Ci sono guerre che si combattono con i bombardieri, con i carri armati e con i missili. E poi ci sono guerre più subdole, meno appariscenti, spesso invisibili ai grandi mezzi di comunicazione, ma non per questo meno devastanti. La guerra economica che gli Stati Uniti conducono contro Cuba da oltre sessant’anni appartiene a questa seconda categoria. Una guerra permanente, pianificata, scientificamente costruita per soffocare un popolo e piegarne la volontà politica attraverso privazioni, difficoltà e isolamento.
Oggi questa aggressione assume una forma ancora più sofisticata e pericolosa. La sospensione delle operazioni delle principali carte di credito internazionali, Visa e Mastercard, sull’isola non rappresenta un semplice problema tecnico o bancario. Siamo di fronte a un colpo durissimo, potenzialmente mortale, per una parte significativa dell’economia cubana.
Molti osservatori occidentali tendono a sottovalutare la portata di questa misura perché ragionano come se si trattasse di una questione amministrativa. In realtà, nel mondo contemporaneo, privare un Paese dell’accesso ai principali circuiti finanziari equivale a bombardarne le infrastrutture economiche. Se nel Novecento si distruggevano ponti, ferrovie e centrali elettriche, nel XXI secolo si colpiscono i sistemi di pagamento, le reti bancarie, i canali finanziari e gli strumenti attraverso cui circolano merci, servizi e capitali.
Visa e Mastercard non sono semplicemente due aziende. Sono l’ossatura del sistema dei pagamenti globali. Attraverso questi circuiti passano milioni di transazioni quotidiane che consentono il funzionamento del turismo, del commercio, dei servizi, delle prenotazioni alberghiere, dei trasferimenti di denaro e delle attività imprenditoriali.
Impedire o limitare l’utilizzo di questi strumenti significa rendere estremamente complicata la vita economica di un Paese già sottoposto a un assedio permanente.
Pensiamo al turismo internazionale. Un visitatore europeo, canadese, latinoamericano o asiatico è abituato a viaggiare utilizzando le proprie carte di credito per prenotare alberghi, acquistare servizi, effettuare pagamenti e gestire le spese quotidiane. Se improvvisamente questi strumenti cessano di funzionare, Cuba diventa una destinazione più difficile, più incerta e più costosa. Il danno per le strutture ricettive, per i lavoratori del settore turistico e per l’intero indotto economico è immediato.
Ma il problema non riguarda soltanto il turismo.
Le piccole attività commerciali, i ristoranti, i lavoratori autonomi, gli artigiani, le cooperative e le nuove forme di impresa nate negli ultimi anni sull’isola dipendono sempre più dai sistemi elettronici di pagamento e dai rapporti economici con l’estero. Colpire Visa e Mastercard significa colpire il tessuto produttivo che con enormi sacrifici cerca di generare reddito e occupazione.
Ancora più grave è l’impatto sulle famiglie. Milioni di cubani vivono grazie anche all’aiuto economico dei parenti emigrati. Ogni ostacolo ai trasferimenti finanziari significa rendere più difficile l’acquisto di beni essenziali, medicinali, alimenti e prodotti di prima necessità. Dietro le statistiche e le decisioni politiche ci sono persone reali, famiglie reali, anziani, bambini e lavoratori che pagano il prezzo di una strategia che pretende di colpire uno Stato ma finisce inevitabilmente per colpire la popolazione.
È questa la natura più crudele dell’embargo. Le sanzioni vengono presentate come strumenti politici, ma i loro effetti concreti ricadono soprattutto sui cittadini comuni.
L’obiettivo di Washington è evidente. Non si cerca il dialogo. Non si cerca la cooperazione. Non si cerca neppure una reale trasformazione democratica. Si cerca il logoramento. Si cerca di aggravare le difficoltà economiche fino a produrre malcontento sociale e instabilità interna.
L’amministrazione statunitense continua a utilizzare l’enorme potere del dollaro e del sistema finanziario internazionale come un’arma geopolitica. È una forma di imperialismo che non ha bisogno di occupazioni militari permanenti perché esercita il proprio dominio attraverso banche, sanzioni, circuiti di pagamento e controllo dei flussi finanziari globali.
Ciò che colpisce maggiormente, tuttavia, non è soltanto la brutalità dell’offensiva statunitense. È il silenzio del resto del mondo.
Da decenni l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite condanna quasi all’unanimità il blocco contro Cuba. Da decenni la comunità internazionale riconosce formalmente che esso costituisce una misura ingiusta, anacronistica e contraria ai principi fondamentali del diritto internazionale.
Eppure nulla cambia. L’Europa si limita a dichiarazioni di circostanza. Molti governi latinoamericani denunciano l’embargo ma non costruiscono strumenti alternativi capaci di aggirarlo realmente. Le grandi istituzioni finanziarie internazionali preferiscono evitare qualsiasi confronto con Washington. Le banche di mezzo mondo rinunciano a operare con Cuba per paura di sanzioni secondarie e ritorsioni economiche.
Si è così creata una situazione paradossale. Quasi tutti dichiarano di essere contrari al blocco, ma quasi nessuno è disposto a sfidarlo concretamente.
La verità è che il potere imperiale statunitense continua a esercitarsi non solo attraverso la propria forza, ma anche attraverso la passività degli altri. Il silenzio, l’inerzia e la rassegnazione della comunità internazionale finiscono per trasformarsi in una forma di complicità.
Se un’altra grande potenza imponesse a un paese l’impossibilità di utilizzare i principali circuiti finanziari internazionali, il mondo parlerebbe di aggressione economica. Nel caso di Cuba, invece, si preferisce parlare di sanzioni, come se la terminologia potesse attenuare la sofferenza reale che esse producono.
Il popolo cubano continua a resistere con una dignità straordinaria. Resiste nonostante la scarsità di risorse, le difficoltà energetiche, gli ostacoli commerciali e il soffocamento finanziario. Ma sarebbe un grave errore trasformare questa resistenza in una narrazione romantica. Resistere non significa non soffrire. Resistere significa sopravvivere a una pressione costante che nessun altro Paese dell’emisfero occidentale sarebbe costretto a sopportare.
Per questo il blocco delle carte Visa e Mastercard assume un valore simbolico enorme. Esso mostra come l’assedio contro Cuba stia entrando in una fase ancora più sofisticata, nella quale non si colpiscono soltanto le merci o i commerci, ma l’intera architettura finanziaria che rende possibile la vita economica contemporanea.
La questione, dunque, non riguarda soltanto Cuba. Riguarda il modello di ordine internazionale che stiamo accettando. Un ordine nel quale una potenza può decidere unilateralmente chi ha diritto di commerciare, chi può accedere ai sistemi di pagamento e chi deve essere escluso dal mercato globale.
Difendere Cuba oggi significa difendere il principio secondo cui nessun popolo può essere strangolato economicamente per imporre una determinata scelta politica. Significa difendere la sovranità dei popoli, il diritto allo sviluppo e la dignità umana contro ogni forma di dominio imperiale.
E significa soprattutto rompere un silenzio che dura da troppo tempo. Perché l’assedio contro Cuba continua certamente per la volontà di Washington, ma continua anche grazie all’indifferenza di chi potrebbe opporvisi e sceglie invece di voltarsi dall’altra parte. Il giorno in cui il mondo smetterà di considerare normale questo assedio, quel giorno l’embargo avrà già iniziato a perdere la sua forza. Fino ad allora, ogni nuova sanzione, ogni nuovo divieto, ogni nuova restrizione finanziaria continuerà a rappresentare non soltanto un attacco contro Cuba, ma una sconfitta per il diritto internazionale e per la coscienza civile dell’umanità.
Luciano Vasapollo
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