Nessuno si è mai inginocchiato per Henry, Iryna, Pamela, Lola, Tommie e per le piccole Bebe, Elsie e Alice


Roma, 4 giu- In un’epoca in cui il gesto di inginocchiarsi è diventato un rito globale di solidarietà, c’è una domanda che nessuno osa porre ad alta voce: perché certe vittime vengono trasformate in icone mentre altre vengono cancellate e sepolte? Il 25 maggio del 2020, George Floyd morì durante un arresto a Minneapolis. Il mondo intero si inginocchiò: politici, atleti, attori, opinionisti e intere scuole. “I can’t breathe” divenne un mantra universale. Nessuno si è inginocchiato per Henry Nowak, Iryna Zarutska, Pamela Mastropietro, Lola Daviet, Tommie Lindh o per le tre bimbe massacrate a Southport da Axel Rudakubana. Nessuno ha bloccato le strade e organizzato manifestazioni per chiedere verità e giustizia. Perché? Il motivo è semplice: la loro morte non si prestava alla narrazione dell’antirazzismo e alla retorica della colpa di essere bianchi.

Henry Novak: il politicamente uccide ancora nel Regno Unito

Il 3 dicembre 2025, il 18enne britannico Henry Nowak stava tornando a casa dopo una serata con gli amici a Southampton. A un certo punto, Vickrum Digwa, 23enne di origini indiane, lo aggredì senza motivo e lo accoltellò per cinque volte con un kirpan, un pugnale cerimoniale lungo 21 centimetri che portava per motivi religiosi. All’arrivo della polizia, Henry giaceva sanguinante sul selciato ma venne ammanettato perché Digwa aveva affermato: “È stato lui a aggredirmi, è un razzista”. Il giovane agonizzante ripeté per ben nove “I can’t breathe”, ma un agente rispose: “Non credo proprio, amico”. Henry morirà dopo 67 minuti di custodia, soffocando nel proprio stesso sangue.

Durante una conferenza stampa improvvisata, Mark Nowak, il padre del giovane, ha parlato di “trattamento disumano”, dichiarando: “Il suo assassino non è mai stato ammanettato (…) La polizia lo ha perfino portato in cucina in modo che potesse scegliersi cosa mangiare”. L’Independent office for police conduct ha aperto un’inchiesta ma ciò non riporterà in vita Henry, il quale forse si sarebbe potuto salvare con un’immediata operazione di soccorso. Questa dinamica ricorda spaventosamente ciò che è successo con le grooming gang di pakistani che hanno mietuto migliaia di vittime, tutte ragazzine bianche e fragili. Per decenni, le autorità britanniche hanno nascosto sotto al tappeto questa vicenda per il timore di essere accusate di razzismo e per la preoccupazione di scontri sociali.

Il caso di Tommie Lindh

Nella notte tra il 9 e il 10 maggio 2020, ad Härnösand, una cittadina sulla costa settentrionale della Svezia, il 19enne Tommie Lindh venne ucciso da Abubaker Mohamad Awad, un 23enne sudanese con cittadinanza svedese già condannato in passato per violenza sessuale. Alla fine di una festa, Awad aggredì sessualmente una ragazza svedese. Tommie intervenne per difendere l’amica ma venne accoltellato ripetutamente al collo, al petto e alla schiena dal sudanese, il quale accusò pure la vittima di essere razzista perché indossava un cappellino del partito Sverigedemokraterna. Accanto al corpo massacrato di Tommie, Awad violentò nuovamente la ragazza.

Giovani donne uccise nel silenzio mediatico e istituzionale

Il 22 agosto del 2025, la 23enne Iryna Zarutska stava tornando a casa dal lavoro su un treno della Lynx Blue Line a Charlotte, in North Carolina. Mentre era seduta a bordo di una carrozza, la giovane venne accoltellata per tre volte da un uomo alle sue spalle, Decarlos Dejuan Brown Jr., un afroamericano di 34 anni con una lunga lista di precedenti. Iryna morì dissanguata davanti a decine di passeggeri. Nelle immagini, si scorge il volto della ragazza diviso tra stupore e dolore mentre i presenti rimangono attoniti, quasi indifferenti, di fronte a quella tragica scena. Gli Stati Uniti non si incendiarono e la sinistra si nascose dietro a un silenzio imbarazzato, accusando addirittura di strumentalizzazione chi parlava di doppio standard.

Il 30 gennaio 2018, la 18enne Pamela Mastropietro venne stuprata, uccisa e fatta a pezzi a Macerata. Le sue spoglie vennero poi chiuse in due trolley e abbandonate lungo una strada. L’unico colpevole per la giustizia italiana è Innocent Oseghale, un nigeriano clandestino già destinatario di un decreto di espulsione. Nonostante le chiare evidenze di complicità, la procura ha archiviato tutti gli esposti depositati dalla famiglia della giovane. In un’intercettazione, si sente Oseghale affermare: “Ho una bianca da stuprare”.

Con il corpo depezzato di Pamela ancora sul tavolo autoptico dell’obitorio, la sinistra organizzò una manifestazione a Macerata contro il razzismo. Mentre i media dem colpevolizzavano la vittima, affermando falsamente che fosse una drogata. Pamela era italiana, bianca e vittima di un nigeriano. Fine della storia: il suo omicidio doveva scomparire a colpi di propaganda progressista.

Bambine sacrificate in nome della società multiculturale

A Southport, in Inghilterra, il 29 luglio 2024, il 17enne Axel Rudakubana, ruandese con cittadinanza britannica, entrò in una scuola di danza armato di un grosso coltello con cui massacrò tre bambine: Bebe King, Elsie Dot Stancombe e Alice da Silva Aguiar, rispettivamente di 6, 7 e 9 anni. L’attacco fu premeditato, sadico, mirato a uccidere il maggior numero possibile di piccole vittime indifese. La censura istituzionale partì immediatamente ma non riuscì a seppellire quella mattanza quando venne indicato il nome dell’autore.

Sebbene le autorità avessero cercato subito di smentire la sua radicalizzazione islamica, nella camera di Rudakubana, vennero ritrovati manuali di addestramento di al-Qaeda e materiali biologici per la produzione di ricina. A quella strage, seguì una durissima repressione della polizia inglese. Le manifestazioni spontanee vennero sedate con manganelli, arresti di massa e centinaia di condanne. Bebe, Elsie e Alice dovevano essere seppellite dal politicamente corretto al più presto perché non rispettavano i giusti requisiti delle vittime.

Il 14 ottobre 2022, a Parigi, la 12enne Lola Daviet venne rapita a due passi da casa, violentata, torturata e uccisa per soffocamento da Dahbia Benkired, una 27enne algerina clandestina con precedenti e già destinataria di un ordine di espulsione. Il corpo della bambina venne poi ritrovato sgozzato e mutilato dentro un baule nel cortile del palazzo dove abitava con la famiglia. Il caso scatenò un dibattito sull’immigrazione, ma la sinistra francese gridò al razzismo contro chi osava collegare l’omicidio alla nazionalità dell’assassina.

La macchina dell’indignazione progressista si inceppa quando la vittima non segue una determinata narrazione

Quando la vittima è bianca e l’assassino è un immigrato o uno straniero naturalizzato, la macchina dell’indignazione progressista si inceppa. I media mainstream riducono la copertura. I politici di sinistra parlano di casi isolati o di soggetti con problematiche mentali. Gli attivisti tacciono per non alimentare l’odio, qualsiasi protesta spontanea viene etichettata come strumentalizzazione. Al contrario, quando la dinamica è invertita, scatta l’allarme rosso globale: manifestazioni, inginocchiamenti di massa, talk show televisivi, collettivizzazione della colpa. Ormai è palese che certe vite, come quelle di Henry, Iryna, Tommie, Pamela, Lola, Bebe, Elsie e Alice, valgono di meno.

Ammettere che certi crimini siano favoriti dall’immigrazione incontrollata, dalla mancata integrazione e da una sorta di razzismo al contrario, distruggerebbe quel castello di carte ideologico costruito dalla narrazione progressista negli ultimi decenni.

Francesca Totolo




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