Il Generale Vannacci, cavallo di Troia dell’industria militare alla conquista dell’Italia (Fortunato Depero)


Il Generale Vannacci non è soltanto una figura di spettacolo politico; è il sintomo e l’espressione concreta di una trasformazione strutturale del potere occidentale che merita di essere denunciata con fermezza.

Dietro la retorica della sicurezza e del “controllo delle frontiere” si nasconde infatti un progetto ultra reazionario di rafforzamento politico-economico del complesso militare-industriale: quel circuito che trasforma la forza armata in leva di accumulazione e influenza, sottraendo risorse al welfare, alla scuola, alla sanità e allo sviluppo civile.

Vannacci rivendica con orgoglio le sue imprese in Afghanistan, Iraq, Libia e Yemen. Ma proprio quelle guerre, di cui lui si vanta trasformandole in macrabe medaglie di servizio, sono alla radice delle ondate migratorie che oggi denuncia in termini cinici e strumentali.

I numeri parlano chiaro: milioni di sfollati: dai 9,2 milioni dell’Iraq ai 13,5 milioni della Siria, che si aggiungono ai profughi africani e ucraini. Sono il risultato diretto di conflitti in cui le forze occidentali hanno avuto responsabilità politiche e militari e in cui Vannacci ha attivamente partecipato accettando di essere la mano armata di Washington.

È indice di un cinismo politico di rara portata usare come argomento elettorale il fenomeno migratorio prodotto dalle stesse scelte belliche a cui ha partecipato e motivo di orgoglio.

Il racconto di Vannacci è volutamente parziale: da un lato denuncia “l’immigrazione incontrollata”, dall’altro celebra l’esperienza militare che ha generato quel caos.

 Questa contraddizione non è solo retorica: è strategia.

 L’arma retorica serve a nascondere il fatto che l’ascesa di figure come lui rientra in un disegno più ampio: la transizione dalla democrazia al potere autoritario della “classe armata” che, conoscendo il proprio potere, cerca legittimazione politica diretta.

 Qui non si tratta solo di un singolo personaggio che approda alla politica; si tratta di un fenomeno sistemico in cui i militari, le aziende d’armamento, i centri di ricerca e i palazzi del potere si intrecciano fino a costituire un circuito autoreferenziale di controllo e investimento.

La teoria del “plus potere” militare è semplice e drammaticamente efficace: la classe armata, investita del mandato di difesa, attira flussi di denaro pubblico: spese per missioni, acquisti d’armamenti, finanziamenti a centri di ricerca, che non sono soggetti al rischio di mercato come nel capitalismo tradizionale.

È denaro sottratto ad altre voci essenziali del bilancio pubblico e reinvestito in un’economia di potere che genera consenso, clientelismi e dipendenza.

Così, invece di redistribuire ricchezza per istruzione, salute, riceca e lavoro, lo Stato alimenta un circuito che arricchisce aziende belliche, Generali, finanzia laboratori militarizzati e produce una narrativa securitaria che diventa arma politica.

Il caso italiano non è un’eccezione: è la replica locale di una mutazione già vista altrove, negli Stati Uniti e in altre democrazie occidentali, dove gli interessi militari hanno progressivamente colonizzato la politica e la ricerca.

 L’esperienza di figure come Cingolani, passate dalla ricerca civile a posizioni dirigenziali nel settore industriale bellico (Leonardo SPA) e poi nel governo, mostra come il confine tra scienza, industria della morte e politica sia stato ormai attraversato in senso univoco.

Da tecnici a manager, da manager a ministri: questo scambio è la cartina di tornasole di una militarizzazione che si nutre di prestigio e risorse pubbliche.

Vannacci è stato eletto rappresentante di questo nuovo blocco di potere.

Non è un incidente: è la fase in cui il soggetto militare cerca di ottenere un dividendo politico diretto. Far scendere un Generale in campo elettorale significa trasformare un’istituzione che dovrebbe restare sotto controllo democratico in un attore politico autonomo, capace di plasmare leggi, budget e narrazioni pubbliche in funzione dei propri interessi che altro non sono che la distruzione della Democrazia.

 È la regressione alla condizione storica in cui chi detiene le armi detiene anche il comando politico, con la differenza che oggi questo ritorno è mascherato da linguaggi tecnico-istituzionali e da promesse di sicurezza immediata.

Il prezzo di questa trasformazione lo pagano i più deboli: le vittime delle guerre lontane, i migranti ridotti a capri espiatori, i cittadini italiani che vedono erodersi i servizi pubblici mentre aumentano spese militari incomprensibili e contratti “a plus cost” che gravano sul debito pubblico.

 Il processo descritto produce una società più militarizzata, meno democratica e più dipendente dagli appetiti di un complesso industriale che non conosce il rischio d’impresa perché può attingere ai soldi dei cittadini tramite il prelievo fiscale e può trasferire i costi sulle generazioni future. La Leonardo SPA e i Generali alla Vannacci ridono divertiti delle manifestazioni contro le guerre, sapendo che possono attraverso il fisco mettere le mani sui soldi dei pacifisti senza il loro consenso

Contrastare questa deriva militare e autoritaria richiede chiarezza politica e coraggio intellettuale: smascherare la retorica securitaria, collegare responsabilità e conseguenze delle guerre alle politiche migratorie, rimettere al centro la demarcazione netta fra Stato civile e apparato militare. E soprattutto, respingere l’idea che la soluzione ai problemi sociali passi per la militarizzazione della politica.

Vannacci non è il semplice esito di una carriera personale: è il cavallo di Troia dell’industria della morte che vuole espandersi dentro lo Stato.

 Denunciarne il ruolo di questo individuo significa rifiutare la normalizzazione di un conflitto d’interessi che trasforma la difesa in macchina di accumulazione finanziaria e l’emergenza in opportunità politica.

Se l’Italia vuole restare una democrazia liberale, la prima battaglia da combattere è quella per ripristinare la supremazia civile sulle armi, sottraendo la politica a chi ha fatto della guerra il proprio mestiere.

Caro Vannacci, i Generali devono restare subordinati alla democrazia e ricevere ordini Senza pretese di leadership politica. Nel caso contrario vanno fermati per il bene della Nazione.

Fortunato Depero


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