Il Labirinto dei Segni e l’Esattezza del Cosmos


Di Rosa Elenia Stravato

Profilo critico-biografico, traiettorie filosofiche e l’attualità imperitura di Italo Calvino

Ci sono personaggi che hanno attraversato, precorrendolo vivacemente, il nostro tempo; uomini capaci di dare brillantezza estrema alla realtà, cingendola senza falsi lirismi;maestri del libero pensiero e arbitrio di penne che non hanno mai taciuto, anzi, vanno oltre le generazioni… Per esempio: Italo Calvino (1923–1985). Egli  rappresenta una delle parabole intellettuali più poliedriche e rigorose del Novecento europeo.

Nato a Santiago de las Vegas (Cuba) da genitori italiani — entrambi stimati scienziati: il padre Mario, agronomo, e la madre Eva Mameli, botanica — Calvino eredita un’impronta mentis improntata al rigore scientifico, all’osservazione empirica e a un profondo laicismo. Questo humus familiare si rivelerà fondamentale nel distanziarlo dalle coeve correnti letterarie idealistiche o puramente liriche.

Tornato in Italia, trascorre l’infanzia e la giovinezza a Sanremo, un paesaggio ligure aspro e verticale che segnerà profondamente la sua prima produzione. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la scelta partigiana nelle brigate Garibaldi scuote la sua giovinezza. Questa esperienza confluisce nel suo esordio letterario, Il sentiero dei nidi di ragno (1947), un testo che declina la stagione neorealista attraverso una lente inedita: lo sguardo fiabesco e straniato del fanciullo Pin.

Nel dopoguerra, Calvino si stabilisce a Torino, si laurea in Lettere e diviene una colonna portante della casa editrice Einaudi. Qui lavora a stretto contatto con Cesare Pavese, Elio Vittorini e Natalia Ginzburg, partecipando attivamente al dibattito culturale e politico (iscritto al PCI, ne uscirà dignitosamente nel 1957, dopo i fatti di Ungheria).

Negli anni Sessanta, il trasferimento a Parigi segna l’incontro con l’Oulipo (Ouvroir de Littérature Potentielle) di Raymond Queneau e Georges Perec. Calvino scopre la semiotica, lo strutturalismo e la letteratura intesa come gioco combinatorio e sfida geometrica, inaugurando la sua stagione più matura e visionaria.

Il nucleo filosofico ed estetico di Calvino risiede in una perenne, feconda tensione dialettica tra il caos (il “magma” della realtà, multiforme e ingovernabile) e il cristallo (la struttura, l’ordine geometrico, il tentativo della ragione di mappare il mondo). Calvino non si abbandona mai al nichilismo; al contrario, affida alla letteratura un compito etico e conoscitivo. Lo scrittore è colui che proietta sul disordine del reale una griglia d’esattezza, pur consapevole che tale griglia è una costruzione artificiale.

Il suo è un razionalismo problematico, costantemente conscio dei propri limiti, che rifiuta le grandi spiegazioni dogmatiche e preferisce un’indagine microscopica e ironica. La fiaba, l’allegoria e il modello matematico diventano gli strumenti privilegiati per smontare la complessità del reale senza pretendere di esaurirla.

Nel testo “Le città invisibili” (1972) realizza un atlante dell’utopia e della memoria; dove la struttura combinatoria tocca il suo apice. Il libro si presenta come una serie di relazioni di viaggio che l’esploratore Marco Polo fa all’imperatore dei Tartari, Kublai Kan, il quale assiste malinconicamente al disfacimento del suo immenso impero. Le città descritte non esistono su alcuna mappa geografica; sono proiezioni della mente, teoremi geometrici, desideri o incubi urbani. L’opera è una profonda meditazione sullo spazio urbano come metafora dell’esistenza umana e del linguaggio stesso. Calvino organizza il testo secondo un’architettura matematica rigorosa (undici serie tematiche che si intrecciano).

La citazione più celebre, posta in conclusione del libro, compendia l’intera etica calviniana di fronte alla complessità del moderno: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso e esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.»  Passaggio interessante è rappresentato dalla raccolta “Le lezioni americane” (1988), un testamento estetico per il nuovo millennio che l’autore concede ai suoi lettori. Progettate per le Charles Eliot Norton Poetry Lectures alla Harvard University e pubblicate postume, Le lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio rappresentano il testamento spirituale e letterario di Calvino.

Ognuna delle cinque lezioni compiute definisce un valore letterario da traghettare nel futuro. E Calvino è qui che ci parla di leggerezza; intesa non come superficialità, ma come sottrazione di peso di contro alla pesantezza del mondo: «Volevo volare in una nuova dimensione, non per evadere, ma per guardare il mondo da un altro punto di vista». Restituisce l’urgenza di editare secondo la logica dell’economia del racconto, il ritmo del pensiero che sa connettere atomi distanti.
Il linguaggio diventa calcolato come il disegno ben definito; è la netta opposizione al vago e all’approssimativo che viene resa palese; così come chiara è la sua  capacità di pensare per immagini che rende il potere iconico della mente loquace.

Il romanzo, per Calvino, è come un’ enciclopedia intesa quale  rete di relazioni tra le cose. È, tuttavia, sulla leggerezza, che Calvino serve  una definizione insuperata che ribalta la prospettiva comune: «Prendete la vita con leggerezza, ché leggerezza non è superficialità, ma volare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore. […] La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso. Paul Valéry ha detto: “Il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume” (Si deve essere leggeri come l’uccello, e non come la piuma).» Vedete, dunque, il pensiero di Calvino si rivela oggi di un’attualità sconvolgente, quasi profetica.

Nell’era dell’iperconnessione, della transizione digitale e dell’intelligenza artificiale, le sue riflessioni offrono coordinate indispensabili. La sua idea di letteratura come “rete di possibili” anticipa la struttura ipertestuale del web, perché egli  aveva intuito la nascita di un mondo interamente digitalizzato, in cui la realtà si sarebbe smaterializzata in impulsi informativi. Ne Le città invisibili l’autore anticipa il dibattito contemporaneo sulle megalopoli immateriali, sulla sostenibilità e sull’alienazione urbana. La sua sensibilità naturalistica, derivata dalle origini familiari, lo rende un precursore dell’ecocritica.
In un’epoca dominata dal “linguaggio di plastica” dei social media e delle burocrazie, l’appello calviniano all’esattezza risuona come un imperativo etico. Usare parole precise significa preservare la capacità di pensare criticamente. Il genio di Italo Calvino risiede nella sua straordinaria capacità di praticare la “distanza prospettica”. Come il suo celebre Barone rampante, Cosimo Piovasco di Rondò, che sceglie di vivere sugli alberi per guardare la terra con maggiore acume, Calvino si è sollevato sopra il rumore di fondo della sua epoca per restituircene la struttura profonda.

Egli non è stato un intellettuale ideologico, ma un cartografo della complessità. La sua scrittura possiede la limpidezza del diamante e la profondità dell’abisso. È riuscito nell’impresa miracolosa di coniugare l’umanesimo classico con la rivoluzione scientifica del Novecento, dimostrando che la letteratura non è un’attività ancillare rispetto alla scienza, bensì un altro modo — altrettanto rigoroso — di investigare il cosmo. Calvino ha rifondato lo statuto dello scrittore: non più vate, non più esteta decadente, ma instancabile artigiano del testo, scienziato dei segni, ludico geometra della fantasia. La sua grandezza risiede nell’averci insegnato che l’unico modo per non essere sopraffatti dal labirinto del mondo è studiarne la pianta, inventando nuove regole di gioco laddove quelle vecchie si sono rivelate fallimentari. Egli resta, nel panorama globale, l’ultimo grande classico italiano: colui che ha dato forma visibile all’invisibile complessità dell’anima moderna.


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