La popolazione residente non dovrà superare i 10 milioni prima del 2050, pena la perdita di qualità della vita e del benessere, per cui al raggiungimento dei 9,5 milioni – probabilmente già nel 2030 -, scatteranno misure di contenimento su asilo e ricongiungimenti. È questo il quesito referendario su cui circa 5 milioni e mezzo di elettori svizzeri, gli aventi diritto, saranno chiamati a esprimersi il 14 giugno. Se ne cominciò a parlare nell’estate 2023, qualche mese prima delle politiche, su input dell’Udc (Unione democratica di centro), il primo partito elvetico, espressione di una destra conservatrice e populista. Raccolte oltre 114mila firme, nella primavera 2024 l’iniziativa popolare è stata depositata. Mentre molti Paesi avanzati, tra cui l’Italia, lottano per arginare il declino demografico, la Svizzera si interroga sul problema inverso: come arrestare la crescita della popolazione. Ma c’è un passaggio in più: se il contenimento non bastasse e i residenti superassero comunque la soglia, la Svizzera dovrebbe denunciare la libera circolazione con l’Unione europea – regolata, insieme alla posizione della Svizzera rispetto al mercato unico europeo, dagli accordi Bilaterali. Un discreto terremoto, su cui Reuters ha raccolto un dato che dovrebbe impensierire: Claude Maurer, capo economista dell’istituto BAK Economics, stima una perdita di 685 miliardi di franchi – circa 745 miliardi di euro – tra il 2028 e il 2045 se al referendum vincesse il sì e, per effetto cascata, la Svizzera dovesse recedere dagli accordi europei.
I promotori di “No a una Svizzera da 10 milioni!” sono convinti che questo “population cap” sia un metodo sicuro e funzionale per salvaguardare ciò che il vicino elvetico ha di più prezioso: ambiente, infrastrutture, sanità, scuola, rete elettrica e previdenza, tutti – sostengono – sotto pressione per una crescita demografica troppo rapida. Il nemico, nel loro racconto, è l’immigrazione: da quando nel 2002 è entrata in vigore la libera circolazione, la popolazione è cresciuta di circa 1,7 milioni di persone, fino agli odierni 9,1 milioni, con gli stranieri ormai vicini al 28% del totale. Le conseguenze, secondo l’Udc, sarebbero i problemi che la nazione fronteggia oggi: affitti alle stelle, territorio cementificato, treni e strade congestionati, pronto soccorso intasati. Thomas Matter, deputato Udc, con Reuters ha sostenuto che solo un immigrato su dieci porta le competenze davvero richieste, e che il Pil pro capite cresca più lentamente proprio dal momento in cui gli ingressi sono aumentati. “Qualità” contro “quantità” – nonostante, per inciso, i dati della Segreteria di stato della migrazione (Sem) dicono che il motivo principale alla base degli ingressi è comunque l’esercizio di un’attività lucrativa, cioè lavorare.
Alla radice di tutto c’è il problema della clausola ghigliottina. L’accordo sulla libera circolazione fa parte dei sette trattati che compongono i Bilaterali I del 1999, legati tra loro in modo che la caduta di uno faccia cadere automaticamente gli altri sei – che riguardano ostacoli tecnici al commercio, appalti, agricoltura, trasporti terrestri e aerei, ricerca. Denunciare la libera circolazione, insomma, significherebbe sfilare il primo mattone e far crollare l’impalcatura che regge l’accesso svizzero al mercato unico, cui il Paese è agganciato settore per settore. Per una curiosa concomitanza di tempi, tra l’altro, giusto il 2 marzo Berna ha firmato con Bruxelles il nuovo pacchetto di accordi: i Bilaterali III, attualmente all’esame del Parlamento, che aggiornano e rilanciano la libera circolazione.
Su questo terreno impervio stanno le imprese che operano in Svizzera, per le quali la manodopera europea è un asset fondamentale. Contro l’iniziativa si sono schierati apertamente i colossi del Paese – da Novartis a Nestlé, da UBS a Roche, che respinge l’iniziativa avvertendo che un sì minaccerebbe gli accordi con l’UE e aggraverebbe la carenza di personale qualificato, soprattutto europeo. La biotech Molecular Partners, citata da Reuters, spiega che poter assumere solo nel bacino svizzero sarebbe un fattore bloccante, al punto da valutare di spostare attività all’estero. Questo filone si intreccia con quanto emerge da uno studio commissionato dalla Sem sugli effetti di un tetto fisso a 10 milioni di residenti: pur con qualche sollievo su mercato immobiliare, infrastrutture e ambiente, il conto economico e sociale sarebbe pesante. Intanto, entro il 2050 mancherebbero diverse centinaia di migliaia di lavoratori, con i settori già oggi a corto di personale quali alberghiero e ristorazione, industria, sanità e cure, colpiti più della media. Poi c’è l’invecchiamento demografico. Secondo gli scenari dell’Ufficio federale di statistica, nel 2024 si contavano 38 persone di 65 anni o più ogni 100 in età lavorativa (20-64 anni): entro il 2055 saliranno a 51. Tradotto: sempre meno attivi a sostenere sempre più pensionati, destinati a passare da 1,8 a 2,7 milioni. Con il “population cap” – dice l’analisi di Sem – il saldo dell’Avs (il sistema pensionistico svizzero) peggiorerebbe di diversi miliardi di franchi l’anno per decenni, mentre i maggiori costi sanitari verrebbero ripartiti su un numero minore di lavoratori.
Lato puramente economico, le stime danno ancora più sostanza alle paure delle imprese. Una è quella di BAK Economics secondo cui la caduta degli accordi bilaterali con Bruxelles si tradurrebbe, da qui a una ventina d’anni, in una rinuncia da parte della Svizzera di una quota di ricchezza pari al 7,1% del suo prodotto, rispetto a quanto avrebbe prodotto restando negli accordi. Un’altra è ricavata da uno studio Ecoplan commissionato dalla Confederazione, per cui uscire dai Bilaterali europei costerebbe al paese un Pil inferiore del 4,9% al 2045, rispetto allo scenario senza la caduta degli accordi – laddove la libera circolazione da sola pesa per un -4,55%. Tradotto per abitante, circa 2.500 franchi a testa in meno. La situazione, intanto, è già sotto stress. Per il 2026 Economiesuisse stima un aumento del Pil reale dell’1,0%, e dell’1,2% nel 2027: una crescita frenata dalle incertezze geopolitiche e da un’industria d’esportazione in difficoltà tra Ucraina, Medio Oriente, rincaro del petrolio e dazi Usa. Su un quadro già fragile, il tetto demografico calerebbe come uno shock strutturale. Con un paradosso in più: tra i pochi pilastri che oggi reggono la crescita c’è proprio la domanda interna, sostenuta – riconosce la stessa Economiesuisse – da un’immigrazione che anche in questo biennio resterà superiore all’emigrazione.
Ai conti sui miliardi si aggiungono quelli sulle materie umanitarie. L’Unicef Svizzera e Liechtenstein ha avvertito che l’iniziativa potrebbe causare limitazioni dei diritti dell’infanzia e, in determinate circostanze, la disdetta della Convenzione sui diritti dell’infanzia – che la Svizzera ha ratificato nel 1997 — perché le misure su asilo e ricongiungimento familiare colpirebbero direttamente i minori. Amnesty International Svizzera, ancora più netta, parla di “un attacco frontale alla protezione delle persone rifugiate”: denunciare gli accordi accusati di alimentare la crescita demografica, avverte l’organizzazione, potrebbe voler dire rimettere in discussione anche la Convenzione di Ginevra sui rifugiati o la stessa Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La bilancia del voto, per gli svizzeri, non è mai stata così carica.
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di Elettra Bernacchini
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