Cos’è la Algoretica?


Riflettevo:L’avvento dell’intelligenza artificiale rappresenta sicuramente una svolta dalle proporzioni epocali che, paradossalmente, riguarda tutti noi.
L’intelligenza artificiale è ormai, una presenza concreta nei processi decisionali, economici e sociali. 
Il dibattito attorno all’applicazione massiccia degli algoritmi nella società è piuttosto acceso. 
Da una parte c’è chi ne evidenzia le potenzialità e le opportunità, perché non utilizzare gli algoritmi e le tecnologie cognitive e di intelligenza artificiale per vari timori (disoccupazione di massa, cybercrime, influenze economiche e sociali, ecc., che vanno comunque, innegabilmente presi in seria considerazione) sarebbe un grave errore, visti i benefici che se ne possono ricavare.
Dall’altra, c’è chi si preoccupa di come gli algoritmi possano influenzare la politica, la società, la libertà e i diritti degli esseri umani. Ad esempio il Garante italiano della Privacy denuncia:”Gli algoritmi ci tengono in pugno. Non è più solo questione di multinazionali con profitti miliardari”.
Geoffrey Hinton, premio Nobel per la Fisica 2024, pioniere della tecnologia e che sviluppato anche progetti di intelligenza artificiale come ChatGpt, all’età di 75 anni ha dato le proprie dimissioni da Google, sostenendo che si rammarica di aver dedicato la sua vita allo studio della AI, in quanto adesso potrebbe essere utilizzata in modo improprio, perché:”È difficile impedire alle persone di farne un uso scorretto”. 
C’è chi sostiene che la governance algoritmica rappresenta una minaccia per l’ordine democratico in quanto nega il “libero arbitrio” degli esseri umani.
Sì parla anche di “threat of algocracy” “minaccia dell’algocrazia”, a causa delle tecniche di “Data mining” e del “Learning machine“, che possono creare analitiche predittive e descrittive, atte a costringere e a controllare anche il comportamento umano.
Vi chiarisco che il “data mining” è il processo di estrazione di informazioni nascoste, schemi e correlazioni da enormi quantità di dati. Questo processo sfrutta la AI, il”machine learning” cioè l’apprendimento automatico e l’analisi statistica, per trasformare dati grezzi in conoscenza utile per prendere decisioni strategiche e fare previsioni future.
Ma esistono anche altri rischi potenziali nella rivoluzione digitale che sta cambiando la nostra vita quali:
L’integrazione della AI nei processi aziendali e decisionali può trasformare dati apparentemente innocui in informazioni profondamente personali, sollevando questioni non solo di privacy ma, anche di consenso e controllo delle informazioni personali, che va ad aggiungersi alla mancanza di consapevolezza da parte dell’utente rispetto alla raccolta e l’utilizzo di dati sensibili, senza il consenso esplicito degli utenti, al trattamento dei dati personali. 
Allo stesso tempo, l’automazione portata dalla AI sta ridisegnando il panorama lavorativo, spostando il valore dalle competenze di base a quelle analitiche e decisionali, con potenziali ripercussioni su occupazione e equità nel lavoro.
Un altro problema riguarda la trasparenza degli algoritmi, è logico chiedersi se algoritmi che regolano questioni chiave come ad esempio: l’amministrazione della giustizia e della sanità possano essere resi invisibili perché protetti da dinamiche di proprietà intellettuale e copyright, sottraendoli di fatto alla trasparenza e al controllo delle diverse componenti della società civile.
Un’ulteriore riflessione va fatta circa la responsabilità che deriva dall’applicazione delle tecnologie: in caso di errori, abusi o danni, chi è responsabile per le azioni compiute dalle macchine?
Se le macchine riescono a surrogare l’uomo in tante decisioni, dobbiamo chiederci: e se la macchina commette un errore chi è responsabile? 
Gli algoritmi e l’IA stanno diventando sempre più autonomi nelle loro capacità decisionali, il che solleva questioni etiche di grande rilevanza. 
Un’altra preoccupazione è la possibilità di manipolazione dell’opinione pubblica, come già visto nei casi di intervento nei processi elettorali tramite social media. 
Infine, la AI, se non controllata accuratamente, può perpetuare o esacerbare discriminazioni preesistenti questo perché gli algoritmi di apprendimento automatico autonomamente, possono sviluppare pregiudizi involontari basati sui dati che ricevono. 
A questo punto ognuno può avere un idea, un’opinione: possibilisti o pessimisti, apocalittici per ignoranza o integrati per incoscienza e fiducia nel futuro, in ogni caso queste affermazioni importanti e le informazioni tecniche, ci fanno venire, in maniera giustificata, molti dubbi, ai quali rispondere, cercando la verità sull’argomento, non è del tutto semplice.
Una cosa è certa: tutti siamo d’accordo che è necessario fornire delle regole, in grado di definire un perimetro, dei confini tecnologici, culturali e morali a queste applicazioni, perché esistono numerosi contesti, nei più svariati ambiti, nei quali gli algoritmi scelgono, spesso sostituendosi, in tutto o in parte, al “uomo“. 
Il suo utilizzo, quindi, solleva interrogativi profondi che toccano: i diritti fondamentali della persona, il lavoro e la governance delle decisioni automatizzate. 
A questo punto è del tutto logico porsi una domanda:Qual è la differenza tra l’uomo e gli Algoritmi e la AI? 
La risposta, vale a dire l’elemento che qualifica la differenza è la morale, il comportamento, la condotta, i principi, cioè l’ETICA
In questo scenario, in questo contesto storico, e dopo questa analisi, affinché quella della AI sia una rivoluzione che porta a un autentico sviluppo, emerge la necessità di approfondire un nuovo capitolo, un nuovo paradigma dell’Etica.
Per questo nasce e viene coniato un nuovo termine “algoretica”, ovvero l’etica degli algoritmi o come riporta una delle definizioni:lo studio dei problemi e dei risvolti etici connessi all’applicazione degli algoritmi, da contrapporre alla “algocrazia”, ovvero il dominio incontrastato e acritico degli algoritmi nella vita quotidiana.
L’algoretica è l’insieme degli studi, dei principi e delle normative volti a integrare: rispetto dei diritti umani, dei valori morali e della trasparenza all’interno dei sistemi di Intelligenza Artificiale e degli algoritmi.
La nascita del sostantivo algoretica – è per una volta, tutta italiana – ed è stata introdotta nel dibattito filosofico-giuridico dal professore ordinario di Filosofia del diritto dell’università di Firenze, Luigi Lombardi Vallauri nel 2017 in un ciclo di conferenze, ma il concetto, successivamente, è  stato soprattutto sviluppato in ambito teologico, bioetico e sociale, nel 2018, da Paolo Benanti nel suo libro “Oracoli“.
Benanti è un presbitero, teologo e filosofo italiano del Terzo ordine regolare di San Francesco, è docente di etica della tecnologia e bioetica presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.
A livello internazionale, è stato incluso come consulente nel New Artificial Intelligence Advisory Board dell’ONU, un gruppo di esperti mondiali che studia i rischi e le opportunità dell’IA generativa.A livello nazionale ha presieduto la Commissione sull’Intelligenza Artificiale per l’Informazione presso il Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria del Governo, ed è stato consigliere di papa Francesco sui temi dell’intelligenza artificiale e dell’etica della tecnologia, ed è diventato il principale punto di riferimento etico sulle nuove tecnologie. 
Paolo Benanti, definisce l’etica applicata agli algoritmi per umanizzare le decisioni delle macchine in questi termini: “l’algoretica diventa quella declinazione tra computabilità e criterio etico che ha bisogno di essere inclusa all’interno dei codici per poter dare alla macchina dei guard rail, all’interno dei quali potersi muovere evitando scelte di un certo tipo”.
L’algoretica (o algor-etica) è un vocabolo molto recente non ha una etimologia antica, è un neologismo o meglio di una parola macedonia, formata da ‘algor‘, come abbreviazione di algoritmo (def: insieme di regole per la risoluzione di un calcolo numerico e per estensione metodo o procedimento matematico per la risoluzione di un problema) e ‘etica‘ (complesso delle norme morali e di comportamento pubblico e privato proprie di un individuo o di un gruppo), la parola è stata assemblata sulla base delle già esistenti: bioetica, roboetica e tecnoetica.
A differenza della parola “algocrazia” è stato scelto il prefisso “algor” forse per evitare fraintendimenti con la forma “algo”, che porterebbe a far intendere “algoetica” come “etica del dolore”, o per ragioni fonetiche, evitare lo “iato” – la vicinanza di due vocali – già presente e tollerato in altre parole che terminano con etica.
La presenza del trattino algor- etica, algo-crazia invece è accettata in entrambi i termini, che comunque con le scelte, di cui sopra, appaiono però non simmetrici. Le implicazioni sociali ed etiche, i problemi e i risvolti anche politici, economici e organizzativi derivanti dall’uso sempre maggiore delle tecnologie informatiche – quali AI e algoritmi nella nostra società – rendono necessario e indispensabile, una attenta riflessione atta a stabilire le norme e regole di algoretica che devono essere applicate, subito dopo a questa deve seguire uno studio capace di accompagnare la progettazione, l’uso e soprattutto la governance di queste invisibili strutture che regolano sempre più il nostro mondo.
Si tratta di un approccio che riconosce che la tecnologia dovrebbe servire gli interessi umani e non dominarli, garantendo un equilibrio tra l’innovazione tecnologica e la protezione dei diritti fondamentali dei cittadini e che non produca discriminazioni contro gruppi sociali o intere popolazioni.
L’algoretica è un insieme di criteri normativi destinati a orientare lo sviluppo delle tecnologie digitali secondo principi di dignità, giustizia, responsabilità e bene comune, che nasce per contrapporsi al rischio della algocrazia, e si concentra sui seguenti aspetti chiave:
Antropocentrismo:la AI deve restare “a servizio dell’uomo”, non sostituirne la responsabilità.
Controllo umano:assicurare che le decisioni con un forte impatto sulla vita delle persone rimangano supervisionate dall’uomo.
Lavoro Etico: assicurare che la AI rispetti la dignità umana e rimanga a servizio dell’uomo, coniugando l’etica con l’innovazione digitale.
Equità e Non Discriminazione: evitare che gli algoritmi riproducano o amplifichino pregiudizi razziali, di genere o sociali.
Responsabilità:chi progetta, adotta o utilizza la AI deve rispondere delle proprie scelte in termini di equità, privacy e impatto educativo.
Trasparenza:garantire che le decisioni prese da una macchina siano comprensibili e spiegabili agli esseri umani.
Consapevolezza:gli utilizzatori devono conoscere i meccanismi algoritmici, per evitare un uso ingenuo o passivo.
Detto questo la crescente pervasività dei sistemi computazionali richiede di ampliare la prospettiva, interrogandosi non solo sull’etica applicata agli algoritmi, ma anche sugli algoritmi dell’etica, cioè come trasferire questi concetti alle macchine, come trasformare queste idee in modelli impliciti razionali, di decisione e valore, tutto al fine di formalizzare il giudizio morale in procedure computabili comprensibile ai computer. 
In sintesi il “giudizio etico” che fondamentalmente è una questione di valori, deve diventare computabile ed eseguibile dalle macchine, che però funzionano sulla base di numeri e che notoriamente non sono capaci di computare principi tipicamente umani. 
Questo è un percorso che coinvolge più discipline: non bastano più filosofia, tecnologia, informatica, serve la “contaminazione”; l’etica deve contaminare l’informatica.
In sostanza, si devono tradurre i principi etici universali (come la giustizia e la responsabilità, il bene e il male), i valori umani e sociali e le norme etiche in formule computabili, in valori numerici che nutriranno gli algoritmi in istruzioni scritte nel linguaggio tecnico della programmazione comprensibile e utilizzabile dalle macchine. 
L’algoretica, quindi è il campo di studio che si interroga su come gli algoritmi possono essere governati da norme etiche, garantendo che la loro operatività non solo sia tecnicamente efficiente, ma anche moralmente responsabile.  
L’obiettivo è instaurare, o meglio imporre dei principi guida, dei limiti invalicabili o come li definisce lo stesso Benanti dei “guardrail etici” all’algoritmo, che siano codificati a monte, e che confinano le azioni degli algoritmi entro limiti eticamente accettabili, per garantire che la tecnologia rispetti i principi di giustizia ed equità.
È necessaria l’implementazione di “standard globali” che definiscano chiaramente cosa sia eticamente accettabile e cosa no, nel contesto dell’utilizzo degli algoritmi.
Deve essere implementato un robusto intervento normativo che vada oltre la semplice autoregolamentazione delle aziende tecnologiche, il quadro di riferimento deve includere meccanismi di controllo e verifiche periodiche della AI, garantendo che le decisioni algoritmiche siano trasparenti, spiegabili e, soprattutto, reversibili in caso di errori o conseguenze indesiderate. 
L’algoretica, quindi, non solo formula questi standard, ma promuove anche un dialogo continuo tra sviluppatori di AI, legislatori, filosofi, e il pubblico per adeguare costantemente le norme alle evoluzioni tecnologiche e alle esigenze sociali.
Al momento non è presente uno standard globale di riferimento per tutelare l’etica dell’utilizzo della AI, e sarebbe anche impossibile pensarne uno in questo preciso momento storico, visto il continuo contrapporsi di nuovi blocchi di potere in ambito internazionale, che invece fanno dell’utilizzo della AI un vantaggio competitivo a beneficio dei propri governi. 
Due esempi comunque degni di nota nella regolamentazione della AI sono stati promulgati dal Vaticano e dell’Unione Europea, rispettivamente con la Rome Call for AI Ethics e l’AI Act .
Durante un workshop nel 2020, la Pontificia Accademia per la Vita, ente del Vaticano presieduto da mons. Vincenzo Paglia, ha promosso la firma di un documento che chiede alle aziende informatiche un impegno etico nel campo dell’intelligenza artificiale. 
Il documento, chiamato «Rome Call», è stato firmato tra gli altri da Brad Smith, Presidente di Microsoft, da John Kelly III, vice-presidente di IBM, da Dongyu Qu, direttore generale della FAO.
Lo stesso mons. Paglia ha spiegato che: “la Call rappresenta una chiamata all’impegno in campo etico perché senza una prospettiva umanistica ed etica le nuove tecnologie possono introdurre cambiamenti così radicali da mettere in forse la stessa dimensione umana“. 
Papa Francesco, nel gennaio 2024, ha formalmente richiamato l’attenzione su questo tema, invocando un’etica degli algoritmi, un trattato vincolante, organismi internazionali e una regolamentazione fin dalla fase di progettazione dell’IA.
Una visione oggi raccolta e rilanciata da Papa Leone XIV, che nella sua prima presa di posizione sull’intelligenza artificiale parla chiaramente di “nuova questione sociale”: “l’IA può trasformare in modo definitivo le nostre relazioni con il tempo, con il lavoro, con la conoscenza, con l’altro, con Dio stesso”.
Da questi lavori emerge in maniera preponderante la centralità dell’uomo: la macchina deve rimanere uno strumento collaborativo, e l’uomo deve mantenere intatto il proprio pensiero critico per non abdicare alla propria coscienza.
La prima normativa globale e omnicomprensiva sull’Intelligenza Artificiale, è delineata nell’AI Act (Regolamento UE 2024/1689) . 
L’etica dell’AI in particolare è affrontata nell’articolo 4 del Regolamento europeo e classifica i sistemi di AI secondo un approccio basato per rischio, vietando le pratiche inaccettabili e imponendo severi requisiti di trasparenza, documentazione tecnica e supervisione umana per i sistemi ad alto rischio.
Il regolamento suddivide i sistemi di intelligenza artificiale in quattro livelli, applicando regole proporzionate:Rischio Inaccettabile sono vietati i sistemi che manipolano il comportamento cognitivo, eseguono il punteggio sociale “social scoring” o il riconoscimento biometrico non mirato delle emozioni sul lavoro e negli istituti di istruzione, come quelli utilizzati in educazione poiché influenzano percorsi di apprendimento e opportunità di vita.
Alto Rischio sono autorizzati con vincoli i sistemi utilizzati nella selezione del personale, nella valutazione del credito, nella gestione delle risorse umane o nei servizi essenziali (es. sanità, pubblica amministrazione).
Rischio Limitato hanno solo “Obbligo di trasparenza” – gli utenti devono essere sempre informati in modo chiaro e trasparente – sono i sistemi come i chatbot o generatori di immagini/deepfake. 
Rischio Minimo non sono regolamentati, rientrano la maggior parte dei sistemi di uso quotidiano, come i filtri antispam o i videogiochi basati su IA.
L’AI Act è entrato parzialmente in vigore, ma la sua applicazione è progressiva, le disposizioni sui divieti assoluti sono pienamente applicabili, mentre per i ‘Sistemi ad alto rischio’ l’attuazione completa della normativa e i principali obblighi per gli sviluppatori e le aziende entrano in vigore ad agosto 2026.
Partendo dal mondo della istruzione, non si tratta solo di “insegnare a usare bene l’intelligenza artificiale”, ma di educare a comprenderne i valori, le implicazioni e i limiti, sotto questi presupposti l’algoretica diventa una competenza civica e digitale, parte integrante dell’alfabetizzazione contemporanea, sviluppando approcci e promuovano un impiego della AI che sia non solo efficace ma anche giusto e trasparente.
A questo scopo una iniziativa interessante è il DigComp 2.2, il Quadro Europeo delle Competenze Digitali per i Cittadini (JRC, 2022), che introduce la capacità di interagire in modo critico e sicuro con sistemi basati su IA, riconoscendo bias e limiti decisionali.
L’AI Act europeo e le Linee guida UE sulla AI affidabile pongono infatti regole generali che valgono per tutti i sistemi di intelligenza artificiale.
Al di là di studi e normative però c’è sempre l’uomo e tutto dipende dalle sue decisioni, posto che i principi etici applicati agli algoritmi dovranno essere pur sempre codificati e gestiti da uomini, diversamente tutti questi discorsi rischiano di essere solo un processo tautologico, meramente formale che poi nella pratica…
I filtri vanno inseriti a monte dove però esistono interessi giganteschi, i criteri come spiegabilità delle decisioni, sorveglianza umana e assenza di discriminazioni devono essere garantiti, già nella fase di progettazione, e poi mantenuti nella pratica quotidiana, perché a valle non si può fare più nulla, qualsiasi tentativo di intervento risulterebbe privo di risultati sufficienti, e del tutto inefficace.
Questo resta un passaggio indispensabile per collocare le nuove tecnologie in una prospettiva umanistica, rimettere l’uomo al centro, e in gergo “human in the loop” del processo. 
Il progresso della tecnologia è molto più veloce di quello della politica, dell’economia, dell’etica e della dimensione umanistica, corre in maniera inspiegabile, tanto che diventa quasi difficile starle dietro, occorre dialogo e una cultura etica diffusa, capace di guidare la AI ovunque essa operi, è indispensabile che il rispetto delle normative sia universale, cioè valga per tutto il globo.
Non è quindi solo un tema tecnico o industriale, ma un nodo antropologico, culturale e anche spirituale (come affermano in Vaticano) che si fonda su principi di trasparenza, equità, non discriminazione e controllo umano, che rispetti i diritti fondamentali dell’individuo.
Fondamentale quindi porre l’umano al centro, garantendo che nessuna decisione algoritmica possa mai sostituire la coscienza, la relazione, il rispetto della dignità umana.
Non possiamo permettere che la tecnologia, nata per servire l’uomo, si trasformi in un sistema inaccessibile e incontrollabile. 
La vera innovazione non è quella che sostituisce la relazione umana, ma quella che la rafforza con strumenti trasparenti, sicuri e rispettosi dei diritti.
Buona riflessione. 
Roberto Kudlicka


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