Corigliano-Rossano, l’Open Lab Patir svela il successo del modello “Scriptoria”


La quinta edizione dell’evento ideato da Alessandra Mazzei propone un metodo innovativo di rigenerazione territoriale per trasformare la cultura in bene comune.

La cultura, nella sua essenza più autentica, abita la dimensione del processo dinamico: un tessuto connettivo capace di stringere in un unico nodo il passato, il presente e le tensioni programmatiche di una comunità.

La quinta edizione dell’Open Lab PATIR, svoltasi a Corigliano-Rossano sotto l’insegna tematica di Scriptoria, consegna una riflessione che supera la cronaca dell’evento, svelando l’urgenza teorica e pratica di uno “smantellamento della barriera”. Contro il radicato pregiudizio che vuole il pensiero alto confinato in una distante e cifrata inaccessibilità, il metodo Patir, infatti, – frutto di un ragionamento analitico sempre in progress da parte della squadra di direzione artistica guidata da Alessandra Mazzei – prova a strutturarsi come un lucido dispositivo di scardinamento, le cui grammatiche di rigenerazione si articolano attraverso nodi progettuali strettamente interconnessi.

Il principio cardine si muove lungo l’asse di una mediazione verticale capace di guardare al Popolo oltre il Pop. L’accessibilità, in questa visione, non coincide mai con lo svuotamento della profondità del sapere; il metodo impone, al contrario, una modulazione flessibile e prudente dei linguaggi affinché la complessità divenga patrimonio condiviso. In tale prassi si dissolve l’equivoco semantico tra “popolare” e “populistico”: l’aggettivo POP si spoglia delle derive commerciali e consumistiche per ricongiungersi alla radice etimologica di populus, configurando il fare cultura popolare come un esercizio sociologico volto a restituire la verticalità del pensiero alla cittadinanza attraverso l’atto politico della presenza.

Questa impostazione presuppone una circolarità epistemica e una contaminazione che rifiutano categoricamente la parcellizzazione del sapere in compartimenti stagni. Il laboratorio elegge così un unico nucleo tematico, proiettandolo attraverso una pluralità di registri ed esperienze conoscitive, da proporre nei giorni della manifestazione. Il concetto di Scriptoria, infatti, è stato declinato incrociando il rigore della divulgazione scientifica con la forza d’urto dei linguaggi artistici, multimediali e relazionali su vari livelli.

L’intera azione culturale si inscrive in una traiettoria cronologica consapevole, dominata da trame temporali e codici storici ben precisi. Il punto di partenza è l’antico e prezioso passato del territorio, inteso non come feticcio museale, ma come codice genetico da decifrare per inventare nuove soluzioni nel presente e fornire alle generazioni future gli strumenti per abitare criticamente la contemporaneità.

In questo specifico ecosistema si afferma il primato del processo: il cammino precede la meta e il processo sovrasta il prodotto, poiché il cuore del metodo risiede nella trasformazione dell’atto culturale in una forza collettiva, dove l’evento in sé diviene il pretesto per attivare legami sociali, alleanze stabili e una reale polifonia di voci.

Si attiva così una co-progettazione intergenerazionale che, ribaltando lo statuto che relega i giovani a consumatori passivi, smentisce nei fatti la retorica dell’indifferenza generazionale. I giovani si fanno scriptores, attori e scrittori del proprio domani all’interno di uno spazio fisico e ideale fondato sull’ascolto attivo e sulla reciprocità pedagogica.

Attraverso tale dinamica, lo spazio pubblico viene riscoperto come bene comune. Quando il sapere si fa esperienza diffusa, si trasforma in una necessità identitaria e in un desiderio di appartenenza, antitetico a qualsiasi dieta intellettuale calata dall’alto; la città si tramuta in un laboratorio all’aperto e la cultura evade dai palazzi istituzionali per farsi risorsa condivisa.

Un simile impianto, tuttavia, si legittima solo se genera una struttura permanente, fondata su una solida governance e su una dimensione comunitaria. Da questa premessa discende la fitta rete cooperativa tra istituzioni, imprenditoria, terzo settore e cittadinanza. Il superamento degli individualismi cementa il senso di appartenenza attorno a un progetto comune, delineando un modello di governance culturale a tutela del territorio che trova linfa nella continuità proiettiva.

Da quest’anno viene, in tale ottica, ufficializzata la prassi di proiettare il territorio verso la tematizzazione dell’anno successivo nell’atto stesso in cui si chiude il sipario dell’edizione corrente.

Di fronte a un contesto geografico che non ha ancora pienamente codificato e narrato la propria identità, le traiettorie d’indagine esplorate nelle cinque edizioni si offrono come stabili dorsali narrative dell’identità stessa.

Il Patire e la sua montagna, il Monachesimo italo-greco, il Mediterraneo, i Sentieri per la Pace e la Spiritualità, fino, appunto, al fulcro millenario della Scrittura, che legittima il riconoscimento di “Corigliano-Rossano Città della scrittura”, che può a tutti gli effetti diventare un claim comunicativo strategico, ma a patto che diventi traiettoria di una progettualità da portare avanti e consolidare nelle sue numerose possibili declinazioni stabili, di cui Patir ha fornito solo le chiavi di accesso e alcune figure intellettuali di indiscusso prestigio e piena credibilità.

Queste cinque tematiche fin qui proposte potrebbero rappresentare consistenti e significative linee direttrici per ricostruire e armonizzare la geografia fisica e culturale di un luogo ancora alla ricerca del proprio genius identitario.

Patir si configura, in sostanza, non come un evento e basta, ma come un metodo, “una via attraverso cui” ragionare e crescere, appunto; un percorso complesso, scandito, in chiusura, dall’onestà della crisi, poiché l’ultimo e misurato nodo di tale metodo risiede nella consapevolezza che l’agire culturale non è mai definitivo e in sé completo o in tutto positivo, e che solo un’analisi onesta, responsabile e condivisa delle criticità permette di introdurre correttivi, tagli, rivisitazioni continue e integrazioni capaci di elevare lo spessore del progetto senza tradirne la matrice valoriale fondante.

In conclusione, l’esperienza del 2026 dimostra che

  • l’eccellenza intellettuale – di contenuti e relatori – può coniugarsi con un’ampia divulgazione;
  • i giovani sanno occupare con protagonismo consapevole e sorprendentemente già maturo gli spazi che la comunità riconosce loro;
  • la cultura diventa viva esclusivamente se condivisa e se si fa esperienza diretta ed è la sola che può fornire gli strumenti per interpretare dinamicamente il patrimonio materiale e immateriale di un territorio e per costruire visioni basate su questo, ma proiettate verso lo sviluppo economico e sociale necessario;
  • l’unica condizione per comprendere la potenzialità e il desiderio rigenerativo di tale progettualità complessa è abitare, con partecipazione militante, questo laboratorio d’avanguardia comunitaria in continua evoluzione e aperto a tutti.

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 Redazione CosenzaPost

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