“La crescita è la parte che mi entusiasma di più”


Ci sono persone che raggiungono un traguardo e si concedono il lusso di fermarsi a contemplarlo. Altre, invece, appena arrivano, hanno già lo sguardo rivolto oltre. Non per insoddisfazione, ma per una forma quasi naturale di inquietudine creativa. Come nel caso di Lorella Boccia. Parlando con lei per quest’intervista esclusiva a Virgilio Notizie, si ha la sensazione che la parola “arrivo” non faccia parte del suo vocabolario. Ogni conquista sembra trasformarsi immediatamente in una nuova domanda, ogni esperienza in un punto di partenza. È il tratto che emerge con maggiore forza nel racconto della sua carriera, ma soprattutto nel modo in cui Lorella Boccia guarda alla vita: una continua ricerca, fatta di curiosità, studio, ascolto e desiderio di comprendere ciò che ancora non conosce. Forse è anche per questo che la danza, il primo grande amore della sua esistenza, continua a vivere dentro di lei ben oltre il palcoscenico. Non soltanto come disciplina artistica, ma come metodo. La ricerca della precisione, la tendenza a rimettersi continuamente in discussione, quel perfezionismo che spinge a domandarsi se si sarebbe potuto fare meglio. Una spinta che può diventare faticosa, ma che rappresenta anche il motore di una crescita costante. Eppure, dietro la professionista abituata alle luci della televisione, emerge una donna che continua a stupirsi. Una donna che ama ascoltare più che parlare, che preferisce fare domande piuttosto che dare risposte, che considera ogni incontro un’occasione per imparare qualcosa. Non è un caso che, raccontando i suoi progetti più recenti, torni spesso sul concetto di curiosità. Una curiosità quasi infantile, libera dai pregiudizi di chi pensa di sapere già tutto. È la stessa attitudine che ritroviamo nei due programmi che vedranno Lorella Boccia protagonista per tutta l’estate su Rai 1. Da una parte il racconto dell’Italia, dei suoi territori, delle sue persone e delle sue storie. Dall’altra il viaggio dentro la memoria musicale del Paese, alla scoperta di canzoni che non sono soltanto musica, ma frammenti di identità collettiva. Da sabato 7 giugno alle 8.30 torna infatti su Rai 1 UnoMattina Weekly, il weekend di UnoMattina, che accompagnerà il pubblico fino al 7 settembre. Accanto a Fabio Gallo e Giulia Bonaudi, Lorella Boccia darà il buongiorno agli italiani attraverso un percorso che attraverserà il Paese, tra luoghi simbolo, storie di attualità, interviste, musica e approfondimenti. Una finestra aperta sull’estate italiana, capace di alternare leggerezza e racconto del presente. Parallelamente prosegue anche l’avventura di Musica Mia, tornato dal 30 maggio nel sabato pomeriggio di Rai 1 alle 17.55. Insieme a Marco Conidi, Lorella Boccia attraversa l’Italia a bordo di un pulmino vintage per riscoprire le radici della grande canzone d’autore italiana, dai vicoli di Napoli ai paesaggi della Sicilia, dalle atmosfere di Genova a quelle di Bologna, seguendo le tracce lasciate da artisti che hanno contribuito a costruire la colonna sonora del nostro Paese. Due programmi apparentemente diversi, ma uniti da uno stesso filo rosso: la voglia di osservare, ascoltare e comprendere. Del resto, è proprio questa la cifra che meglio racconta Lorella Boccia oggi. Non la ricerca di una destinazione definitiva, ma il piacere del viaggio. Perché, come lei stessa ammette, la parte più entusiasmante non è arrivare. È continuare a crescere.


Che periodo è questo per Lorella Boccia? Due programmi contemporaneamente, UnoMattina Weekly e Musica Mia, su Rai 1: quale momento sta vivendo dal punto di vista professionale?

“È un periodo di conferme e devo dire che è una sensazione molto bella. Ricominciare è sempre emozionante ma, quando lo si fa partendo da un percorso già costruito, che ha posto basi solide, si vive tutto con una consapevolezza diversa. Sono una persona a cui piace sperimentare, mettersi alla prova e affrontare nuove sfide. L’anno scorso, per esempio, è stato davvero l’anno in cui mi sono lanciata senza esitazioni. Quando mi hanno contattata per propormi Musica Mia, la prima reazione è stata di smarrimento. Ho pensato: ‘Aspettate un momento, in che senso? Fatemi capire bene quale sarà il mio ruolo’. Sono una persona estremamente curiosa, ma non avevo una conoscenza approfondita della storia della musica italiana e, inizialmente, pensavo di non essere la persona più adatta. Poi mi hanno spiegato che cercavano esattamente questo: qualcuno che si avvicinasse a quel patrimonio musicale con curiosità autentica, ponendo domande non da esperto, ma da persona desiderosa di comprendere. Da lì si è aperto un mondo. Mi sono innamorata del programma perché mi ha riportato a una dimensione tipica dell’infanzia, quando si attraversa quella fase in cui si chiede continuamente: ‘Perché?’. Perché è nata questa canzone? Perché un artista ha scelto determinate parole? Perché una melodia è arrivata fino a noi? Più ci si interroga, più tutto diventa affascinante. È stato anche un viaggio molto personale. Napoli è la mia terra e sono cresciuta ascoltando musica napoletana in casa. Mia madre stirava e cantava continuamente canzoni napoletane. Le ascoltavo, le imitavo, le assorbivo quasi per osmosi, senza però comprenderne davvero il significato. Penso a brani come Tammurriata Nera: canzoni che tutti abbiamo sentito fin da piccoli e che fanno parte del nostro immaginario collettivo, ma delle quali spesso ignoriamo l’origine e il racconto che custodiscono. Questo programma mi ha dato l’opportunità di approfondire quelle storie e di riscoprire un patrimonio che avevo sempre avuto vicino senza averlo mai esplorato fino in fondo. Mi ha arricchita enormemente. Poi c’è stato l’incontro con Marco Conidi. Condividere questo percorso con lui è stato un regalo. Oltre a essere un professionista straordinario, è una persona generosa, una di quelle che non si stancano mai di spiegare, raccontare e confrontarsi. Sono molto curiosa e faccio tantissime domande; lui è sempre pronto a rispondere. Tra noi è nato un rapporto quasi fraterno: lui mi chiama ‘sorella’, io lo chiamo ‘fratello’. Ormai ogni occasione diventa motivo di confronto e scambio, ed è uno degli aspetti più belli che porto con me da questa esperienza”.

E invece come sta vivendo la sfida di UnoMattina Weekly?

“Anche questa è una sfida che mi entusiasma molto perché racchiude diversi aspetti che sento particolarmente vicini. C’è innanzitutto la cucina. Amo mangiare e, con una madre che cucina così bene, sarebbe stato difficile crescere diversamente. La dimensione familiare legata al cibo e alla convivialità mi appartiene profondamente. Poi ci sono le interviste, che rappresentano forse l’aspetto che mi affascina di più. Mi piace il momento dell’incontro, quell’intimità particolare che può nascere tra due persone che, fino a pochi minuti prima, non si conoscevano. Naturalmente c’è un grande lavoro di preparazione. Studio gli ospiti, recupero vecchie interviste, guardo materiali e cerco di comprendere chi avrò di fronte. Poi, però, arriva il momento in cui la persona entra in studio e tutto cambia. Da lì conta soprattutto la relazione che si riesce a creare. Credo che ciascuno scelga cosa raccontare anche in base al rapporto che riesce a instaurare con l’interlocutore. È una questione di fiducia e di ascolto reciproco. Quando qualcuno arriva con ogni risposta già preparata, diventa difficile uscire da quello schema. A me interessa molto di più la spontaneità. Mi piace quando nasce una conversazione autentica, quando si crea uno spazio in cui entrambe le persone si ascoltano davvero. Anche questa intervista, per esempio, la sto vivendo in questo modo. Non stiamo semplicemente seguendo una scaletta: ci stiamo ascoltando. E quando accade, il dialogo prende spesso una direzione che nessuno dei due aveva previsto”.

Credo che il segreto di un’intervista risieda proprio nell’ascolto. Si può conoscere tutto di una persona, ma è bello lasciarsi sorprendere.

“Assolutamente sì. È proprio attraverso l’ascolto che si arriva alla dimensione più autentica. Mi è capitato spesso che, al termine di un’intervista, qualcuno mi dicesse: ‘Questo episodio non lo ricordavo nemmeno. Me lo ha fatto tornare in mente lei’. Ed è una delle soddisfazioni più grandi. Succede anche a me. A volte gli altri riescono a farmi raccontare aspetti della mia vita che normalmente non condividerei perché faccio davvero fatica a parlare di me: non è falsa modestia, è semplicemente una mia caratteristica. Quando arriva un ospite da intervistare, il pensiero va sempre a lui. Penso al fatto che abbia scelto di sedersi lì, di raccontarsi e di condividere una parte della propria storia. Lo considero quasi un atto di fiducia. Per questo cerco sempre di mettermi nelle condizioni di ascoltare davvero. E quando si crea quel clima di fiducia reciproca, tutto diventa più interessante. È in quel momento che emergono gli aspetti più autentici”.

US: Dario Sardonè / Rai

Quando muoveva i primi passi nel mondo dello spettacolo, avrebbe mai immaginato di diventare un giorno una conduttrice?

“No, sinceramente no. Forse ci credeva più mia madre di quanto ci credessi io. Non tanto nella figura della conduttrice in senso stretto, quanto nell’idea di una donna capace di fare più cose: ballare, parlare, raccontare e comunicare. Sono sempre stata molto attratta da ciò che non conoscevo. Ancora oggi, se mi trovo a una cena e c’è qualcuno che possiede competenze o conoscenze che non ho, finisco inevitabilmente per sedermi accanto a quella persona. Non scelgo chi mi è più familiare; scelgo chi può insegnarmi qualcosa. Mia madre ha sempre considerato questa caratteristica un punto di forza. Io la vivevo semplicemente come una necessità di crescita personale. Quando mi trasferii a Roma, per esempio, parlavo quasi esclusivamente in napoletano. L’italiano lo utilizzavo soltanto nei contesti formali. Poi arrivò la proposta di condurre Colorado. In quel periodo facevo Amici e mi ritrovai improvvisamente davanti a un’opportunità che non avevo mai immaginato. L’aspetto bello dell’avere diciannove anni è che spesso non ci si rende conto della portata di ciò che si sta facendo. C’è una certa incoscienza che aiuta e permette di lanciarsi senza troppe paure. È dopo che arriva il momento in cui si capisce che quel lavoro piace davvero. E allora l’entusiasmo non basta più: bisogna studiare. Così investii tutti i guadagni provenienti dagli stage e dalle serate nella formazione. Ho frequentato corsi di dizione, corsi di recitazione e tutto ciò che poteva aiutarmi a migliorare. Continuavo naturalmente a ballare, perché la danza era il mio linguaggio naturale. Per molti anni è stato il mezzo attraverso cui riuscivo a esprimere emozioni e pensieri senza doverli tradurre in parole. Ma, poco alla volta, ho iniziato ad appassionarmi anche al linguaggio e alla comunicazione. Ricordo perfino la soddisfazione che provai quando imparai a pronunciare correttamente il gruppo ‘gl’. Può sembrare un dettaglio, ma per me rappresentava un traguardo importante. Oggi lo racconto sorridendo, ma era il segno concreto di un percorso di crescita. Da quel momento ho iniziato a scoprire il piacere della lingua italiana, della conversazione e dell’ascolto. Quando ho capito che tutto questo mi appassionava davvero, ho compreso anche che la conduzione avrebbe potuto diventare una parte importante della mia vita. È arrivata dopo diversi anni, ma quando è arrivata ero pronta, perché nel frattempo avevo studiato e lavorato molto”.

La conduzione soddisfa la sua ambizione oppure la danza resta sempre il suo motore principale?

“La verità è che non mi sento mai completamente appagata. E so che questo può rappresentare sia una risorsa sia un limite. È un aspetto sul quale sto lavorando anche a livello personale. Ho sempre la sensazione che ci sia qualcosa da aggiungere, da imparare, un nuovo tassello da inserire. Raggiungo un obiettivo e, dopo la soddisfazione iniziale, il pensiero corre subito a ciò che potrei fare successivamente. Non ho mai avuto l’impressione di aver completato il quadro. Anzi, forse mi piace pensare che non debba essere completato del tutto. Immagino un percorso che continui ad arricchirsi nel tempo, come una tela sulla quale aggiungere continuamente dettagli, sfumature e nuovi elementi. Non so se arriverà mai il momento in cui dirò: ‘Ecco, adesso è finito’. E, sinceramente, non mi dispiace. Quello che desidero è continuare a crescere. Se tra un anno fossi esattamente la persona che sono oggi, sia sul piano professionale sia su quello umano, probabilmente me ne preoccuperei. Vorrebbe dire essermi fermata. La crescita, invece, è l’aspetto che mi entusiasma di più”.

È come ci fosse una ricerca costante della migliore versione di sé?

“Sì, ma questa ricerca porta con sé anche alcune contraddizioni. La danza, per esempio, mi ha lasciato un forte perfezionismo. Non parlo della perfezione assoluta, perché non credo che esista e non ho nemmeno la pretesa di raggiungerla. Ho però sempre avuto la tendenza a voler fare tutto nel miglior modo possibile. È una tensione continua. Mi capita spesso di ripensare a qualcosa che ho fatto e di chiedermi se avrei potuto gestirla diversamente. Una domanda, una conduzione, una situazione professionale: c’è sempre una parte di me che torna lì ad analizzare. A volte penso: ‘Avrei potuto fare meglio’ oppure ‘avrei potuto affrontare quella situazione in un altro modo’. Per questo esiste anche un’altra parte di me che cerca costantemente di riportarmi alla realtà. Mi ripeto spesso che bisogna concedersi il diritto di fermarsi, guardarsi indietro e riconoscere il cammino compiuto. In fondo convivono due anime: una che pretende sempre qualcosa in più e un’altra che cerca di rassicurarla. E trascorrono parecchio tempo a confrontarsi”.

Entrando nello specifico di UnoMattina Weekly, quali sono le storie che le piacerebbe raccontare? E quali temi sente più vicini?

“Per quanto riguarda l’attualità, naturalmente seguiremo gli eventi settimana dopo settimana. Fa parte della natura stessa del programma. Ci sono però alcuni temi che considero sempre rilevanti e che, a mio avviso, meritano attenzione costante, indipendentemente dal momento storico. Uno di questi è sicuramente la genitorialità. Essendo madre di una bambina, è un tema che vivo quotidianamente. Mi interessa osservare l’evoluzione dei bambini, il modo in cui crescono e il rapporto che costruiscono con il mondo che li circonda. Viviamo in una società profondamente influenzata dalla tecnologia e credo sia importante interrogarsi su come questa trasformazione stia incidendo sulle nuove generazioni. Un altro tema che mi sta particolarmente a cuore è l’educazione alimentare. E poi c’è il rapporto con gli animali. Mi interessa il modo in cui vengono trattati, ma anche il grado di consapevolezza con cui le persone decidono di accoglierli nelle proprie case. Spesso si tende a considerare un animale una scelta impulsiva, mentre dietro quella decisione esiste una responsabilità enorme. Sono argomenti che, secondo me, dovrebbero restare sempre presenti nel dibattito pubblico. Naturalmente seguiremo anche l’attualità più stretta, dall’economia alle questioni che incidono concretamente sulla vita quotidiana delle persone. Penso, per esempio, al costo del carburante e a tutte quelle dinamiche che hanno ripercussioni dirette sulle famiglie. Credo però che esistano temi che non smettono mai di essere attuali e che debbano essere riportati costantemente all’attenzione”.

E sul fronte delle interviste, quale tipo di racconto troveremo?

“Io e Fabio Gallo realizziamo due interviste ciascuno e la scelta degli ospiti avviene anche in base alle caratteristiche e alla sensibilità di ognuno. Quello che apprezzo particolarmente è la convivenza di registri diversi all’interno dello stesso programma. Ci saranno storie toccanti, racconti profondi, ma anche momenti più leggeri. Avremo uno spazio dedicato al talk, nel quale si discuteranno e approfondiranno vari temi. E poi c’è un elemento che considero particolarmente interessante: la musica. La domenica, per esempio, proporremo una sorta di sfida musicale che prenderà spunto da alcune canzoni. L’obiettivo, però, non sarà semplicemente stabilire quale sia la preferita del pubblico. L’idea è utilizzare quei brani per raccontarne la storia, gli autori, il periodo in cui sono nati e il contesto sociale che li ha generati. È un modo per divertirsi e, allo stesso tempo, acquisire nuove conoscenze. Questa combinazione mi piace molto. Si può sorridere, giocare e trascorrere un momento leggero senza rinunciare all’approfondimento. Si può ascoltare una canzone e domandarsi chi l’abbia scritta, quali fossero le intenzioni dell’autore e quale momento stesse vivendo il Paese in quegli anni. Credo sia un modo intelligente e coinvolgente di fare televisione”.

A proposito, invece, di Musica Mia: se dovesse raccontare i suoi primi trentaquattro anni attraverso una canzone, quale sceglierebbe?

“Questa è davvero una domanda difficilissima. Forse proprio perché in questi trentaquattro anni sono accadute moltissime cose. Ogni fase della mia vita ha avuto una musica diversa, un’emozione diversa, un colore diverso. L’infanzia aveva una colonna sonora, l’adolescenza un’altra, gli anni della danza un’altra ancora. Per questo faccio fatica a scegliere un unico brano. Se però devo pensare a un artista capace di rappresentare tante sfumature della mia vita, allora scelgo Pino Daniele. Pino Daniele ha qualcosa di speciale. Riesce a commuovermi, ma anche a farmi sorridere. Mi accompagna nei ricordi più belli e in quelli più complessi. La sua straordinaria qualità è riuscire a farlo sempre con grande umanità. Ci sono canzoni che mi riportano a momenti felici e altre che mi fanno rivivere periodi meno semplici, ma sempre attraverso uno sguardo capace di trasformare la nostalgia in qualcosa di positivo”.

Quindi, Pino Daniele come colonna sonora della sua storia?

“Sì, ma in realtà direi tutto quell’universo musicale. Mi riferisco a quel movimento straordinario che ruotava attorno a lui: il Napolitan Power, Tullio De Piscopo, James Senese, Tony Esposito. Un mondo artistico che ha saputo raccontare Napoli in modo autentico e innovativo. Credo che, in qualche misura, rappresenti anche me. Perché, al di là di tutto ciò che ho fatto e dei percorsi professionali che ho intrapreso, resto profondamente legata alla mia terra. Napoli continua a essere una componente fondamentale della mia identità. E probabilmente è anche per questo che quella musica riesce ancora oggi a emozionarmi così profondamente: perché in quelle canzoni ritrovo una parte di me che è sempre esistita”.



Lorella Boccia

US: Dario Sardonè / Rai




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