cosa dicono genetica, storia e demografia


Roma, 4 giu – “Noi siamo il risultato di tante migrazioni e non ci dispiace affatto”. La frase pronunciata da Sergio Mattarella in occasione del 2 giugno è già diventata ciò che era destinata a diventare: un passepartout retorico. Una di quelle formule apparentemente innocue, scolpite nel marmo del buon senso repubblicano, con cui si pretende di chiudere ogni discussione prima ancora di iniziarla. Il sottinteso è servito: se l’Italia è il risultato delle migrazioni, allora ogni resistenza all’immigrazione di massa diventa ignoranza storica; se anche noi siamo stati migranti, allora chiunque contesti i flussi contemporanei starebbe rinnegando la propria origine; se la penisola è sempre stata un crocevia, allora il controllo dei confini diventa una bizzarria antistorica.

Il problema è che questo ragionamento funziona solo finché resta slogan. Appena lo si sottopone al vaglio della genetica, della storia e della demografia, si rivela per quello che è: una semplificazione ideologica costruita su un frammento di verità.

Mattarella e la retorica dell’”Italia migrante”

Che nella storia italiana vi siano state migrazioni è ovvio. Sarebbe ridicolo negarlo e sminuirebbe la nostra storia. La penisola è stata attraversata da popoli, eserciti, mercanti, schiavi, coloni, comunità religiose, minoranze linguistiche, élite militari e amministrative. Ma da questo dato non discende affatto che il popolo italiano sia un aggregato indistinto, continuamente rifatto da apporti esterni e privo di continuità biologica, storica e territoriale. Qui sta il trucco: si prende un fatto reale, l’esistenza delle migrazioni, e lo si trasforma in una morale contemporanea sull’accoglienza. Gli studi genetici raccontano una storia molto più seria. L’Italia non è “pura”, perché nessun popolo europeo lo è nel senso caricaturale del termine. Ma non è nemmeno liquida. È una popolazione europea e mediterranea antica, stratificata, articolata al suo interno, segnata da grandi processi preistorici e da apporti storici successivi, ma dotata di una continuità riconoscibile.

Gli studi genetici confermano la sostanziale continuità

Il primo livello è quello preistorico. Come il resto d’Europa, anche l’Italia nasce da grandi trasformazioni demografiche antiche: cacciatori-raccoglitori autoctoni, guerrieri-sacerdoti-agricoltori arrivati nell’età del Bronzo nell’alveo delle grandi migrazioni indoeuropee. Queste dinamiche hanno inciso profondamente sulla struttura genetica europea. Ma assimilarle all’immigrazione contemporanea è un abuso concettuale. Parliamo di processi lunghissimi, avvenuti in contesti demografici e politici radicalmente diversi, quando non esistevano Stati nazionali, welfare, cittadinanza moderna, mercato globale del lavoro, reti diasporiche e flussi gestiti da apparati economici e ideologici.

Lo studio pubblicato su Science Advances nel 2019, mostra bene questa complessità. I genomi degli italiani moderni conservano diverse firme ancestrali e presentano una delle strutture interne più marcate d’Europa. Nord, Centro, Sud, Sicilia e Sardegna non sono tasselli casuali di un mosaico indistinto, ma aree con profili differenziati, modellati da geografia, storia locale, isolamento relativo e apporti antichi. Non emerge l’immagine di un’Italia geneticamente cancellata da ogni nuovo arrivo, ma quella di una penisola in cui le stratificazioni si sono innestate su continuità territoriali profonde.

Ancora più importante è lo studio pubblicato nel 2024 su eLife, dedicato alla struttura genetica europea e mediterranea negli ultimi tremila anni. Il dato centrale è chiarissimo: nonostante mobilità, guerre, commerci, migrazioni individuali e presenza di soggetti non locali, la struttura genetica complessiva dell’Europa e del Mediterraneo occidentale resta relativamente stabile nel periodo storico. La mobilità esiste, ma non produce automaticamente dissoluzione. Gli individui si muovono, le élite dominano, le città si cosmopolitizzano, ma le popolazioni non vengono rifatte da capo a ogni passaggio della storia.

Da Roma alla Sicilia: i soliti cliché che non reggono

Il caso di Roma antica- spesso usato come clava morale – è senz’altro il più istruttivo. Sempre lo studio di Science, basato su 127 genomi antichi provenienti da Roma e dall’Italia centrale, mostra che durante l’età imperiale la capitale divenne effettivamente un crocevia genetico, con un forte aumento di componenti provenienti dal Mediterraneo orientale e dal Vicino Oriente. Ma Roma era la capitale di un impero, non il riassunto biologico dell’intera penisola. Era una metropoli politica, militare, commerciale. Confondere la Roma imperiale con l’Italia rurale, appenninica, alpina, padana, adriatica o insulare è una scorciatoia da manuale. Che la capitale dell’impero fosse cosmopolita non significa che ogni comunità italica fosse demograficamente intercambiabile.

Lo stesso vale per il cliché della Sicilia “araba”, ripetuto da anni come prova definitiva dell’Italia eternamente meticcia. La storia siciliana è complessa, certo. Greci, Fenici, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Aragonesi: l’isola è stata attraversata da molte dominazioni. Ma il dato genetico non conferma affatto la favola di una Sicilia trasformata in massa da una colonizzazione araba. Gli studi sul cromosoma Y rilevano tracce nordafricane, ma limitate e disomogenee. La dominazione islamica fu reale sul piano politico e amministrativo, ma non produsse una sostituzione demografica generale. Anche qui: presenza non significa rifondazione; dominio non significa sostituzione; influenza culturale non significa cancellazione biologica.

No, le migrazioni non hanno tutte lo stesso peso

Questo è il punto che la retorica ufficiale rimuove sistematicamente. Le migrazioni non hanno tutte lo stesso peso. Alcune hanno avuto effetti fondativi nella preistoria. Altre hanno inciso in modo regionale. Altre ancora sono state culturalmente rilevanti ma geneticamente modeste. Dire “ci sono state migrazioni” non significa dire “ogni migrazione ha ricreato il popolo italiano da capo”. E soprattutto non significa che l’immigrazione di massa contemporanea sia la semplice prosecuzione naturale di processi antichi. E qui entra il secondo grande inganno: il paragone con l’emigrazione italiana. Anche questo è un classico della retorica immigrazionista. Un tempo partivamo noi, dunque oggi dobbiamo accogliere chi arriva. Il Primato Nazionale lo smontava già anni fa, ricordando una cosa elementare: il fatto che l’Italia abbia avuto una lunga storia di emigrazione dimostra semmai che per ragioni economiche, geografiche e demografiche è stata per lungo tempo un Paese di partenza, non un Paese strutturalmente predisposto a ricevere flussi di massa.

Il paragone con gli italiani negli Stati Uniti o in Germania è ancora più debole. Gli italiani emigravano verso Paesi in espansione demografica, industriale e territoriale. Gli Stati Uniti tra Otto e Novecento avevano densità abitative ridottissime, enormi superfici disponibili, una crescita economica poderosa e un sistema di selezione all’ingresso severo, da Ellis Island in poi. La Germania del Novecento assorbì manodopera italiana dentro fasi di espansione produttiva e crescita del Pil pro capite. L’Italia contemporanea, invece, riceve immigrazione in un contesto opposto: stagnazione demografica, bassa crescita, salari compressi, crisi abitativa, territori fragili, densità elevata, welfare sotto pressione, natalità al collasso e scarsa mobilità sociale.

L’Italia continua ad essere un paese di partenza

Ma soprattutto, oggi, l’Italia continua a essere un Paese di emigrazione proprio mentre viene trasformata in Paese di immigrazione. Questo è il nodo decisivo che Sergio Mattarella ignora colpevolmente. Secondo il Rapporto Cnel 2025, tra il 2011 e il 2024 l’Italia ha perso 630 mila giovani tra i 18 e i 34 anni. Nel solo 2024 se ne sono andati in 78 mila. Il valore del capitale umano uscito dal Paese in quel periodo è stimato in 159,5 miliardi di euro. Nel triennio 2022-2024, oltre quattro giovani emigrati su dieci erano laureati. Non stiamo parlando di una mobilità fisiologica, ma di una perdita selettiva di energie, formazione, competenze, natalità potenziale e continuità sociale. Ecco perché la parola “migrazione”, usata in modo indistinto, diventa una truffa semantica. Emigrare non è sempre un bene. Spostarsi non è automaticamente progresso. Un popolo che perde i propri giovani qualificati non sta celebrando la mobilità, sta subendo una mutilazione. Una nazione che forma le proprie leve generazionali per consegnarle ai sistemi produttivi altrui non è aperta, è sconfitta. E una classe dirigente che, mentre i giovani italiani partono, importa manodopera straniera per coprire segmenti poveri e compressi del mercato del lavoro non sta governando i flussi: sta amministrando il declino.

La grande sostituzione non è una paranoia ideologica

A questo punto il quadro diventa evidente. Da un lato si dice agli italiani che la loro identità è il risultato di migrazioni, quindi non devono difenderla troppo. Dall’altro si presenta l’emigrazione italiana come precedente morale dell’accoglienza, dimenticando che oggi l’emigrazione è una ferita aperta, non un mito edificante. Infine, si usa la presenza storica di apporti esterni per normalizzare un processo contemporaneo completamente diverso per scala, velocità, contesto politico, pressione sociale e capacità di integrazione. La questione della sostituzione demografico-sociale va allora sottratta sia alla caricatura complottista sia alla rimozione moralistica. Non serve immaginare un piano occulto per vedere un processo materiale. Se un Paese perde centinaia di migliaia di giovani formati e contemporaneamente importa centinaia di migliaia di lavoratori stranieri destinati spesso a settori a bassa qualificazione, la composizione sociale cambia. Se la natalità crolla e l’unico correttivo previsto e moralmente accettabile è l’immigrazione, la composizione demografica cambia. Se la cittadinanza viene sganciata sempre più dalla continuità storica e legata alla semplice residenza, la comunità politica cambia. Questa non è una paranoia ideologica ma una dinamica misurabile.

Una classe dirigente che si è arresa alla società aperta

Se la genetica non autorizza fantasie di purezza assoluta, non autorizza neppure la favola opposta, quella della nazione come albergo, del popolo come somma provvisoria di passaggi, dell’identità come incidente amministrativo. I dati dicono che l’Italia ha conosciuto migrazioni, ma non è stata geneticamente cancellata dalle migrazioni. Ha ricevuto apporti, ma non è riducibile agli apporti. È cambiata, ma dentro una continuità. Ed è proprio questa continuità che oggi viene resa impronunciabile. La domanda corretta, allora, non è se nella storia italiana siano esistite migrazioni. La domanda corretta è: quali migrazioni, in quali epoche, con quale peso demografico, in quali aree, con quali effetti genetici e sociali? E soprattutto: perché da processi antichi, lenti, differenziati e spesso limitati dovrebbe derivare l’obbligo politico di accettare flussi contemporanei rapidi, massicci e disordinati? Perché l’emigrazione italiana sarebbe una colpa ereditaria da espiare spalancando le frontiere?

Se si vuole discutere seriamente di popolo, identità e immigrazione, bisogna uscire dalle frasi da salotto istituzionale e guardare la realtà: l’Italia non è una massa indistinta ma una nazione antica, stratificata e continua, che oggi rischia di perdere se stessa non perché ignora la storia, ma perché la sua classe dirigente ha deciso di arrendersi alle agende della società aperta.

Sergio Filacchioni




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