di Rosa Elenia Stravato
Profilo di un’intellettuale capace di sfidare il mito dei briganti per mappare la storia e il folklore del Mezzogiorno
Wolfgang von Goethe, nel celebre saggio Viaggio in Italia, ha reso eloquente ai più quanto il nostro Paese possa esercitare uno straordinario – quasi catartico – fascino sugli autori non autoctoni. Tuttavia, se l’archetipo del Grand Tour sette-ottocentesco evoca spesso una contemplazione estetica distaccata e prettamente maschile, la parabola biografica ed intellettuale di Janet Ann Duff Gordon (noto ai posteri come Janet Ross) scardina violentemente i canoni della passività contemplativa. Nata a Londra nel 1842 in un milieu culturale d’eccezione – crebbe tra i dialoghi di Thackeray, Dickens e Charles Babbage –, la Ross si impose come una figura poliedrica, capace di coniugare l’indagine storiografica alla gestione imprenditoriale, il giornalismo d’assalto per il Times all’antropologia sul campo.
Il suo non fu un semplice vagabondaggio esotico, ma una penetrazione profonda nelle realtà geopolitiche e rurali del Mediterraneo: prima nella complessa cornice dell’Egitto degli anni ’60 dell’Ottocento – dove visitò i cantieri del Canale di Suez insieme a Ferdinand de Lesseps – e, successivamente, nella Toscana post-unitaria, dove trasformò la celebre Villa di Poggio Gherardo in un fulcro di speculazione intellettuale e innovazione agricola (dalla viticoltura alla produzione di un rinomato vermouth esportato nel Regno Unito). Il vero discrimine dell’esperienza odeporica di Janet Ross si compie però nel 1884, anno in cui decide di spingersi laddove la maggior parte dei viaggiatori europei arrestava il proprio cammino, intimorita dalle narrazioni endemiche sul brigantaggio e dalla precarietà delle infrastrutture. Accompagnata dall’artista Carlo Orsi, la Ross intraprese un viaggio trans-appenninico in carrozza lungo le polverose e accidentate vie della Puglia. Laddove la letteratura coeva registrava il Mezzogiorno come una landa refrattaria alla modernità, lo sguardo della Ross – acuto, empirico e privo di paternalismo vittoriano – ne colse la vibrante complessità culturale. Il percorso si snodò in un serrato itinerario geografico e storiografico: da Trani e Andria fino a Bari, dove l’autrice focalizzò la propria attenzione sulla grande stagione monumentale sveva. Poi passò alla volta del Salento, da Brindisi – le cui luci vennero assimilate ai cromatismi pittorici di William Turner – fino all’asse Lecce-Otranto, dove la scrittrice elogiò l’urbanità e la raffinatezza della popolazione locale, definendo Lecce una fulgida “Atene delle Puglie”.
A differenza dei suoi contemporanei, polarizzati dal classicismo magno-greco, la Ross sviluppò un profondo interesse per la figura di Federico II di Svevia e del figlio Manfredi. Questa fascinazione storica, parzialmente influenzata dalle suggestioni gotiche del romanzo di Horace Walpole, culminò nella pubblicazione, nel 1889, della monografia La terra di Manfredi, un’opera che fonde rigore storiografico e reportage geo-antropologico. Il baricentro ideale ed emotivo del soggiorno pugliese fu indubbiamente l’area ionica. Ospite a Statte di Villa Leucaspide – dimora del colto giurista e politico mazziniano Sir Giacomo Lacaita, già incontrato durante gli anni dell’esilio londinese di quest’ultimo –, Janet Ross trasformò la provincia di Taranto nel proprio laboratorio di osservazione etnografica. L’approccio della Ross al territorio tarantino si distinse per una straordinaria attitudine all’immersione totale, priva di filtri altolocati. Affiancata da Lacaita, l’autrice non si limitò alla consultazione di archivi, ma perlustrò fisicamente il territorio, giungendo alla scoperta del dolmen di San Giovanni di Statte. Consapevole del limite linguistico rappresentato dall’italiano letterario di fronte all’idioma locale, la Ross ingaggiò un giovane del luogo per decodificare il dialetto dei pastori ionici, registrando nei suoi taccuini non solo le frizioni comunicative -caratterizzate dalle grida dei nativi nel tentativo di farsi comprendere- ma anche la complessa struttura dei canti popolari. L’acme del coinvolgimento emotivo e intellettuale si verificò durante i celebri riti della Settimana Santa a Taranto.
Calzata di “stivaloni da uomo” per muoversi agevolmente tra la folla, la Ross si mescolò attivamente alle processioni tarantine, seguendo i complessi cerimoniali e le marce funebri della banda municipale. Nelle sue cronache, la religiosità popolare non venne liquidata come mera superstizione medievale, bensì analizzata come una potente manifestazione psicologica e culturale collettiva. Affascinata dalle persistenze del mito e del folklore locale, la Ross documentò con precisione scientifica i fenomeni del tarantismo, assistendo alla pizzica e al ballo della taranta. Il suo taccuino divenne un archivio vivente: costumi femminili dai fazzoletti multicolore, ritualità coreutiche, pratiche magico-religiose e architetture rurali vennero catalogati con il medesimo rigore precedentemente riservato ai monumenti della Valle del Nilo.
L’esperienza pugliese e tarantina di Janet Ross rappresenta un unicum nel panorama della letteratura di viaggio ottocentesca. Al ritorno in Toscana, presso la Villa di Poggio Gherardo – dove continuò la sua prolifica attività editoriale firmando opere monumentali come Florentine Palaces and Their Stories e il celebre ricettario Leaves from Our Tuscan Kitchen –, l’autrice mantenne vivido il legame con il Sud Italia. La sua figura, spentasi nel 1927, permane come il fulgido esempio di un’intellettuale capace di superare i rigidi confini del genere e del proprio tempo, restituendo all’Europa l’immagine di una Puglia non più periferia degradata, ma baricentro storico, antropologico e umano di rara e magnetica intensità.
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