Le Nozze Primordiali


Cominciamo da quel giardino. Un uomo, una donna, un albero e una regola sola. E la regola riguardava il mangiare. Non il possedere, non l’uccidere, non il mentire – ma il nutrirsi.

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio.

Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?»

Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete».

Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».

Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò.

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.

Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?».

Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».

Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?»

Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato».

Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?»

Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».
La Bibbia – Genesi 3

La prima legge fu una legge alimentare. La prima decisione di infrangere l’unica regola stabilita fu un atto culinario condiviso: lei colse, e poi anch’egli mangiò. Insieme, perché il verbo ebraico suggerisce che Adamo fosse lì, accanto a lei, complice silenzioso e già disposto a cadere.

La coppia nascente scelse di spezzare insieme lo stesso frutto. E non fu, forse, anche il primo pasto d’amore della storia?

Quel frutto proibito per eccellenza – che mela non è mai stata nel testo – il nutrimento completo che racchiudeva tutta la conoscenza del mondo.

E cosa accadde appena i due ebbero deglutito?

Si accorsero di essere nudi. La conoscenza non fu una dottrina astratta, ma la scoperta dei propri corpi.

Il primo effetto di quel cibo fu la rivelazione della carne. Il secondo fu il desiderio, perché subito dopo si nascosero, ebbero vergogna e quella vergogna era già un modo per nominare ciò che prima ignoravano: la possibilità di guardarsi e di volersi.

Adamo ed Eva non sono solo la storia di una disobbedienza; sono il prototipo della coppia che impara, attraverso un frutto, che la fame e l’amore parlano la stessa lingua.

Da quel giorno, ogni mela che addentiamo contiene un ricordo di quella nudità ritrovata. Ogni tavola imbandita è un giardino in miniatura dove si rinnova il patto: io ti nutro, io ti guardo, non mi nascondo e ti dono, mi dono.

Ma se il giardino era recintato, qualcuno lo custodiva. E qui entrano in scena due potenze che l’antichità millennaria ha saputo nominare con chiarezza che noi abbiamo smarrito.

Demetra regna sul corpo che ha fame. Il suo regno non è lo spirito, non è la mente: è lo stomaco che si contrae, è la gola secca, è il bisogno che non chiede permesso alla ragione.

Quando la figlia Persefone le viene sottratta, Demetra smette di svolgere il suo compito. La dea del nutrimento, travolta dal dolore, ritira il suo dono. La terra si secca, il grano non spunta, gli uomini cominciano a soffrire, patendo la fame.

È lo sciopero della madre, il ricatto più potente e tragico dell’universo: l’intera specie non si mangia più. E perché?

Perché il nutrimento non è solo un fatto fisiologico, ma una relazione. Spezzata la relazione d’amore tra Demetra e la figlia, si spezza anche il legame tra la terra e gli uomini.

L’amore e il cibo sono la stessa catena e. quando un anello cede, è carestia.
Afrodite regna sul corpo che desidera e si tende verso un altro corpo, che cerca unione. Anche lei opera per dono e ritiro, per abbondanza e sottrazione.

Quando è onorata, le coppie si uniscono, i letti sono fecondi, la vita continua. Quando è ignorata, il desiderio non scompare, ma si contorce e diventa ossessione, violenza, guerra.

L’Iliade intera è, in fondo, la storia di cosa succede quando Afrodite interferisce con le scelte umane.

Entrambe dunque sono dee della potenza che nutre e può distruggere. La posta in gioco è la fertilità – dei campi e dei corpi – e il meccanismo è lo stesso: abbondanza che sa farsi carestia, assenza e conflitto, dono che può ritirarsi in punizione.

In entrambe, il corpo umano è il campo di battaglia e di fioritura di ambedue le figure. Due dee che governano la carne. E la carne è il punto di intersezione: è ciò che ha fame ed è ciò che ama. Demetra e Afrodite sono le due dee del bisogno corporeo fondamentale.

E i bisogni corporei fondamentali, non chiedono il permesso alla ragione. La prima dà corpo; la seconda insegna a uscire da esso per generare. Entrambe ci legano al ciclo della vita e della morte.

E poi c’è un luogo dove madre e figlia si incontrano, e quel luogo è uno dei più sacri dell’antichità: Eleusi, sede dei Misteri più celebri e meglio custoditi del mondo greco.

I Misteri Eleusini erano dedicati a Demetra e Persefone, ma c’era qualcosa che andava ben oltre la semplice celebrazione del grano e toccava qualcosa di profondamente legato alla ciclicità del desiderio, alla morte e rinascita.

Persefone, in fondo, è anche figura del desiderio, cioè colei che viene presa da Ade, che discende negli Inferi e che ritorna trasformata: una visione, un contatto, una trasformazione.

E, in questo mito, c’è la struttura dell’amore erotico tanto quanto la struttura del ciclo agricolo.

La stessa economia di abbondanza e privazione periodica.

Probabilmente, il nucleo indicibile del rito era proprio questo: il chicco che muore sottoterra e rinasce spiga è la stessa cosa dell’anima che discende nel buio e ne risale mutata.

Persefone è il perno che tiene insieme i due regni, che mangia sei chicchi di melograno nel regno dei morti e che per quelli è vincolata a tornare sottoterra ogni anno.

Il desiderio la porta giù, il nutrimento la riporta su. Chicchi che la legano per sempre alla ciclicità, rossi, succosi, serrati gli uni agli altri come le uova di un pesce o come i semi della vita; la melagrana è il cibo che vincola alla morte e, insieme, frutto esplicitamente erotico, è l’immagine perfetta dell’eros che lega alla morte e della morte che genera ritorno. Eros e Thanatos nello stesso frutto.

L’identità tra il pane che nasce dalla terra e l’amore che nasce dal corpo, tra il chicco che muore e rinasce spiga e l’amplesso che muore in estasi e rinasce in vincolo.

Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!

Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!


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 Investigatore Culinario

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