Nel vitello da latte, lo svezzamento è una delle transizioni più delicate della fase giovanile. È il momento in cui l’animale interrompe l’assunzione di latte e diventa progressivamente dipendente dall’alimento solido, dall’acqua e dalla capacità del rumine di sostenere il nuovo metabolismo.
Questa fase, tuttavia, non è soltanto un passaggio nutrizionale. In pochi giorni il vitello deve affrontare cambiamenti alimentari, ambientali e sociali: aumenta il consumo di mangime, cambia la fonte principale di energia, si modificano le routine gestionali e spesso anche le condizioni di stabulazione. Per questo lo svezzamento può essere associato a rallentamenti della crescita, maggiore vulnerabilità sanitaria e segnali comportamentali di stress.
Un recente studio del Dipartimento di Scienze Animali, della Nutrizione e degli Alimenti – DiANA dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, pubblicato su PLOS One, ha approfondito cosa accade nell’organismo del vitello durante questa fase, concentrandosi in particolare sulla risposta immunitaria e metabolica.
Cosa succede nell’organismo durante lo svezzamento?
Lo studio ha coinvolto 40 vitelle Holstein svezzate completamente a 60 giorni di età con un approccio graduale di riduzione del latte. Gli animali sono stati poi suddivisi in due gruppi in base all’accrescimento medio giornaliero registrato nei 10 giorni successivi allo svezzamento: vitelle con elevato accrescimento post-svezzamento e vitelle con accrescimento più ridotto.
I ricercatori hanno analizzato diversi indicatori metabolici nel sangue e l’espressione di 37 geni nei leucociti circolanti, cioè cellule del sangue coinvolte nella risposta immunitaria. L’obiettivo era capire se i vitelli che crescono meno dopo lo svezzamento mostrino anche una diversa risposta biologica allo stress della transizione.
I risultati indicano chiaramente che lo svezzamento induce un’attivazione dell’immunità innata. Dopo la sospensione del latte, nei leucociti aumentava l’espressione di geni coinvolti nel riconoscimento dei segnali di pericolo e nella risposta infiammatoria, come CD14, NFKB1, IL1β e TNFα.
In termini semplici, è come se il sistema immunitario del vitello “alzasse il livello di attenzione” durante lo svezzamento. Questo non significa necessariamente che l’animale sia malato, ma che l’organismo interpreta questa fase come uno stimolo biologico rilevante, capace di attivare meccanismi di difesa e adattamento.
Non tutti i vitelli reagiscono allo stesso modo
L’aspetto più interessante dello studio riguarda la diversa risposta tra gli animali. Le vitelle con minore crescita nei 10 giorni successivi allo svezzamento mostravano una risposta immunitaria più intensa rispetto a quelle con crescita più elevata.
In particolare, negli animali con accrescimento ridotto risultavano più espressi geni associati all’infiammazione e all’attivazione dell’immunità innata, come TLR2, CASP1, IL18 e CD16. Erano inoltre più attivi geni legati allo stress cellulare e ossidativo, come SOD2 e HSPA5. Questi dati suggeriscono che l’organismo dei vitelli meno performanti era impegnato in una risposta immunitaria e metabolica più intensa, con un costo potenzialmente rilevante per l’accrescimento.
In altre parole, a parità di fase gestionale, alcuni animali sembrano adattarsi allo svezzamento con maggiore facilità, mentre altri attivano risposte di difesa più marcate.
Energia per crescere o energia per adattarsi?
Il collegamento tra sistema immunitario e crescita è uno dei punti centrali del lavoro. Una risposta immunitaria attiva richiede energia e nutrienti. Se una parte maggiore delle risorse disponibili viene destinata alla gestione dello stress e dell’infiammazione, meno energia può rimanere a disposizione per la crescita.
Anche i dati metabolici confermano questa interpretazione. Le vitelle con minore accrescimento post-svezzamento presentavano concentrazioni più basse di glucosio, insulina, trigliceridi e colesterolo, insieme a valori più elevati di urea e creatinina.
Questo profilo suggerisce una minore disponibilità energetica e un maggiore ricorso al metabolismo delle proteine e degli aminoacidi. In pratica, gli animali meno resilienti potrebbero aver dovuto “spendere” più risorse per affrontare lo stress dello svezzamento, sottraendole almeno in parte all’accrescimento. È un risultato importante perché invita a guardare alla crescita post-svezzamento non solo come effetto dell’ingestione di alimento, ma anche come espressione dell’equilibrio tra metabolismo, immunità e capacità di adattamento.
Implicazioni per l’allevamento
Questi risultati hanno importanti implicazioni pratiche. La crescita del vitello nelle prime fasi di vita è collegata alla salute, alla produttività futura e alla robustezza dell’animale adulto. Riconoscere precocemente i soggetti più vulnerabili allo stress dello svezzamento potrebbe aiutare a sviluppare strategie nutrizionali e gestionali più mirate.
Non si tratta solo di decidere quando sospendere il latte, ma di accompagnare il vitello in una fase complessa. La gradualità dello svezzamento, il monitoraggio dell’ingestione di alimento solido, la qualità del mangime, la gestione dei cambiamenti ambientali e la riduzione degli stress concomitanti possono fare la differenza.
Lo studio suggerisce inoltre che i leucociti del sangue conservano una sorta di “firma biologica” dello svezzamento, visibile attraverso l’espressione di geni coinvolti nell’immunità e nello stress cellulare. In prospettiva, questi indicatori potrebbero contribuire a identificare biomarcatori utili per valutare la resilienza dei vitelli.
Un messaggio per la zootecnia del futuro
Il lavoro del Dipartimento DiANA conferma che lo svezzamento è una fase di profonda riorganizzazione biologica. Tutti i vitelli reagiscono a questa transizione, ma non tutti lo fanno con la stessa efficienza.
Gli animali con minore crescita post-svezzamento mostrano una maggiore attivazione immunitaria e un profilo metabolico meno favorevole, compatibile con un maggiore costo di adattamento. Per l’allevatore e per il tecnico, la crescita dopo lo svezzamento diventa quindi un indicatore prezioso non solo della performance, ma anche della capacità dell’animale di affrontare lo stress.
Migliorare la gestione dello svezzamento significa investire sul benessere del vitello, sulla sua resilienza e sulla futura efficienza dell’allevamento.
La presente nota è una sintesi dell’articolo scientifico pubblicato su PLOS One: Sfulcini M., Trevisi E., Piccioli-Cappelli F., Minuti A. 2026. “Circulating leukocyte gene expression responses to weaning and their association with growth in Holstein calves”. PLOS One 2026.
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Redazione Ruminantia
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