Catanzaro si ritrova nella sua «Settimana Straordinaria» per celebrare la scuola di teatro “Enzo Corea”


Ci sono compleanni che non si misurano in candeline, ma in impronte lasciate sul territorio. Quarant’anni di teatro a Catanzaro sono un mosaico di generazioni che si incrociano, di copioni consumati e di palcoscenici che diventano casa. La Scuola di Teatro “Enzo Corea”, fondata e gestita dalla Cooperativa “Edizione Straordinaria”, ha scelto di non guardare al proprio passato con nostalgico distacco, ma di celebrarlo trasformando recentemente il Complesso monumentale del San Giovanni in un’officina d’arte a cielo aperto con “La Settimana Straordinaria”. Una rassegna intensa, patrocinata dal Comune, capace di fondere memoria e futuro. Per tracciare il bilancio di questo viaggio fatto di carne, passione e comunità, abbiamo incontrato il direttore artistico Salvatore Emilio Corea. Ecco cosa ci ha raccontato, tra passione e orgoglio.

– Come stai?
«Stanco. Ma di quella stanchezza bella che arriva quando qualcosa ha davvero attraversato le persone. La Settimana Straordinaria è stata intensa, piena, emotiva. E forse la cosa più bella è che non sembrava una celebrazione organizzata per obbligo, ma un grande momento di comunità».

– Quarant’anni sono un traguardo importante. Come avete deciso di raccontarli?
«Sicuramente non volevamo fare qualcosa di autocelebrativo. Non ci interessava spegnere quaranta candeline e dirci quanto siamo stati bravi. L’idea era piuttosto attraversare quarant’anni di memoria teatrale e culturale condivisa con la città, chiedendoci cosa significhi oggi continuare a fare teatro, formazione e comunità. Come ha detto anche il sindaco Nicola Fiorita, quaranta è un numero importante. E allora abbiamo pensato: invece di celebrare noi stessi, proviamo a mostrare come siamo, come lavoriamo, cosa ci identifica davvero».

– Una settimana del genere richiede anche un grande sforzo organizzativo.
«Assolutamente sì. Ed è giusto ricordare che tutto questo è stato possibile grazie all’aiuto concreto di sponsor privati che hanno deciso di credere nel progetto. Così come è stato fondamentale il sostegno dell’Amministrazione Comunale di Catanzaro, che ha sposato l’idea fin dal primo momento, e il contributo del Consiglio Regionale della Calabria. Quando si parla di cultura spesso si racconta solo ciò che accade sul palco. In realtà dietro c’è una rete di persone, istituzioni e realtà che decidono di investire fiducia. E senza quella fiducia questa settimana non sarebbe esistita».

– La mostra fotografica è stata il cuore emotivo della settimana?
«Assolutamente sì. Doveva essere una mostra di quaranta fotografie, una per ogni anno. Ma poi succede una cosa semplice: come fai a fermarti? Una foto tira l’altra, poi una locandina, poi un manifesto, poi un ricordo. E così ci siamo ritrovati a raccontare quasi quarant’anni di attività attraverso immagini, spettacoli, prove, persone. C’erano le storiche locandine firmate dalla splendida penna grafica di Simonluca Spadanuda, che ci accompagna da tantissimo tempo con la sua genialità creativa. E accanto a quella memoria visiva c’erano le eleganti grafiche realizzate da Alice Greco per la Settimana Straordinaria, che hanno dato all’intera manifestazione un’identità contemporanea e riconoscibile. All’ingresso della mostra c’era anche un piccolo messaggio di auguri di mia madre, Annamaria Romiti, lasciato il giorno dell’inaugurazione della scuola dedicata a mio padre, Enzo Corea. Quel foglietto era accanto a una foto delle prove di Commedia Vecchio Stile di Arbuzov con Enzo Corea e Adele Fulciniti. Una cosa piccola, ma fortissima. E poi c’era un vecchio manifesto del 1987 con scritto “galleria 4000 lire” relativo allo spettacolo DRAMA – due invocazioni e un atto d’accusa. Per i più giovani quasi un reperto archeologico. Eppure da quel momento fino all’ultimo spettacolo da realizzare, Il giorno in cui gli animali si alzarono, sembra passato un attimo».

– Uno dei momenti più belli della mostra è stato il cartellone con i nomi degli allievi. Come nasce quell’idea?
«Alla fine del percorso espositivo abbiamo messo un enorme cartellone con scritto: “TROVA IL TUO NOME. E SE NON TI TROVI, SCRIVILO.” Sopra c’erano circa millecinquecento nomi di allievi passati dentro la Scuola di Teatro Enzo Corea. Li abbiamo ricostruiti tra ricordi, vecchi file, memoria personale. Sicuramente mancavano tantissimi nomi, forse anche un paio di centinaia.
Ma la cosa straordinaria era vedere la gente cercarsi. Persone che ridevano, si indicavano, ricordavano spettacoli. E qualcuno che prendeva il pennarello e aggiungeva il proprio nome.
Era come dire: “Anch’io ho fatto parte di questa storia”».

– La settimana non è stata fatta solo di memoria, però.
«No, anzi. Per noi era importante che fosse una cosa viva. L’incontro iniziale, Sapere di non sapere, non era un’inaugurazione ufficiale ma quasi un reincontro tra persone che condividono il gusto della cultura. Attorno al tavolo c’erano l’establishment di Edizione Straordinaria, gli amici, gli addetti ai lavori, le istituzioni, l’assessore Donatella Monteverdi che insieme al sindaco ha voluto fortemente questa settimana. Poi c’è stato Essere Arte, che è stato molto emozionante. A parlare dell’arte al femminile sono state ex allieve della scuola che hanno deciso di affrontare davvero il mondo artistico: Claudia Olivadese, Emanuela Bianchi, Lara Chiellino, Stefania Pascali, Alessandra Silipo, Valentina Mazzocca. E tante altre che erano presenti o collegate da lontano.
Il quarto giorno invece abbiamo avuto la splendida conferenza della dottoressa Chiara Crupi, grande amica di Edizione Straordinaria, che ha regalato alla comunità anche i suoi quarant’anni di esperienza».

– E poi il workshop con Luca Vonella.
«Quella è stata un’altra cosa bellissima. Luca è arrivato da Torino e per tre giorni ha lavorato con gli allievi della scuola, di tutte le età. Ha regalato la sua arte costruendo insieme a loro un’improvvisazione finale che ha emozionato tantissimo il pubblico. Non era semplicemente uno spettacolo. Era un incontro umano.

– Tra le performance, “Evviva Maria” di Lara Chiellino ha colpito molto il pubblico.
È stato un momento fortissimo. Lara, che anche lei ha frequentato a ridosso del 2000 la Scuola di Teatro Enzo Corea, ha portato in scena un racconto durissimo e commovente sui fatti di Reggio Calabria del 1970 e sull’uccisione dei cinque anarchici. Il pubblico è rimasto in silenzio per tutta la durata dello spettacolo e alla fine c’è stato un applauso lunghissimo, quasi liberatorio. Era evidente che quella storia aveva toccato tutti.

– Cosa ti ha colpito di più personalmente durante questi giorni?
«L’affetto per la memoria di qualcosa che nasce nel secolo scorso e arriva fino al nuovo millennio.
Ma soprattutto mi ha colpito la forza delle nuove generazioni. Vedere persone che oggi hanno quarant’anni, nate praticamente insieme alla cooperativa, avere il coraggio di dire ancora: “Si va avanti. Si continua a fare teatro.” Penso a Claudia Olivadese, Pasquale Rogato, Vincenzo Lazzaro, Gianpaolo Negro, Mia Carmen Talarico, Annalisa Lamanna, Gaia Mastria e tanti altri. Sono loro che adesso dovranno portare avanti tutto questo. E speriamo che noi — io, Franco Corapi, Ninì Mazzei, Emanuela Gemelli, Marcello Barillà — che questa esperienza l’abbiamo portata fin qui dal secolo scorso, non perdiamo l’equilibrio».

– Com’è stata la giornata finale del 22 maggio?
Una festa vera. Tanta gente, tanta musica, tanta emozione. I Duodè — “l’unico duo che suona in tre” — dopo aver suonato per giorni sotto il Complesso Monumentale come accompagnamento della manifestazione, sono entrati nel chiostro e hanno acceso la serata. Insieme a loro si sono aggregati altri musicisti come Giosuè Masciari e Massimiliano Rogato, regalando improvvisazioni musicali straordinarie. E poi sono arrivati anche gli abbracci da lontano. Tra gli ex allievi della scuola sono intervenuti Giuseppe Zeno, Francesco Colella, Ivan Talarico e Giuseppe Abramo, che hanno voluto inviare il proprio saluto alla comunità teatrale che li ha visti crescere. Ma non sono mancati nemmeno gli amici storici di Edizione Straordinaria. L’attore Francesco Porfido, collegato da Bergamo, ha ricordato con emozione gli anni Novanta vissuti insieme alla compagnia, gli spettacoli, le prove e le amicizie. Particolarmente toccante anche il collegamento da Roma dell’attrice Sarina Aletta, che ha voluto omaggiare non soltanto la Scuola di Teatro dedicata al suo amico Enzo Corea, ma anche me e Ninì Mazzei, suoi ex allievi, che ha visto crescere fino a diventare attori, registi e insegnanti di teatro. Perché una maestra resta tale sempre, anche oltre i novant’anni, con il desiderio ancora vivo di incontrare i propri allievi e continuare a lavorare con loro. E allora quel “Grazie Sarina” finale non poteva che diventare corale. E altrettanto emozionante è stato alzare gli occhi e ritrovare nel chiostro del San Giovanni tanti volti che
hanno attraversato la storia di Edizione Straordinaria. Persone che non erano lì per nostalgia, ma perché certe amicizie e certe avventure umane continuano ad abitare il presente. Tra loro Francesco Larocca, primo presidente di Edizione Straordinaria, Antonio Chiefalo, socio fondatore, e Paolo Camporota, figura importante di una stagione lontana che resta ancora oggi bella da ricordare. In realtà, durante tutta la Settimana Straordinaria, accanto ai volti presenti hanno continuato ad accompagnarci anche quelli di chi non è più con noi. Enzo Corea, naturalmente, al cui nome è dedicata la scuola. Ma anche Pino Michienzi, Nino Gemelli, Ciccio Viapiana, Giusy Verbaro, Marisa Provenzano e Mico Amendolia. Nomi che hanno lasciato un segno profondo nelle nostre vite e nella vita culturale della città. Più volte, nel corso degli incontri e delle serate, il pubblico ha sentito il bisogno di fermarsi e dedicare loro un applauso. Un gesto semplice, ma sincero. Un modo per dire che il tempo passa, ma la gratitudine resta. E che certi compagni di viaggio continuano ad abitare i nostri racconti, i nostri ricordi e il nostro modo di guardare il mondo. A quei ricordi si è aggiunta anche una dedica particolarmente sentita a Walter Fratto.
Le fotografie della mostra provenivano da molte fonti diverse: archivi personali, vecchi scaffali impolverati, immagini recuperate dal web e dagli archivi di fotografi che negli anni hanno accompagnato il nostro cammino. Molti scatti portavano la firma di Valeriano Anastasi, Francesco Jacopino e di professionisti come Romana Monteverde. Ma una parte importante della memoria visiva di Edizione Straordinaria appartiene all’architetto Walter Fratto. Per almeno trent’anni Walter ci ha seguiti con la sua macchina fotografica, documentando spettacoli, prove, incontri, laboratori e momenti che oggi costituiscono una parte preziosa della nostra memoria collettiva.
Ci ha lasciati da poco, lasciandoci orfani della sua amicizia e di quel sorriso sornione che compariva immancabilmente sotto il baffo. Rivedere le sue fotografie appese alle pareti del San Giovanni è stato come ritrovarlo ancora una volta tra noi. E forse, in fondo, per qualche giorno è stato davvero così».

– Qualcun altro da ricordare?
«Sì, Francesco. Uno che si dà da fare come pochi. Francesco Caiazza, che ha avuto il compito non semplice di fare in modo che il mondo del web — che ormai è diventato più reale del reale — fosse sempre informato su quello che stavamo facendo. Anche lui è un ex allievo della scuola. È rimasto nel mondo della comunicazione e fa uno di quei lavori nuovi che io continuo a non capire fino in fondo.

– Social Media Manager?
«Eh, sì. Quello. Anche se io, da boomer, avrei detto alla latina media e non midia, come dite voi giovani. Anche se poi, a voler essere precisi, siete voi ad avere ragione: sono stati gli inglesi ad adottare la pronuncia moderna».

– Adesso come va?
«Stanco. Ma contento della chiacchierata avuta con te».

– Allora alla prossima edizione del 41?
«Alla prossima edizione… poi vediamo quale».


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 Francesco Graziano

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