L’Italia scopre la sua vulnerabilità di fronte alla nuova tempesta geopolitica che sta investendo le rotte energetiche mondiali. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha innescato un’impennata dei prezzi senza precedenti, con rincari flash del 50%. Per la seconda volta in quattro anni, dopo la crisi del 2022 legata all’invasione russa dell’Ucraina, l’intero sistema economico nazionale viene messo a dura prova, evidenziando una fragilità strutturale storica che si traduce in una drastica frenata della crescita economica rispetto al resto d’Europa. In questo contesto di profonda incertezza, lo studio L’impatto dello shock energetico sui territori. Chi paga il conto più salato?, sviluppato da OpenEconomics attraverso la piattaforma Civiqa, offre una chiave di lettura scientifica e radicalmente nuova. Incrociando i database di Istat, Eurostat e Terna, il report introduce l’Indice di Esposizione Energetica.

Questo indicatore sintetico e composito non esprime un valore astratto, ma misura quanto la struttura produttiva locale di ogni singolo territorio sia esposta alle turbolenze geopolitiche, quanto siano energivori i comparti industriali che la sostengono e quante persone dipendano direttamente da quell’ecosistema economico.
Il termometro del rischio territoriale
La grande innovazione metodologica del report risiede nella sua struttura moltiplicativa e non additiva. Il termometro del rischio unisce tre variabili fondamentali: l’intensità energetica della struttura occupazionale locale, che valuta i consumi diretti delle fabbriche; l’esposizione upstream, che calcola la dipendenza indiretta dalla vulnerabilità delle filiere come i trasporti e la raffinazione; e la scala sociale, legata al peso demografico del territorio.
Trattandosi di un modello moltiplicativo, l’indice schizza verso l’alto se anche una sola di queste variabili risulta critica. Un comune con un distretto fortemente energivoro ma con pochissimi abitanti registrerà un rischio di sistema inferiore rispetto a una grande realtà urbana con le stesse caratteristiche produttive, poiché è la dimensione della comunità a determinare la reale portata sociale e occupazionale di una potenziale crisi.
Le due geometrie della vulnerabilità italiana
La mappatura capillare condotta su scala regionale, provinciale e su ben 7.890 municipi smentisce i vecchi paradigmi geografici, dimostrando che l’esposizione energetica segue fedelmente la mappa della produzione e della specializzazione industriale, e non quella della ricchezza o del divario Nord-Sud. Emergeranno così due distinte geometrie del rischio energetico che si collocano, per ragioni diametralmente opposte, nella medesima fascia di massima vulnerabilità.
La prima geometria riguarda il Nord produttivo e manifatturiero. L’Emilia-Romagna conquista il primato assoluto di regione più esposta d’Italia; quasi un quarto dei comuni emiliano-romagnoli si colloca nel 10% della fascia di rischio più elevata a livello nazionale. Questo primato negativo si spiega con un modello economico di straordinario successo che ha costruito il proprio benessere su settori strutturalmente energivori come la ceramica di Sassuolo, la meccanica pesante, il packaging e la chimica di processo: comparti dove la bolletta termica ed elettrica non è un costo accessorio, ma una componente primaria del ciclo di trasformazione. Subito dietro si posiziona il Veneto, dove le province di Vicenza e Verona trascinano l’esposizione a causa della fortissima densità di distretti legati alla concia, alla siderurgia e alla manifattura pesante, con un’intensità energetica media che supera di ben quattro volte quella del settore terziario.
Mezzogiorno e Centro Italia, dalla siderurgia al petrolchimico
La seconda geometria si sviluppa lungo le coste del Mezzogiorno ed è legata al rischio upstream, ossia alla vulnerabilità indiretta delle catene di fornitura energetica e della logistica. In questa graduatoria la Sicilia e la Puglia scavalcano una potenza industriale come la Lombardia. Nei territori meridionali il pericolo non si annida tanto all’interno delle fabbriche manifatturiere diffuse, quanto piuttosto nei grandi hub costieri dedicati alla raffinazione del petrolio, alla chimica primaria e alla logistica portuale. Località come Priolo, Augusta, Taranto e Brindisi ospitano colossi siderurgici e petrolchimici dove qualsiasi minima variazione del prezzo internazionale del greggio o del gas si scarica istantaneamente sulla struttura produttiva locale, senza alcun filtro o ammortizzatore di filiera.
Al Centro Italia si registra invece un quadro fortemente eterogeneo e di profilo misto, guidato da Toscana e Umbria, rispettivamente al quarto e quinto posto della classifica nazionale. In queste aree convivono entrambe le tipologie di vulnerabilità: l’elevata intensità energetica diretta si concentra nei distretti della carta di Lucca, nelle storiche vetrerie toscane e nella siderurgia di Terni, mentre l’esposizione upstream viene alimentata dal polo petrolchimico e portuale di Livorno.
La mappa italiana: isole felici della resilienza strutturale
All’estremo opposto della classifica, lo studio di OpenEconomics individua le regioni capaci di mostrare una spiccata resistenza agli shock dei mercati. La Valle d’Aosta si attesta come la realtà più protetta del Paese, affiancata dal Piemonte e dal Molise. L’analisi approfondita svela tuttavia che dietro a punteggi simili si nascondono tre storie industriali e strutturali completamente differenti.
La forte resilienza della Valle d’Aosta e delle Province Autonome di Trento e Bolzano rappresenta il punto di arrivo di un modello virtuoso, caratterizzato dalla totale assenza di comparti industriali ad alta intensità termica e, soprattutto, da un mix energetico locale dominato da una storica e matura presenza di impianti idroelettrici puliti. Il Piemonte, dal canto suo, beneficia di una felice combinazione tra un paniere di approvvigionamento diversificato e una specializzazione manifatturiera orientata verso l’automotive e la meccanica fine, settori che richiedono molta meno energia diretta per unità di valore aggiunto rispetto alla chimica o all’acciaio.
Il caso del Molise incarna invece un paradosso: la sua bassissima esposizione allo shock energetico non deriva da una superiorità tecnologica o da investimenti green, bensì dall’assenza quasi totale di un tessuto industriale pesante. La sua è una resilienza da subalternità economica: il territorio non subisce il trauma della crisi energetica semplicemente perché la sua struttura produttiva è tra le meno sviluppate del Paese.
Rinnovabili restano un’illusione sotto la soglia critica
La sezione più sorprendente del report smantella una delle convinzioni più diffuse tra i decisori politici, ossia l’idea che un incremento lineare delle fonti rinnovabili si traduca automaticamente in uno scudo di protezione proporzionale per l’economia locale. I dati dimostrano che la relazione tra la quota di energia pulita e l’abbattimento del rischio energetico segue una curva geometrica a benefici marginali crescenti. In termini semplici, lo scudo verde non funziona se la penetrazione delle rinnovabili rimane al di sotto di una determinata soglia critica. Nei territori in cui le fonti pulite coprono meno di un terzo del fabbisogno complessivo, l’effetto di protezione sui costi industriali è pressoché impercettibile e nullo.
Il beneficio reale e strutturale si concentra esclusivamente in quelle pochissime aree geografiche che hanno investito in maniera massiccia e continuativa nel comparto delle rinnovabili, superando la soglia dell’80% del proprio mix elettrico. In cima a questa classifica della protezione troviamo la Valle d’Aosta, che grazie a una quota di rinnovabili pari al 98% ottiene un abbattimento del proprio Indice di Esposizione Energetica del 31,8%. Seguono la provincia di Bolzano con il 93% di energia pulita e uno sconto sul rischio del 28%, la Basilicata che sfrutta l’eolico e il solare per coprire l’87% del fabbisogno riducendo l’indice del 25%, e le Marche che con l’84% di produzione verde tagliano il proprio profilo di rischio del 22%.
Per la stragrande maggioranza dei territori italiani a fortissima vocazione manifatturiera, l’attuale dote di fonti rinnovabili non riesce a fare alcuna differenza sul conto finale. Grandi locomotive industriali come l’Emilia-Romagna e la Lombardia beneficiano di riduzioni del rischio risibili, rispettivamente confinate al 4,3% e al 5,9%, a fronte di quote di energia verde che si attestano rispettivamente al 33% e al 40% del loro mix interno.
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