra le riserve di petrolio più grandi dell’Asia, che ammontano a circa 254 giorni di copertura, divisi tra scorte nazionali, scorte destinate al settore privato e scorte in comune con i Paesi produttori di petrolio. Nonostante questo, a metà marzo i funzionari giapponesi dichiararono di non avere intenzione di attingere alle riserve. L’ultima volta che il Giappone ha rilasciato parte delle sue riserve è stata all’inizio del 2022 con lo scoppio della guerra in Ucraina, in coordinamento con l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) e altri Paesi (Japan may use part of national oil stockpile amid Iran war supply crisis: report – The Japan Times). In questo scenario, è naturale che il Giappone senta di aver ricevuto una spinta ulteriore per allentare la dipendenza dal petrolio e puntare a fonti energetiche differenti: la prima in questione è l’energia atomica, già in discussione da diversi anni nel Paese.
L’evoluzione della crisi e la risposta energetica del Giappone
A inizio marzo, il Giappone e gli Stati Uniti hanno iniziato una collaborazione per includere un progetto di energia nucleare nel secondo round di accordi previsti dal pacchetto giapponese di investimenti da 550 miliardi di dollari, secondo Reuters. Il progetto di energia nucleare sarebbe concepito per rafforzare le catene di approvvigionamento energetico di entrambi i Paesi, in un momento in cui la guerra in Medio Oriente riaccende le preoccupazioni sulla sicurezza energetica (Exclusive: Japan, US aim to add nuclear power project to $550 billion investment package, sources say | Reuters).
Sul piano diplomatico, il Giappone ha preso una posizione più netta riguardo al conflitto con la dichiarazione congiunta rilasciata il 19 marzo, firmata insieme a Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Paesi Bassi. La dichiarazione condanna gli attacchi iraniani a navi mercantili e infrastrutture energetiche e denuncia la chiusura dello Stretto di Hormuz, chiedendo l’immediata cessazione delle azioni e il rispetto della Risoluzione ONU 2817 e della libertà di navigazione. Avverte inoltre di gravi effetti globali sulle catene di approvvigionamento energetico e annuncia misure per garantire il passaggio sicuro e stabilizzare i mercati (Dichiarazione congiunta dei leader di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone sullo Stretto di Hormuz | www.governo.it).
Il 21 marzo, Teheran ha dichiarato che l’Iran rimane comunque disponibile a lasciar passare navi petrolifere giapponesi attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, “devono solo contattarci per discutere di come questo transito possa avvenire” (Iran: ‘A Hormuz passaggio sicuro per le navi del Giappone’).
Nonostante questo “invito” al dialogo, il Giappone non sembrerebbe disposto ad accettare. A metà marzo, infatti, nonostante il piano iniziale di non attingere alle riserve di petrolio, il Paese ha dovuto rilasciare 80 milioni di barili, pari a circa 15 giorni di domanda interna dalle riserve private e un mese di riserve nazionali. Il rilascio è stato annunciato dalla Prima Ministra Takaichi poche ore prima che la IEA rilasciasse collettivamente 400 milioni di barili di petrolio in 32 dei suoi Paesi membri, compreso il Giappone (Japan begins its largest-ever oil release from strategic reserves – The Japan Times). Un’altra misura in atto per far fronte all’emergenza è la nuova partnership con l’Indonesia: i due Paesi hanno concordato di intensificare il coordinamento sulla sicurezza energetica, dato che l’Indonesia è il maggiore esportatore mondiale di carbone termico per la produzione di energia elettrica, oltre a essere un importante esportatore di gas naturale liquefatto (GNL), con circa un quarto delle sue spedizioni destinate al Giappone (Japan to coordinate on energy with Indonesia as Iran war disrupts supplies | Reuters).
In parallelo, l’utilizzo dell’energia atomica è un argomento su cui anche i partiti d’opposizione sembrano essere d’accordo: secondo Yuichiro Tamaki, leader del Partito Democratico per il Popolo, il Giappone dovrebbe utilizzare tutte le centrali nucleari disponibili per compensare l’impatto della guerra in Iran sull’energia nazionale. Anche la Prima Ministra Sanae Takaichi è fortemente a favore del nucleare, e l’opinione pubblica giapponese sta gradualmente diventando più favorevole, considerando l’energia atomica come una fonte potente, a zero emissioni di carbonio, e dunque fondamentale per diminuire la dipendenza da fonti energetiche estere.
Dopo l’incidente alla centrale di Fukushima Daiichi l’11 marzo 2011, il Giappone ha chiuso tutti i 54 reattori nucleari presenti sul suolo nazionale, che fornivano circa il 30% del fabbisogno elettrico nazionale. Al giorno d’oggi, 33 reattori rimangono potenzialmente operativi, ma solo 16 sono stati riavviati pienamente (Japan should use nuclear plants to offset Iran crisis, opposition party head says | Reuters).
A metà aprile è stato riattivato il reattore nucleare di Kashiwazaki-Kariwa sotto gestione della TEPCO, la stessa azienda responsabile della centrale di Fukushima. Nonostante l’emergenza energetica e la crescente approvazione del nucleare da parte del pubblico, le percentuali rimangono comunque piuttosto basse: un sondaggio condotto da Hiroshi Yamagata, ricercatore presso l’Università di Tecnologia di Nagaoka, mostra che solo il 37% dei giapponesi intervistati è favorevole alla riattivazione delle centrali nucleari, contro il 23% contrario e il 40% incerto. Solo il 24% è favorevole alla costruzione di nuove centrali. Gruppi ambientalisti, come Friends of the Earth, si sono uniti ad alcuni residenti locali per protestare contro la riattivazione, citando la gestione del disastro di Fukushima da parte di TEPCO, la gestione della sicurezza a Kashiwazaki-Kariwa e i malfunzionamenti delle barre di controllo che avevano ritardato la riattivazione prevista all’inizio di quest’anno.
Dal punto di vista della sicurezza energetica, la guerra rende evidente un limite strutturale del Giappone: circa il 60% dell’elettricità è ancora prodotto da centrali a carbone e gas che dipendono da combustibili importati, quindi esposti a shock di prezzo e a blocchi decisi altrove. Anche l’uranio è importato, ma è più facilmente reperibile su scala globale ed è molto “concentrato” in termini di energia, per cui il mancato arrivo di alcune spedizioni non avrebbe lo stesso effetto immediato sul mercato. Alcune analisi stimano che una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe costare al Giappone fino al 3% di PIL in un anno, soprattutto per la contrazione delle forniture di gas e il conseguente aumento delle tariffe elettriche. In questo quadro, il nucleare viene presentato come una forma di protezione: il riavvio dell’unità 6 di Kashiwazaki-Kariwa, ad esempio, potrebbe ridurre il fabbisogno di GNL di circa 1,3 milioni di tonnellate, contribuendo anche all’obiettivo di tagliare le emissioni del 46% rispetto al 2013 entro il 2030. Inoltre, i reattori esistenti richiedono investimenti elevati per essere costruiti, ma una volta operativi hanno costi di esercizio relativamente contenuti; TEPCO giustifica i riavvii anche con l’aumento atteso della domanda elettrica nei prossimi dieci anni, a causa di nuovi data center e impianti per semiconduttori. Resta però il problema del via libera locale, spesso legato alle ricadute economiche sul territorio; secondo TEPCO, dopo l’unità 6 dovrebbe seguire l’unità 7 nel 2029. (As wars throttle gas, Japan is embracing nuclear – POLITICO).
Ad oggi, le tensioni nel Golfo non sembrano essere vicine a una risoluzione permanente e lo Stretto di Hormuz rimane bloccato, portando a forti ripercussioni sulle esportazioni di petrolio in Asia. Infatti, il Giappone si ritrova obbligato a rilasciare altri 20 giorni di forniture dalle proprie riserve petrolifere, partendo dal 1° maggio. (Japan plans to release extra 20 days’ oil reserves from May | Reuters). Finché Hormuz resta instabile, la crisi diventa la prova concreta che gli approvvigionamenti energetici del Giappone possono essere messi a rischio dall’esterno in tempi rapidi: per questo non basta più affidarsi solo a misure temporanee come rilascio di scorte e diversificazione, ma cresce la pressione per riconsiderare in modo più permanente il mix energetico e, in particolare, il ruolo dell’utilizzo civile del nucleare come pilastro di sicurezza e continuità.
Implicazioni e scenari
Oltre agli effetti immediati su prezzi e forniture, il conflitto con l’Iran ha ricadute più ampie per il Giappone: aumenta le aspettative statunitensi su un contributo di Tokyo alla sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz e, potenzialmente, alla cooperazione industriale in ambito difesa. Resta però il fatto che tutto ciò deve avvenire entro vincoli legali e soprattutto politici, dato che un coinvolgimento in un teatro di guerra rischia di provocare una reazione negativa dell’opinione pubblica.
Sul piano economico, un caro-energia prolungato restringe i margini fiscali e complica l’agenda governativa, aumentando il rischio di stagflazione. Sul piano energetico, la crisi rafforza l’argomento della sicurezza energetica e quindi la spinta verso riavvii più rapidi dei reattori e, nel medio periodo, verso nuovi investimenti nel nucleare, pur tra resistenze post-Fukushima e autorizzazioni locali. Infine, lo shock sposta peso e capacità di influenza verso esportatori non dipendenti da Hormuz (in primis gli USA, e, in parte, la Russia) e può assorbire risorse e attenzione statunitensi dal fronte indo-pacifico, contribuendo anche all’erosione dell’ordine internazionale basato su regole su cui il Giappone fa affidamento (What Are the Implications of the Iran Conflict for Japan?).
In questo contesto più incerto, torna anche sullo sfondo una dimensione ulteriore, legata alla deterrenza. Nonostante il trauma storico di Hiroshima e Nagasaki, il Giappone dispone di alcuni elementi che, almeno in teoria, renderebbero possibile un rapido “salto” verso capacità nucleari militari: circa 45 tonnellate di plutonio separato, la possibilità di arricchire uranio e competenze industriali avanzate in ambito missilistico e aeronautico. Questa situazione può quindi essere vista come una forma di deterrenza: un segnale che, se le garanzie di sicurezza dovessero indebolirsi, Tokyo potrebbe riconsiderare le proprie opzioni. Finora, l’ombrello nucleare statunitense e la linea di Washington sulla non proliferazione hanno contribuito a mantenere il Giappone su una posizione di stretta continuità con il regime internazionale di non proliferazione. Se però gli Stati Uniti adottassero un atteggiamento più permissivo verso la proliferazione tra gli alleati (ipotesi evocata in alcune uscite di Donald Trump), lo spazio politico per un rafforzamento del programma nucleare giapponese potrebbe ampliarsi, pur con costi potenzialmente elevati in termini di stabilità regionale e reazioni di Cina, Russia e Corea del Nord (How the War in Iran Reshapes South Korea and Japan’s Nuclear Strategy – Korea Economic Institute of America).
Best case scenario → la crisi nel Golfo rientra in tempi brevi e lo Stretto di Hormuz torna a funzionare in modo regolare, o quasi; viene raggiunto un cessate il fuoco permanente tra USA e Iran, e i rischi per le rotte commerciali rientrano in soglie gestibili.
- I prezzi di petrolio e GNL si stabilizzano, limitando lo shock energetico in Giappone.
- Tokyo evita missioni ad alto rischio nello Stretto, contribuendo solo con sorveglianza e logistica.
- Questa finestra viene sfruttata per alcuni riavvii nucleari con i reattori già pronti, riducendo la vulnerabilità agli shock esterni e la dipendenza dall’estero.
Realistic case scenario → il conflitto si trascina e Hormuz resta parzialmente bloccato o intermittente; i flussi energetici non collassano, ma diventano più costosi e meno prevedibili.
- Prezzi energetici più alti per mesi: Tokyo attinge alle riserve e diversifica i Paesi di importazione ma subisce pressione su bollette, industria e consenso politico.
- Il nucleare avanza “a blocchi”: alcuni riavvii accelerano per ragioni di sicurezza energetica e clima, ma restano vincoli (autorizzazioni locali, diffidenza post-Fukushima, tempi tecnici).
- Gli USA aumentano il loro peso come fornitori, mentre la Russia beneficia indirettamente di prezzi alti e di pressioni per allentamenti selettivi: Tokyo prova a tutelare il proprio mix energetico senza esporsi troppo politicamente.
Worst case scenario → escalation e chiusura sostanziale/prolungata di Hormuz con attacchi ricorrenti a navi e infrastrutture.
- Shock su petrolio e gas, con forte aumento dei costi elettrici, rischio concreto di stagflazione e contrazione della crescita.
- La pressione alleata e le necessità economiche spingono Tokyo verso scelte divisive: o maggiore coinvolgimento operativo (con rischio politico interno), o paralisi decisionale mentre i costi salgono.
- Il nucleare diventa una “corsa contro il tempo”: si tenta di accelerare riavvii, ma esplodono conflitti con comunità locali, rischiando incidenti e controversie di sicurezza.
- Aumenta la dipendenza da fornitori alternativi e quindi la vulnerabilità diplomatica (in primis verso USA; e indirettamente verso Russia per dinamiche di prezzo/offerta).
- Gli USA drenano risorse verso il Medio Oriente; l’attenzione sull’Indo-Pacifico si indebolisce, aumentando il margine di manovra per interventi da Cina, Russia e Corea del Nord.
Nel complesso, i tre scenari mostrano che l’impatto della crisi sul nucleare giapponese dipende meno da una singola decisione e più dall’evoluzione congiunta di alcune variabili: la durata e l’intensità del conflitto, il grado di “apertura” dello Stretto di Hormuz, la capacità di diversificare rapidamente le importazioni e, sul piano interno, la velocità dei riavvii compatibile con regole e consenso locale. Se questi fattori restano gestibili, il nucleare può funzionare da elemento di stabilizzazione del mix energetico; se invece la crisi si protrae e si politicizza, il rischio è un’accelerazione disordinata e polarizzante, con costi economici e strategici più elevati.
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Gaia Gallotti
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