Le diete dei ruminanti da latte altamente specializzati sono generalmente ricche di amido e carboidrati non fibrosi, al fine di soddisfare gli elevati fabbisogni energetici, soprattutto nelle prime fasi della lattazione. Di conseguenza, tali razioni includono spesso elevate quantità di cereali, alimentando il dibattito sulla competizione tra alimentazione animale e umana (feed-food competition) (Mottet et al., 2017).
Nelle pecore da latte, diete ricche di amido durante la lattazione sono state associate a una riduzione dell’efficienza alimentare per la produzione di latte e a un incremento della deposizione di grasso corporeo (Cannas et al., 2013). Per questo motivo, nelle fasi di media e fine lattazione risulta opportuno ridurre la quota di cereali e aumentare quella di ingredienti ricchi di fibra altamente digeribile.
Il potenziale dei sottoprodotti agro-industriali
In tale contesto, i sottoprodotti agro-industriali rappresentano una risorsa promettente per l’alimentazione dei piccoli ruminanti (Lunesu et al., 2021). I sottoprodotti derivanti da frutta e ortaggi presentano generalmente bassi contenuti di amido e proteina, ma sono ricchi di fibra altamente digeribile, soprattutto pectine, e talvolta contengono lipidi insaturi. Nei Paesi del bacino mediterraneo vengono prodotti ingenti quantitativi di sottoprodotti quali sansa di oliva, bucce di pomodoro e polpe di frutta, il cui impiego nell’alimentazione dei ruminanti ha già mostrato risultati promettenti (Hadhoud et al., 2021; Buffa et al., 2020; Scicutella et al., 2023). Anche i sottoprodotti derivanti dai cereali, come crusca di frumento, crusca di riso e distillers grains, possono contribuire al valore nutrizionale delle diete grazie al loro maggiore contenuto di amido e proteina e risultano particolarmente interessanti per la loro maggiore stabilità e conservabilità.
Oltre agli aspetti nutrizionali, i sottoprodotti presentano generalmente un impatto ambientale inferiore rispetto ai concentrati convenzionali (Pardo et al., 2016) e possono contribuire alla riduzione dei costi alimentari e alla mitigazione delle criticità legate all’approvvigionamento dei mangimi (Hassan et al., 2023). Tuttavia, il loro impiego non è privo di limiti, legati soprattutto alla stagionalità, alla disponibilità territoriale e all’elevata deperibilità delle biomasse residue. Tali criticità risultano però parzialmente compensate dalla forte presenza di sottoprodotti agro-industriali nelle aree mediterranee, dove l’allevamento dei piccoli ruminanti è ampiamente diffuso (Pulina et al., 2018; EUROSTAT, 2023). In particolare, i residui derivanti dalla lavorazione delle olive e del pomodoro sono abbondantemente disponibili nei mesi autunnali ed estivi e il loro utilizzo nelle diete dei ruminanti è stato descritto con successo in diversi studi (Mannelli et al., 2018; Valenti et al., 2018; Hadhoud et al., 2021; Scicutella et al., 2023).
Lo studio
In questo scenario, Foggi et al. (2026), in uno studio pubblicato sulla rivista Animal, hanno ipotizzato che la sostituzione completa delle materie prime convenzionali con una miscela di sottoprodotti e co-prodotti caratterizzati da proprietà nutrizionali complementari potesse soddisfare i fabbisogni di pecore da latte in media lattazione, mantenendo le performance produttive e migliorando al contempo la sostenibilità del sistema attraverso la riduzione della competizione feed-food (Viti et al., 2021) e dell’impronta ambientale della produzione dei mangimi.
A tal fine è stato formulato un concentrato ricco di fibra digeribile e povero di amido, costituito principalmente da sottoprodotti agro-industriali tipici dell’area mediterranea, tra cui distillers grains, crusca di riso, bucce di pomodoro e sansa di oliva. Gli effetti di questa dieta sono stati confrontati con quelli di un concentrato convenzionale ricco di amido e povero di fibra, basato su cereali e farina di soia.
Effetti sulle performance produttive
La sostituzione delle materie prime convenzionali con i sottoprodotti, applicata per sei settimane in pecore in media lattazione, non ha influenzato né la produzione di latte né la sua composizione generale, suggerendo che l’apporto di nutrienti digeribili fosse adeguato a soddisfare i fabbisogni degli animali, nonostante il maggiore contenuto di NDF (50,7 vs 34,8% SS) e il minore contenuto di NFC (20,8 vs 38,9% SS) della dieta sperimentale rispetto a quella controllo. Va comunque sottolineato che l’ingestione alimentare è stata in parte stimata, poiché il consumo individuale di pascolo non poteva essere monitorato senza alterare il comportamento alimentare degli animali.
I risultati ottenuti risultano coerenti con quanto riportato da Cannas et al. (2013) e da Lunesu et al. (2021), secondo cui diete a basso contenuto di NFC favoriscono una migliore ripartizione energetica verso la produzione lattea piuttosto che verso la deposizione di grasso corporeo. Nel lavoro di Foggi et al. (2026), infatti, il peso vivo e la produzione di latte non differivano tra i gruppi, indicando che la fibra altamente digeribile della dieta sperimentale era in grado di sostenere adeguatamente le performance produttive.
Qualità del latte e metabolismo proteico
Nel latte delle pecore alimentate con la dieta sperimentale è stata osservata una lieve riduzione delle concentrazioni di proteina, caseina e urea, senza tuttavia effetti sulla resa proteica giornaliera totale. Questo fenomeno potrebbe essere attribuito al maggiore contenuto di polifenoli presenti nei sottoprodotti, in particolare nella sansa di oliva, capaci di complessare le proteine alimentari e ridurne la degradabilità ruminale (Vasta et al., 2019). Tali composti potrebbero inoltre influenzare l’assorbimento intestinale di specifici aminoacidi (Min et al., 2003). La riduzione dell’urea nel latte potrebbe riflettere una minore produzione ruminale di urea, dovuta all’aumento della quota di proteina bypass (Patra e Saxena, 2011), con un possibile miglioramento dell’efficienza energetica associata al metabolismo azotato (Frutos et al., 2004).
Modifiche del profilo lipidico
Anche il profilo lipidico del latte è risultato influenzato dalla dieta. Il latte del gruppo controllo mostrava concentrazioni più elevate di acidi grassi saturi e di acidi grassi sintetizzati de novo, suggerendo una diversa destinazione dell’energia alimentare verso la sintesi lipidica mammaria (Shingfield et al., 2010; Boerman et al., 2015). Al contrario, il latte delle pecore alimentate con la dieta sperimentale presentava una maggiore concentrazione di acido oleico (C18:1 cis9), probabilmente legata alla presenza di sansa di oliva nella razione, già associata in precedenti studi a un incremento di tale acido grasso nel latte e nei derivati lattiero-caseari (Scicutella et al., 2023; Bolletta et al., 2022). La maggiore concentrazione di acido oleico potrebbe inoltre spiegare la minore sintesi di acidi grassi a corta catena, in accordo con quanto riportato da Dorea e Armentano (2017) e Conte et al. (2022).
La quota totale di PUFA non differiva tra i gruppi, probabilmente per il simile contributo del pascolamento. Tuttavia, il latte della dieta sperimentale mostrava concentrazioni più elevate di alcuni isomeri trans-C18:1 e dell’acido rumenico (CLA cis9, trans11), suggerendo una modulazione della bioidrogenazione ruminale degli acidi grassi alimentari (Mosley et al., 2002; Shingfield et al., 2010). Un effetto analogo era già stato osservato in studi che prevedevano l’impiego di sansa di oliva o sottoprodotti del pomodoro (Buffa et al., 2020; Scicutella et al., 2023).
Emissioni di metano e sostenibilità ambientale
Per quanto riguarda le emissioni enteriche, la dieta non ha influenzato significativamente la produzione di metano, nonostante il maggiore contenuto di fibra della dieta sperimentale. Questo risultato, in parte inatteso, potrebbe essere spiegato dalla diversa fermentescibilità della fibra o dalla presenza di metaboliti secondari vegetali con possibile attività anti-metanogenica, derivanti principalmente da sansa di oliva e bucce di pomodoro (Vasta et al., 2019).
Dal punto di vista ambientale, la sostituzione delle materie prime convenzionali con sottoprodotti ha determinato una riduzione del potenziale di riscaldamento globale (GWP), confermando il potenziale di queste strategie nell’ottica della sostenibilità. Secondo Mottet et al. (2017), la produzione animale richiede quantità rilevanti di alimenti edibili per l’uomo; pertanto, migliorare l’efficienza di conversione delle risorse non direttamente utilizzabili dall’uomo in proteine ad alto valore biologico rappresenta un obiettivo prioritario. Nel presente studio, la dieta sperimentale ha migliorato significativamente l’efficienza di conversione della proteina edibile (heFCE) e la produzione netta di proteina alimentare rispetto alla dieta convenzionale.
L’analisi del ciclo di vita (LCA) ha ulteriormente confermato il minore impatto ambientale della dieta sperimentale, pur evidenziando come i processi di disidratazione necessari alla stabilizzazione dei sottoprodotti rappresentino ancora un elemento critico in termini energetici. In tale prospettiva, il ricorso a energie rinnovabili, tecnologie di essiccazione più efficienti e filiere corte territoriali potrebbe contribuire a migliorare ulteriormente la sostenibilità del sistema. Restano inoltre da approfondire aspetti legati alla sicurezza dei sottoprodotti, come la presenza di residui di pesticidi o elevati contenuti minerali (Hassan et al., 2023).
Conclusioni
Complessivamente, il mangime formulato con sottoprodotti agro-industriali ha dimostrato un buon potenziale come alternativa agli alimenti convenzionali nelle pecore da latte in media lattazione. La dieta sperimentale ha consentito di mantenere le performance produttive, migliorare alcuni aspetti qualitativi del latte e ridurre l’impatto ambientale e la competizione feed-food, promuovendo al contempo processi di economia circolare. Ulteriori studi saranno tuttavia necessari per valutare gli effetti a lungo termine di queste strategie alimentari e ottimizzarne l’applicazione pratica nei sistemi zootecnici.
La presente nota è una sintesi del seguente articolo scientifico: Foggi G., Valenti B., Silvi A., Turini L., Finocchi M., Bolletta V., Lilli E., Tognocchi M., Tinagli S., Scicutella F., Serra A., Viti C., Buccioni A., Pauselli M., Mele M. (2026). Feeding mid-lactation dairy ewes with a low in starch mixture of agro-industrial by-products: effects on performance, milk quality, and environmental impact. Animal, 20(3). https://doi.org/10.1016/j.animal.2026.101831
Autori
Gruppo editoriale ASPA – Giuseppe Conte, Alberto Stanislao Atzori, Fabio Correddu, Luca Cattaneo, Gabriele Rocchetti, Antonio Natalello, Sara Pegolo, Aristide Maggiolino, Antonella Della Malva, Giulia Gislon, Manuel Scerra.
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Redazione Ruminantia
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