C’è una guerra silenziosa che si combatte ogni giorno in qualsiasi ufficio del mondo: quella del termostato. C’è chi ha sempre freddo, chi soffoca, chi apre la finestra a gennaio e chi si porta il plaid da casa a luglio per sopravvivere all’aria condizionata. Il problema è sempre lo stesso: la temperatura è una, ma le persone sono tante. E allora la domanda sorge spontanea: ma se invece di climatizzare le stanze iniziassimo a climatizzare le persone?
È più o meno la domanda da cui è partito lo studio condotto dall’Università di Perugia insieme ad Airzone, azienda specializzata nei sistemi di controllo della climatizzazione e della qualità dell’aria, i cui risultati sono stati presentati il 7 maggio al convegno “Comfort multidominio e regolazione intelligente” ospitato dall’ateneo umbro. Un evento dall’alto profilo accademico, organizzato insieme all’Ordine degli Ingegneri di Perugia, al CIRIAF (il Centro Interuniversitario di Ricerca sull’Inquinamento e sull’Ambiente “Mauro Felli”) e all’EAPLab, il laboratorio di fisica ambientale applicata dell’ateneo. Ma dietro ai nomi istituzionali si nasconde un esperimento piuttosto concreto: un Living Lab, cioè un vero ufficio-laboratorio con fino a otto persone al lavoro, ognuna con la propria postazione, trasformato in un osservatorio del comfort.

Il problema della taglia unica
Partiamo dal presupposto che oggi la maggior parte degli edifici viene regolata pensando a uno scenario “medio”: si imposta una temperatura che dovrebbe andare bene più o meno a tutti e si spera per il meglio. È un po’ come se un negozio vendesse solo magliette taglia M: per qualcuno andranno bene, certo, ma molti si ritroveranno con qualcosa di troppo stretto o troppo largo. Il risultato è doppio e doppiamente fastidioso: si consuma più energia del necessario, perché l’impianto lavora spesso su scenari peggiori di quelli reali, e allo stesso tempo le persone continuano a non stare bene. Un capolavoro di inefficienza.
Il punto è che il comfort è una faccenda profondamente soggettiva. Lo sappiamo tutti per esperienza diretta, ma per decenni gli edifici sono stati progettati come se non fosse vero, ragionando sul sistema “edificio-impianto” e dimenticando il terzo incomodo, che poi incomodo non è affatto: l’occupante. È proprio il cambio di prospettiva al centro del convegno perugino: il sistema reale è “edificio-impianto-occupante” e se togli l’ultimo pezzo stai progettando una macchina perfetta per nessuno. Da qui nasce il concetto di edificio human-centric o addirittura “salutogenico“: un edificio che non si limita a non farti ammalare, ma che promuove attivamente salute e benessere.


Dentro il laboratorio
Quando entro nel Living Lab, la prima cosa che noto sono i bocchettoni che spuntano dal soffitto. Sembrano normali ugelli, fino a quando non li osservo da vicino. Ogni scrivania è dotata di un sistema proprio, con un bocchettone che, noto avvicinandomi, è regolabile singolarmente nella direzione. E, scoprirò poi, anche nella quantità d’aria che emette. Nel frattempo, una rete di sensori nella stanza monitora tutto il monitorabile: temperatura, umidità e cinque indicatori di qualità dell’aria, dalla CO2 ai composti organici volatili (i cosiddetti VOC, quelli che generano gli odori) fino a tre diverse categorie di particolato fine.
Il tutto misurato due volte: a livello dell’intera stanza e a livello della singola scrivania. E qui arriva il primo risultato interessante: il microclima della tua postazione può essere parecchio diverso da quello medio della stanza. Detta facile: il termostato sul muro racconta una storia, ma la tua scrivania ne racconta un’altra. E indovinate quale delle due è più vicina a come ti senti davvero? I dati parlano chiaro: i modelli costruiti sulle misurazioni alla scrivania hanno sistematicamente battuto quelli basati sui dati dell’intera stanza.


Un ruolo da protagonista l’hanno avuto i sistemi di controllo termico evoluti, parecchio più sofisticati dei semplici termostati, che hanno permesso di creare e confrontare condizioni diverse in modo preciso e ripetibile. È la stessa logica della zonificazione, il cuore della tecnologia Airzone: invece di trattare l’edificio come un blocco unico, lo si divide in zone gestite singolarmente, climatizzando le stanze che si usano solo quando le si usano. Il Living Lab porta questa logica al suo estremo: dalla zona alla singola persona.
I risultati dello studio
Incrociando tutti questi dati con le sensazioni dichiarate dagli occupanti, i ricercatori hanno costruito dei modelli predittivi in grado di “indovinare” il comfort termico delle persone. Il migliore, quello che combinava dati termici e di qualità dell’aria rilevati alla scrivania, ha raggiunto un’accuratezza del 70,3%. Tradotto: un algoritmo che, leggendo i sensori intorno a te, ci azzecca sette volte su dieci nel capire se hai caldo, freddo o stai bene. È un punto di partenza notevole, soprattutto se pensiamo che oggi il termostato di casa non ha la più pallida idea di chi ci sia nella stanza, figuriamoci di come si senta.
A guidare la classifica dei fattori più influenti c’è, prevedibilmente, la temperatura misurata alla scrivania, seguita da temperatura e umidità a livello di stanza. Ma c’è un dettaglio curioso emerso dallo studio: i fattori che influenzano la nostra percezione cambiano a seconda di come ci sentiamo. Quando abbiamo caldo, a pesare è soprattutto la temperatura; quando abbiamo freddo, entrano in gioco l’umidità e perfino i composti volatili presenti nell’aria; quando stiamo bene, l’influenza è più equilibrata e distribuita tra tutti i domini. Il comfort, insomma, non è una semplice questione di gradi. È per questo che si parla di comfort “multidominio“: termico, qualità dell’aria, benessere percepito. Tutto insieme, tutto intrecciato.


Il problema dei sensori che non abbiamo
E la qualità dell’aria? Nei modelli predittivi, i dati sulla qualità dell’aria contribuiscono solo marginalmente a prevedere come ci sentiamo. Il motivo è tanto semplice quanto inquietante: non siamo equipaggiati per percepirla. Siamo ottimi sensori biologici di temperatura, umidità, luce, rumore e odori, ma il particolato fine, i virus, i gas inodori e la CO2 ci passano letteralmente sotto al naso senza che ce ne accorgiamo.
Ed è un peccato, perché è proprio lì che si gioca la partita della salute. Il particolato, per dire, è classificato in base alla dimensione delle particelle e più sono piccole più vanno in profondità: il PM10 si ferma alla trachea, il PM2.5 arriva ai bronchi, mentre il PM1, il più fine, raggiunge gli alveoli e da lì può passare nel flusso sanguigno. Elementi che non vediamo, non sentiamo e non annusiamo. È per questo che misurare la qualità dell’aria non serve tanto al comfort immediato quanto alla salute sul lungo periodo: quei sensori sono le sentinelle che noi, biologicamente, non abbiamo. E una volta misurati gli inquinanti, servono sistemi in grado di attivare automaticamente rinnovo e purificazione dell’aria, perché la sola ventilazione meccanica diluisce gli inquinanti ma non basta a rimuoverli.
“Il concetto di comfort oggi si sta evolvendo verso una dimensione multidominio, che tiene conto non solo degli aspetti termici, ma anche della qualità dell’aria, del benessere percepito e dell’interazione tra utente e edificio” ha commentato Davide Truffo, Responsabile Business Development e Training di Airzone Italia. “Il Living Lab rappresenta un passo concreto verso edifici realmente adattivi, in grado di affrontare le sfide più complesse relative alla sostenibilità e rispondere alle esigenze delle persone in modo dinamico”.
Dal comfort di zona al comfort di persona
C’è poi il capitolo che interessa il portafoglio (e il pianeta): l’energia. Un edificio che capisce chi lo abita non è solo più comodo, è anche più parsimonioso. La zonificazione smart consente risparmi energetici fino al 73%, perché smette di climatizzare stanze vuote e di inseguire scenari medi che non esistono. Comfort personalizzato ed efficienza energetica non sono in competizione: sono due facce della stessa medaglia, a patto di avere un sistema abbastanza intelligente da gestirle insieme. Un sistema che non ragiona solo on-off, ma valuta la distanza dall’obiettivo, la velocità con cui la stanza si scalda o si raffredda, l’affollamento e perfino le finestre aperte.
E il prossimo passo? Andare ancora più vicino alla persona, letteralmente: l’idea è usare i dispositivi indossabili come gli smartwatch per raccogliere dati personali in tempo reale e regolare il clima di conseguenza. Perché il bisogno di comfort non è fisso: cambia da un giorno all’altro e perfino nell’arco della stessa giornata, a seconda dello stress, dell’attività fisica appena svolta, delle condizioni di salute. L’edificio del futuro, insomma, non si limiterà a chiederci che temperatura vogliamo: lo capirà da solo, guardando come stiamo.
A Perugia l’hanno sintetizzata così: dal comfort di zona al comfort di persona, il passo è breve. E forse, finalmente, la guerra del termostato avrà un vincitore: tutti.
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Marco Paretti
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