Europa dove  vai?


di  Don Francesco Alfredo Maria Mariano

Parlare di Cavalleria e di nobiltà in un’era in cui se n’è perduto persino il ricordo, in tempi in cui ogni ideale viene inesorabilmente travolto e piegato ad ogni più edonistica soddisfazione della vita, è impresa, oltreché assai ardua, forse per qualcuno strana e anacronistica.
Tutto progredisce vertiginosamente con le invenzioni e le scoperte, mentre nel campo dei valori ideali l’uomo, volgendo lo sguardo alla conquista dell’immensità dei cieli, trascura completamente la via del “nosce te ipsum” (“conosci te stesso”) e quella di una più attenta indagine dell’immenso mondo inesplorato dell’animo umano.
Va affermato, però, che anche oggi, mentre si impongono assurde teorie di livellamento umano ed inesorabilmente si riduce lo spazio a disposizione dell’homo spiritualis, continua ad esistere una Cavalleria che non muore e non potrà mai tramontare: è la Cavalleria dello Spirito, la quale si sostanzia e perennemente infiora in un ideale di giustizia e di bellezza, tanto squisito e raro da mutare, quasi, in un ideale di sogno, che si accompagna tuttavia ad una sua peculiare funzione sociale anche in questo fine millennio.
Anche se i tempi sono cambiati e alcune metamorfosi si sono rese logiche e necessarie, gli antichi ideali mantengono una loro validità e attualità, riuscendo a perpetuarsi come espressione di una eticità profonda.
I Cavalieri moderni, che non differiscono di molto dagli antichi, hanno la stessa missione, il medesimo nobile retaggio da portare, nel sangue e nel cuore, lo stesso dovere di un tempo di “porgere dovunque l’orecchio per cogliere grida di soccorso”.
Ciascuno deve battersi per la riaffermazione dei valori perenni della vita e, mediante la personale laboriosità e dedizione, vivificare di continuo la fiaccola dell’amore, della fraternità, dell’amicizia, della giustizia e della pace, perché sono questi i valori, essi soltanto, che rendono sacra la vita e degna di essere vissuta.
L’eredità ricevuta dai nostri predecessori non basta; occorre anche la continuità, ossia la prosecuzione sulla via dell’impegno, del bene, del valore affinché quell’eredità non si esaurisca, ma sopravviva arricchendosi di nuova linfa.
La Cavalleria nasce con l’affermarsi del Feudalesimo che, privilegiando il maggiorascato, lasciava allo sbaraglio tutti i cadetti della famiglia feudale, ossia i figli successivi al primogenito.
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Questi o si rassegnavano a vivere sotto la potestà del fratello maggiore o ad abbracciare la carriera ecclesiastica o a combattere al servizio di qualche feudatario. Anche quest’ultima opzione non era semplice: la strada per diventare guerriero professionale era lunga e dura: prima il tirocinio, come paggio fino a quattordici anni e poi come scudiero. Finalmente, verso i vent’ anni, riceveva l’armamento completo: corazza, elmo, spada e speroni d’oro. Durante la cerimonia d’investitura il Feudatario lo proclamava cavaliere.
Ma questi cavalieri non avevano assolutamente le caratteristiche di quelli che più tardi si sarebbero distinti nel difendere le nobili virtù. Intervenne così la Chiesa a dare un orientamento morale alle loro attività. Si venne in tal modo ricomponendo una parte malsana e pericolosa di quella società attraverso l’ideale religioso e caritatevole.
La Cavalleria divenne, così, una grande forza, un’aristocrazia del valore e della gentilezza, un argine contro i prepotenti, una difesa per la Chiesa nella lotta agli infedeli, il simbolo della fedeltà e dell’onore. Il codice d’onore di ogni cavaliere esaltava la dedizione ai deboli e alle loro necessità contro le ingiustizie dei prepotenti, la difesa dei fanciulli, la protezione degli orfani, delle vedove, la venerazione della donna, la lotta per la tutela dei più nobili ideali della fede.

La Cavalleria, cristianizzata, fu uno dei più grandi trionfi della Chiesa e di ciò furono riprova le grandi crociate, espressione massima dell’ideale cavalleresco. Nel suo fiorire e nel suo splendore la Cavalleria fu un corpo aperto a tutti i nobili e non nobili, tanto più che sin dalle origini era stata improntata al principio che “suprema ragione di eccellenza, fra tutti coloro che ne facevano parte, fosse non la nascita, ma il valore personale”.
Così, tutti i cavalieri erano uguali fra loro, compresi quelli di sangue reale! Poi, la dignità cavalleresca era fatto personale e non trasmissibile, però un Cavaliere poteva armarne un altro. La Chiesa trasformò in seguito la cerimonia della investitura in consacrazione religiosa, preceduta dalla veglia d’armi, in attesa del secondo battesimo, l’investitura era accompagnata da solenni cerimonie religiose come la benedizione delle armi, la comunione, il giuramento.
L’aspirante cavaliere infatti giurava sul Vangelo in pubblico, a colui che gli dava l’investitura di essere sempre fedele alla Chiesa ed alle leggi dell’onore, di comportarsi in modo coraggioso e leale, di mantenere la parola data, di non tradire il suo Signore, di combattere per la fede cristiana contro gli infedeli, di “raddrizzare” i torti, di vendicare le ingiustizie, di proteggere gli oppressi, gli orfani, le vedove.

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Così, dall’XI al XIV secolo, la Cavalleria si sviluppò nell’intera Europa, specie in Francia, Spagna e Italia. Sorsero i vari Ordini cavallereschi che portarono ovunque, con la Fede in Cristo, quei nuovi concetti di umanità e di generosità dai quali scaturì una nuova giustizia sociale. Favorirono le industrie ed i commerci, fondarono ospedali e lebbrosari, diedero l’impronta di una nuova civiltà che fu cavalleresca e cristiana al contempo, scrivendo pagine di epopea immortale sugli infuocati campi di battaglia, sui sanguinanti mari di Lepanto.
La Cavalleria divenne così una sorta di religione come appare dal cerimoniale del suo “armamento”, ricco di pratiche liturgiche e militari. Simile al consacrato l’aspirante cavaliere doveva fare il suo novizio, come “paggio”; quindi come il noviziato diventa “chierico” e poi “sacerdote”, così il paggio diventava “scudiero postulante” e infine “cavaliere”.
E mentre il rito militare era assai semplice, consistendo nella consegna della spada e degli speroni, il rito religioso era assai complesso e profondamente liturgico. Il “bagno” e la “veste candida” del postulante simboleggiavano il Battesimo; il sacco che indossava, la “penitenza” e la “confessione”; la “piattata”, ossia la spada sulla spalla, “l’accollata” il toccare la spalla e il bacio sulla guancia sinistra, il tutto dopo il giuramento, significavano la confirmatio.
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Infine vi era la benedizione del sacerdote, la “sacra unzione”. E tale mistico rito creava in effetti una parentela spirituale tra colui che “armava cavaliere” e colui che era “armato”.
Quasi quella cognatio spiritualis prevista nella Cresima dal Diritto Canonico, inter confirmatum et patrinum. Lo “armar cavaliere” era un alto privilegio del cavaliere stesso, quasi un crisma sacramentale.
“Non invaderò in nessun modo una chiesa. Non attaccherò il chierico o il monaco se non portano le armi del mondo […] non prenderò il loro cavallo. Non assalirò il contadino né la contadina o i mercanti; non prenderò il loro cavallo; non li rovinerò prendendo il loro denaro; non li rovinerò prendendo i loro averi col pretesto della guerra del loro signore e non li batterò per togliere il loro sostentamento. Non incendierò né abbatterò le case, a meno che non vi trovi un cavaliere mio nemico o un ladro […] Non attaccherò le donne nobili né quelli che circolano con esse […]; mi comporterò allo stesso modo con le vedove e le monache”.
Sono solo alcuni passi tratti dal documento del giuramento del cavaliere medievale riportato nel testo “L’anno mille” dello storico francese medievalista Georges Duby.

Sarebbe interessante elencare tutti i luoghi, le persone e tutti i beni che il cavaliere giurava di rispettare, sottraendoli alla violenza, eccezion fatta per le circostanze in cui legittimamente si imponeva l’autodifesa, secondo un principio di elementare e comprensibile buonsenso, di naturale salvaguardia di se stessi di fronte ad una minaccia incombente.
Minaccia che ahimè! Si sta ripetendo attraverso un’ invasione silente che si maschera sotto forma di immigrazione, salvo per quelle povere genti che scappano dalle guerre.
Cosi, le nostre tradizioni sono ancora una volta in pericolo, la nostra Europa è in pericolo, i nostri figli sono in pericolo, come la nostra economia, la nostra crescita demografica è in pericolo senza contare l’ordine la disciplina sociali.
Purtroppo il valore che con tanta fatica i nostri avi si sono conquistati talvolta anche con il loro sangue si sta sfaldando e cercando di far mutare in peggio la nostra generazione.
Su quel codice di valori basato sul disprezzo del pericolo, sulla difesa della fede, sulla protezione dei deboli e sul culto della donna amata, si fondava il senso dell’onore del Cavaliere e il titolo stesso, che poteva essere revocato in qualsiasi momento per un atto di fellonia o codardia.

Il Cavaliere, dunque, non è colui che ostenta una qualsiasi croce, più o meno meritata, ma colui che riesce ad incarnare l’elevazione e il perfezionamento etico della vita; colui che si erge a vero paladino del diritto e della fede, dei deboli e degli oppressi, nemico di tutto ciò che è futile e volgare.
Cavaliere è soltanto colui che porta nel sangue, nella mente, nel cuore quell’anelito di lealtà, di giustizia, di generosità e di altruismo per cui la Cavalleria è stata, è e sarà in tutti i tempi ed in qualunque sistema sociale antesignana di ogni più nobile azione, al servizio del prossimo, ma soprattutto di Dio Nostro Signore. Sia essa “guerriera” oppure “religiosa” costituisce sempre una nobile istituzione funzionale all’umana evoluzione. Santi e Cavalieri sono gli apostoli dello spirito e spesso finiscono per fondersi in un’unica milizia. Non a caso San Francesco d’Assisi chiamava “cavalieri” i suoi poveri fraticelli che nella modestia e nella povertà si contrapposero ad arginare un secolo di sfarzo e di corruttela.
Nella testimonianza dunque attraverso la Fede l’esempio in una Verità che ci vuole forti, leali, generosi e coraggiosi nel difendere i principii cristiani dobbiamo riconoscere il significato dell’insegna, il merito ed il valore degli Ordini e delle Associazioni Cavalleresche.

un premio alla rettitudine, ai moderni Cavalieri, messaggeri di una nuova concezione delle relazioni internazionali che vengono intese come nobile gara per la conquista dei più alti ideali, nel rispetto sempre vivo della propria e dell’altrui cultura.
Ogni Patria ne è espressione facendosi sacra custode delle sue preziose radici, senza le quali ogni identità è cancellata, ogni vicenda storia vanificata e perduto il suo alto insegnamento. Il più grande di ogni Male è la perdita della memoria.
Duro è il cammino per noi Europei affinché non si perda il legame con i nostri antichi Padri e non prevalga il Caos, ma i Santi protettori sono sempre al nostro fianco per sostenerci in questa lotta che solo i veri cavalieri possono combattere senza scoraggiarsi! La volontà Celeste suprema farà in modo che ci ritroveremo e ci aiuteremo nella difesa della nostra augusta tradizione e civiltà bimillenaria.
Già nel Medioevo, il concetto di Patria era ben radicato e si configurava all’attaccamento alla terra, nell’amore del territorio. Basti pensare all’ardimentosa Giovanna d’Arco, sicura in cuor suo della missione da compiere per investitura divina, che venne affiancata ai comandanti dell’esercito francese contro gli invasori.

Ma già precedentemente, come ci ricorda un’altra grande medievalista francese, Regine Pernoud, nella lontana data del 1124, quando le armate dell’imperatore Enrico V tentarono di invadere la Francia, germogliò ovunque un forte sentimento nazionale che causò in tutto il regno un accorrere generale alle armi.
Anche i baroni in rivolta dimenticarono le loro contese per stringersi tutti sotto la bandiera reale, il famoso orifiamma rosso orlato di verde, che Luigi VI aveva preso sull’altare di San Dionigi.
L’imperatore, dopo aver invaso la contea di Champagne, giunto a Reims, spiazzato da tanta resistenza spontanea e compatta, fece marcia indietro.
Non dimentichiamo mai che senza giustizia, virtù per eccellenza, nessuna pace è possibile poiché, come ci ha insegnato Gandhi, fondatore del sacro principio della lotta non violenta, “nessuna civiltà potrà essere considerata tale se cercherà di prevalere sulle altre” Si sa: il sole è più vicino al suo sorgere quanto più alta è la notte. Così le forze dello spirito, sovente mortificate, potenziano nel loro intimo le maggiori energie di rinascita, proprio allorquando la “materia” sembra travolgere ogni idealità della vita.

E’ per questo che, in giorni come i nostri, in cui il profitto riesce ad offuscare il mondo morale, dobbiamo alzare gli occhi verso la luce, guardando verso quella “bandiera del Cavaliere” luminosa e sanguinante del travaglio dei martiri e degli eroi, quale sole di rinascita di noi stessi e dell’intera Umanità, ma in particolare oggi come oggi dobbiamo salvaguardare la nostra Europa.
Feliciter e che Iddio ci aiuti!

Questo dì, VI/VI/MMXXVI

Don Francesco Alfredo Maria Mariano


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