Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente
Per converso, v’è da rimarcare come le indicazioni di Brusca siano perfettamente congruenti con quanto detto dai testi circa lo scopo dichiarato del contatto: avviare una trattativa per porre fine alle stragi.
È ovvio che la trattativa presuppone un do ut des: Riina offriva la fine delle stragi per avere soddisfazione sui punti che, come si è visto nei paragrafi precedenti, maggiormente lo angustiavano.
Anche in questo caso la convergenza (solo logica questa volta, ma non meno significativa) tra testi e collaboratore è completa.
Tutto ciò induce allora a ritenere che Brusca dice il vero quando afferma che la richiesta di trattare, formulata da un organismo istituzionale a lui sconosciuto (oggi si sa che erano gli uomini del Ros), indusse Riina a pensare (e a comunicare ai suoi accoliti) che «quelli si erano fatti sotto».
Lo indusse, cioè, a ritenere che le stragi di Capaci e via D’Amelio, da poco avvenute, avevano completamente disarmato gli uomini dello Stato; li avevano convinti dell’invincibilità di «cosa nostra»; li avevano indotti a rinunciare all’idea del «muro contro muro» ed a fare sostanziali concessioni all’organizzazione criminale cui apparteneva.
Nel frattempo, diede il «fermo» alle iniziative in programma (come detto da Brusca e confermato, sia pure alla lontana, da Malvagna).
Questo convincimento rappresenta la conclusione più «ragionevole» dell’iniziativa del Ros, a cui si potrebbe pervenire anche in assenza di collaboratori che ne facciano menzione.
Il fatto che sia stato riferito da Brusca illo tempore (cioè, prima che la vicenda divenisse pubblica) costituisce sicuramente un segno sia della bontà del ragionamento, sia della sincerità del collaboratore. Questo convincimento rappresenta anche il frutto più velenoso dell’iniziativa in commento, che, nonostante le più buone intenzioni con cui fu avviata, ebbe sicuramente un effetto deleterio per le Istituzioni, confermando il delirio di onnipotenza dei capi mafiosi e mettendo a nudo l’impotenza dello Stato.
Prova ne sia che, appena i «corleonesi» intravidero difficoltà nella conclusione della trattativa (cioè, nella soddisfazione delle loro pretese) pensarono ad un’altra strage per «stuzzicare» la controparte: uccidere il dr. Grasso e coloro che gli stavano intorno.
Di questo progetto criminale ha parlato, come si è visto, Brusca, il quale ha indicato tempi, modalità e motivazione di questo ennesimo delitto.
La verità di ciò che dice si apprezza già solo considerando i tempi in cui, a suo dire, quest’assassinio doveva essere commesso (ha parlato, infatti, di settembre-ottobre del 1992 come dell’epoca in cui ricevette l’incarico da Biondino; epoca che, come si è visto, è proprio corrispondente a quella in cui, secondo il gen. Mori, avvenne l’interruzione della trattativa).
Ma si apprezza altresì considerando che non è il solo che parla di questo progetto criminale. Anche La Barbera, infatti, sapeva che nel 1992 era in programma quest’attentato e che s’inseriva nel quadro delle azioni volte a dimostrare «chi comanda qua in Italia». [in nota: Dice, a proposito dei progetti delittuosi maturati dopo luglio-agosto del 1992:
«Per esempio l’attentato al giudice Piero Grasso. Ho saputo dopo che si trattava del dottor Grasso. Io ho saputo solo che c’era quasi tutto pronto per quanto riguarda questo attentato nella zona di Monreale, che poi ho saputo che si recava dalla mamma della moglie.
Comunque un attentato che era quasi tutto pronto, c’era l’esplosivo già in zona, c’era il furgone che si stava preparando e il telecomando.
L’unico problema, in questo caso, l’unico problema che c’è stato, è che c’è una banca vicina alla stradina dove questo magistrato andava, che ci potevano essere delle interferenze. E siccome il radiocomando, la radioricevente doveva passare attivata per più di 15 giorni perché non era, il magistrato non ci andava ogni domenica, ma capitava che qualche domenica la saltava, per cui doveva stare questa ricevente accesa per una quindicina di giorni, anche un mese. Per cui questo è uno degli attentati che è saltato. Questo era uno degli attentati che erano in programma dopo l’introduzione del «carcere duro» per dimostrare «chi comanda qua in Italia»].
Ganci Calogero, dal canto suo, sapeva che, qualche mese dopo l’arresto di Riina, Provenzano «voleva mettere una bomba per uccidere il dottor Grasso». Segno, evidentemente, che il progetto, maturato prima dell’arresto di Riina, aveva attraversato quest’evento per connotare (anche) la stagione di morte del periodo successivo.
Il convincimento che indusse i corleonesi a mettere gli occhi sul dr. Grasso non venne meno, quindi, con l’arresto di Riina, sia perché questi (sebbene impedito nei movimenti) non uscì certamente di scena con l’arresto, sia perché non era un convincimento a lui esclusivo (si è visto che della trattativa, come delle iniziative che dovevano secondarla, sapevano, quantomeno, Brusca e Biondino; nonché, come si vedrà, Bagarella).
Quel convincimento, giova sottolineare e specificare, riguardava la bontà di un metodo: il metodo dell’assalto verso chi mancava del cuore per difendersi (per difendere, in realtà, i suoi cittadini e il suo patrimonio).
Esso, unito all’attenzione che, contestualmente, stava maturando verso il patrimonio artistico nazionale, costituirà il presupposto della stagione di fuoco che, di lì a poco, si aprirà.
Si deve dire, quindi, che alla fine del 1992 si erano verificate le tre condizioni fondamentali per l’esplosione di violenza dei mesi successivi, giacché metodo ed oggetto, così come le finalità, erano già presenti, con sufficiente precisione, alla mente di coloro che muovevano le fila di «cosa nostra».
Il disinganno susseguente alla stasi della trattativa e all’arresto di Riina faranno da detonatore ad una miscela esplosiva già pronta e confezionata.
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Sentenza della Corte d’Assise di Firenze
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