Paola Cortellesi, voce e volto della repubblica del pensiero unico


Roma, 05 giu – Nella melassa zuccherosa che ruoto attorno al cerimoniale per l’ottantesima candelina della Repubblica italiana, tra post propedeutici tutti uguali degli esclusi, questi fasti quirinalizi non potevano che concludersi con la parola a una comica che, essendo un’attrice, renderebbe credibile tutto ciò che le viene detto di dire. Anzi, di leggere, nel caso di specie. Sulla piazza del Quirinale, è andato in scena una liturgia del 2 giugno dalla sottile, persistente malinconia per “fare la festa”. Non è la sobria celebrazione di una Nazione, ma la messinscena di un’ortodossia. Il rito laico di una Repubblica che ha smesso da tempo di essere la casa comune degli italiani per farsi fortilizio ideologico di una casta autoreferenziale. Quest’anno, a officiare la messa cantata sul palcoscenico del Quirinale, davanti al sorriso algido e distaccato del padrone di casa, è stata chiamata Paola Cortellesi.

Un’ottima attrice, si premurano di dire i custodi del progressismo da salotto che, però, non le hanno conferito alcun premio attestante il di lei valore. Ma c’è ancora domani. E quando l’arte si fa ancella del potere e il teatro si riduce a un comizio in prima serata, il talento si converte in conformismo e la poesia cede il passo al temino ideologico. Il monologo della Cortellesi è stato il trionfo della memoria dimezzata, un formulario di agiografia resistenziale scritto per compiacere le orecchie sovrane e i dogmi del Piddistan. Una narrazione edulcorata, parziale, rigorosamente a menù fisso, dove la complessità della Storia viene sacrificata sull’altare della propaganda militante, per poi scegliere solo ciò che aggrada.

La memoria recisa e il sangue dei vinti

L’attrice ha evocato con accenti commossi le staffette partigiane, le madri costituenti, il martirio di Irma Bandiera. Pagine dolorose, certamente, che appartengono alla tragedia della guerra civile. Ma la pietà, se vuole essere civile e non faziosa, non può essere selettiva. Se la Cortellesi avesse avuto il coraggio dell’onestà intellettuale, in quella medesima piazza avrebbe dovuto trovare lo spazio per un altro ricordo.

Avrebbe dovuto menzionare le altre donne, le dimenticate, le cancellate dall’albo d’oro di questa res publica. Pubblica, di tutte, appunto. Quelle ragazze, spesso minorenni, che a guerra ormai finita furono braccate, torturate, esibite nude nelle piazze con i capelli rasati, violentate e infine gettate nei fossi dai “liberatori” con la stella rossa sulla giubba. La loro unica colpa? Essere figlie, mogli o sorelle di simpatizzanti di un fascismo che era stato lo sfondo di un’intera generazione.

Anche quel sangue era italiano. Anche quelle erano donne, ma per la vulgata progressista sono salme senza dignità, scorie della Storia che non meritano il bianco e nero di un film d’autore né un passaggio in diretta Rai. Per la Cortellesi e per i suoi committenti, la lezione del loro Giampaolo Pansa, un miscredente, un traditore e il suo sputtanato Il Sangue dei vinti restano testi proibiti, eresie che disturbano la favola bella del mito fondativo. E ci limitiamo solo alla loro area. Voce del verbo “se non credete nemmeno a voi stessi…”.

L’ipocrisia delle “promesse” e l’oblio del presente

Il paradosso, però, si fa grottesco quando la regista passa a elencare le “promesse non ancora mantenute” della Repubblica, lamentando l’impossibilità per le donne di “camminare sole la sera senza temere per la propria incolumità”. È il capolavoro dell’ipocrisia intellettuale. Il cortocircuito in salsa progressista. La nemesi del mondo petaloso di un’area che in realtà è solo un recinto ideologico precostituito. Il loro capo-lavoro. Se le nostre città sono divenute teatri di un’inquietudine diffusa, se i centri urbani sono stati consegnati a quel maranzato universale e sradicato la responsabilità storica ricade proprio sull’universo ideologico della sinistra che la Cortellesi rappresenta. Anni di immigrazione indiscriminata e di accoglienza sventolata come bandiera morale hanno eroso la sicurezza sociale delle donne.

Ma su questo il femminismo da tappeto rosso preferisce tacere. Sul red carpet dell’omertà interessata non vuole mostrarsi. Come tace, con un silenzio che sa di complicità, sulle “nuove italiane”, le ragazze nate in seno all’Islam e segregate nelle nostre periferie, sottomesse a un patriarcato – questo sì, ma nemmeno lo nominano questo fenomeno – arcaico e feroce, segregate o sgozzate se solo osano desiderare la libertà occidentale. Sa la Cortellesi chi era Saman Abbas? O questo è stato depennato dall’album dei ricordi? Di loro non si fa menzione: non si accorda con le geometrie del politicamente corretto.

La cancellazione di Giorgia: l’invidia delle prefiche

Finanche la narrazione del voto del 1946 è stata piegata al dogma. La Cortellesi ha celebrato il suffragio femminile occultando il fatto che la sinistra radicale dell’epoca osteggiò quel diritto, terrorizzata dall’idea che le donne “votassero per i preti”. Fu il cattolicesimo politico di Sturzo e di De Gasperi, con la solenne benedizione di Pio XII, a volere le donne nelle cabine elettorali, ma tutto era già nel programma del Fascismo sansepolcrista del 1919, che, nel ‘25, ha trovato anche attuazione in occasione delle elezioni amministrative.

Ma l’omissione più vistosa, quasi psicopatologica, è l’assenza totale della realtà odierna. Come ha acutamente rilevato da un’altra donna assurta al vertice delle istituzioni, ma non certo per essere una quota rosa e ben prima della pari opportunità: Adriana Poli Bortone. Il Sindaco di Lecce fa notare come in un discorso autenticamente rivolto all’emancipazione femminile avrebbe dovuto culminare con il riconoscimento di un evento storico senza precedenti, ovvero la presenza di una donna alla guida del Governo della Nazione. E invece, il nulla.

Per la sinistra orfana del potere, Giorgia Meloni non esiste. La sua ascesa non viene celebrata come la rottura di un soffitto di cristallo, ma vissuta come un trauma intollerabile. Poiché la Premier non appartiene alla consorteria progressista, poiché non recita il catechismo di Capalbio, la sua femminilità viene revocata. Davanti alla claque del Quirinale, la Meloni doveva essere cancellata per non guastare la coreografia di una Festa dell’Unità mascherata da solennità repubblicana. E, diciamocelo: se non ci fosse stata la Meloni, al Nazareno non ci sarebbe mai stata nemmeno Elly Schlein. Partigiana fuori tempo massimo, proletaria & borghese, con tanto di mammina e paparino. Forse, persino un incrocio tra le due specie, i due generi, ma a piacere dell’elettore. E con l’armocromista da 300 euro all’ora che la Meloni non ha.

Il crepuscolo della Repubblica

La Cortellesi, definita con sprezzo del ridicolo “vestale della democrazia“, incarna perfettamente il crepuscolo della nostra cultura egemone. Non più la ricerca della verità o la composizione delle ferite nazionali. Ma il riflesso condizionato del conformismo, l’opportunismo di chi sa quale spartito occorra suonare per ottenere il plauso del Principe e i finanziamenti dello Stato. Se vi fosse stata vera sensibilità culturale, si sarebbe ricordata la figura immensa di Alida Valli. Nata proprio in quei giorni di fine maggio. Istriana, che, seppur col Fascismo di Salò ebbe un rapporto non proprio idilliaco, è sempre stata estranea alle parrocchie della sinistra, esule e tormentata.

Ma la Repubblica dei funzionari preferisce i propri funzionari di scena. Si spegneranno i riflettori anche su Piazza del Quirinale. Ma resterà l’amaro in bocca per una festa che avrebbe dovuto unire e che invece, per mano dei soliti guardiani del pensiero unico, è stata ridotta all’ennesimo, rancoroso processo al passato. Un comizio vestito a sera, nell’Italia che affonda nel conformismo, mentre grida inutilmente, vigliaccamente, falsamente “unità!” e “libertà!”.

Tony Fabrizio




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