Gli abiti che indossiamo, i cibi che mangiamo, gli strumenti che usiamo durante il giorno per il lavoro o lo svago, le auto che guidiamo: tutto o quasi tutto, a un certo punto del tragitto tra il luogo di produzione e casa nostra, o il posto dove lavoriamo, è stato trasportato in una grande scatola d’acciaio. Quella scatola ha ridisegnato i porti, ha svuotato molte fabbriche occidentali, ha riempito i magazzini di Amazon, ha trasformato i vecchi waterfront urbani in parchi e passeggiate ed è diventata lo sfondo anonimo di tanti film d’azione, gialli o d’avventura. Quella scatola è il container, un’invenzione che ha cambiato il mondo e che ha appena compiuto settant’anni.
La trovata di Malcolm McLean, camionista della Carolina del Nord.
Malcolm McLean, colui che consideriamo l’inventore del container (ma in realtà l’idea dei contenitori esisteva già), non era un armatore. Era un camionista della Carolina del Nord, proprietario di una grande azienda di autotrasporto: un uomo di successo, ma con problema che lo ossessionava da anni. Nel 1937, mentre aspettava che gli scaricatori del porto di New York finissero di caricare le sue balle di cotone – ci vollero giorni – aveva cominciato a fare i conti. Il problema, nei trasporti, non era tanto quello di attraversare l’oceano, ma di far entrare e uscire la merce dai porti.
Nel sistema che tutti chiamavano break bulk, ogni singolo collo veniva movimentato sfuso, separatamente. Casse di legno, sacchi di caffè, balle di cotone, fusti, macchinari. Arrivati al porto, tutto veniva scaricato, accumulato in magazzino, poi caricato a mano o con gru nella stiva della nave. Giunti a destinazione, si faceva il percorso inverso: e così, una nave poteva restare in porto per giorni, a volte settimane. Nel 1956, caricare una nave nel modo tradizionale costava 5,83 dollari a tonnellata. Con i container, McLean calcolò che si poteva scendere a meno di 0,16 dollari.
L’idea iniziale era stata quella di imbarcare direttamente i camion. Ma fatti conti, era una soluzione inefficiente, perché così bisognava trasportare anche motori, cabine, ruote, peso inutile. La soluzione dunque fu quella di staccare il cassone dal camion. Non era nuovo il percorso: il sistema camion-nave-camion esisteva già. Era nuova però l’idea che la merce non dovesse più cambiare forma durante quel percorso: stessa scatola, stesso sigillo, dalla fabbrica al destinatario.
Il 26 aprile 1956, la nave Ideal-X lasciò il porto di Newark, New Jersey, con 58 container a bordo, diretta a Houston, Texas. Il carico fu completato in meno di otto ore.
Per qualche anno il container sembrò una soluzione ingegnosa per un problema logistico. Solo in seguito si sarebbe capito che stava nascendo l’infrastruttura fisica della globalizzazione.
La vera rivoluzione: la standardizzazione.
I container del 1956 non erano ancora quelli che conosciamo oggi, perché ogni compagnia tendeva ad avere misure e sistemi propri, con agganci diversi, dimensioni diverse, gru spesso incompatibili. La vera svolta arrivò in realtà negli anni Sessanta, quando si definirono gli standard internazionali ISO che resero ogni container compatibile con ogni nave, ogni treno, ogni camion del mondo.
Oggi si fa il paragone con le chiavette USB: non conta l’oggetto in sé, conta il fatto che tutti usino lo stesso. La standardizzazione trasformò una trovata ingegnosa in un sistema globale.
McLean aveva anche un altro vantaggio competitivo: possedeva i brevetti di alcuni componenti fondamentali del sistema. Avrebbe potuto usarli per mantenere un monopolio tecnologico: scelse invece di renderli disponibili all’ISO senza royalties, favorendo la nascita di standard condivisi. Fu una delle decisioni che permisero al container di diventare una tecnologia globale, anziché il prodotto di una singola azienda.
Con la standardizzazione arrivò anche l’idea che la merce non dovesse più essere toccata durante il viaggio. Una volta sigillata in fabbrica, poteva attraversare oceani, ferrovie, autostrade e porti senza essere mai aperta fino all’arrivo (a parte i controlli doganali, ovviamente). È questo principio che ha contribuito a rendere possibile la globalizzazione contemporanea. E c’era anche un altro vantaggio concreto: quello di ridurre i furti. Nei porti tradizionali il fenomeno del pilferage – piccoli furti sistematici da parte degli scaricatori, che avevano accesso diretto alle merci – era piuttosto diffuso. Il container sigillato lo eliminò quasi completamente. Le compagnie assicurative se ne accorsero prima degli economisti.
Un’accelerazione decisiva arrivò durante la guerra del Vietnam: l’esercito americano adottò massicciamente la containerizzazione per gestire i rifornimenti oltreoceano. E alla fine del conflitto, molte delle infrastrutture e delle pratiche sviluppate per scopi militari vennero trasferite al commercio civile.
Il momento del trionfo.
Per circa vent’anni dopo il primo viaggio della Ideal-X, i due mondi convissero: il porto tradizionale fatto di magazzini, casse e scaricatori, e il porto containerizzato fatto di piazzali, gru giganti e standardizzazione. Alla fine, come sappiamo, vinse il container. I portuali che lo avevano considerato una trovata poco pratica videro i propri mestieri scomparire nell’arco di una generazione o poco più.
Il picco simbolico arriva tra gli anni Novanta e i primi Duemila, con la convergenza di tre fenomeni. Uno è politico: l’ingresso della Cina nel WTO (Organizzazione mondiale del commercio) nel 2001, che trasforma il Paese in fabbrica del mondo e fa esplodere i flussi containerizzati. Il secondo è tecnologico: L’uso delle megaship, navi da oltre 20.000 TEU (unità di misura standard che rappresenta la capacità di un container da 20 piedi di lunghezza) costruite sul principio che più grande è la nave, minore è il costo per unità. Il terzo fenomeno è forse quello più significativo: l’amazonizzazione del mondo, quel processo per cui l’utente clicca “Compra ora” e non pensa più a nulla, ma dietro al quale c’è una catena globale di container che attraversano oceani e continenti.
Il massimo trionfo del container coincide, in pratica, con il momento in cui nessuno si accorge più della sua esistenza. Una televisione, un paio di scarpe, un pezzo di ricambio per l’auto: cose che una volta costavano una fortuna da spostare attraverso un oceano, iniziano a viaggiare per migliaia di miglia a un costo marginale. Walmart e Amazon – le due aziende statunitensi che forse più di ogni altra hanno ridisegnato i consumi globali – devono le loro strategie di business alla logica che il container ha reso possibile.
La fragilità del sistema perfetto.
Poi, però, è arrivata la pandemia, e il punto debole del sistema è venuto a galla. Nel 2020 e 2021, con i lockdown tra Asia (soprattutto in Cina), Europa e Stati Uniti, la supply chain globale andò quasi in tilt. I container erano nel posto sbagliato. I porti erano congestionati. I costi di spedizione schizzarono a livelli mai visti. Le catene di fornitura, ottimizzate per decenni per eliminare ogni ridondanza, non avevano riserve. Milioni di persone scoprirono per la prima volta che il prezzo di una sedia o di una lavatrice dipendeva dalla disponibilità di una scatola d’acciaio dall’altra parte del mondo.
Il momento preciso di questa fragilità ha un nome e una data precisi: la nave Ever Given, nel marzo 2021. La portacontainer di quasi 400 metri, carica si incagliò nel Canale di Suez e lo bloccò per sei giorni. Oltre 400 navi rimasero in attesa. In quei sei giorni, insomma, il commercio mondiale scoprì di dipendere da un collo di bottiglia largo poco più di 200 metri.
Il container aveva promesso fluidità assoluta, ma l’episodio della Ever Given mostrò che quella fluidità era costruita su una ridondanza minima, perché il sistema era talmente ottimizzato da non avere margine di errore. Basta un incidente a Suez, una pandemia, una crisi nel Mar Rosso per creare effetti a catena che si propagano per mesi.
Le conseguenze per le città portuali.
Il container ha cambiato il commercio, ma ha cambiato anche le città. I vecchi waterfront urbani – Manhattan, Brooklyn, Hoboken, Jersey City, ma anche Genova o Marsiglia – erano pieni di moli e scaricatori e magazzini. Il container richiedeva spazio, molto spazio, per accatastare e smistare le scatole. Quello spazio non c’era nei centri storici, così le attività portuali si spostarono. E i vecchi moli si sono trasformati via via in parchi, passeggiate, appartamenti con vista sul mare. È stata una delle trasformazioni urbane più silenziose del dopoguerra.
L’altra conseguenza è più controversa. Senza container non ci sarebbe la “fabbrica globale”: quella logica per cui un prodotto viene progettato in California, assemblato in Cina con componenti taiwanese, coreane e giapponesi, venduto in Europa. Senza container non ci sarebbe il fast fashion come lo conosciamo, coi vestiti a basso costo prodotti dall’altra parte del mondo e disponibili in negozio in poche settimane. Il container ha abbattuto le barriere logistiche che proteggevano le produzioni locali. Quello che molti economisti chiamano la “deindustrializzazione” dell’Occidente ha molte cause, ma una di quelle cause ha la forma di una scatola d’acciaio.
Cosa verrà dopo il container?
Il container verrà rimpiazzato? Al momento, la risposta è no. Il container è un po’ come il foglio A4: una volta standardizzato, è quasi impossibile sostituirlo. Dopo settant’anni la scatola è praticamente identica a quella che salì sulla Ideal-X nel 1956.
Le innovazioni ci sono, ma riguardano il sistema, non il contenitore. I container intelligenti – con sensori, GPS, monitoraggio della temperatura – non cambiano la scatola in sé, cambiano l’informazione che circola intorno alla scatola. L’automazione dei porti – gru senza operatore, veicoli autonomi – non cambia il container, cambia chi lo sposta.
Il vero possibile “nemico” del container non è un’invenzione, ma una tendenza: il reshoring e il nearshoring, cioè la spinta a produrre più vicino ai consumatori. Se la stampa 3D e la manifattura additiva si diffondessero davvero, se le aziende tornassero a produrre nei paesi dove vendono (per il momento non pare davvero che accada, nonostante i proclami politici), il container comunque non scomparirebbe, ma diventerebbe meno centrale, perché meno merci avrebbero bisogno di attraversare mezzo Pianeta.
Per ora, però, siamo ancora nell’epoca del container. Oggi attraverso il Port Authority di New York & New Jersey, da dove il viaggio è iniziato, ne passano 4,9 milioni all’anno. Mentre una singola nave moderna trasporta l’equivalente di circa 145 viaggi della storica Ideal-X. La prossima volta che ordinate qualcosa online e arriva due giorni dopo, c’è una catena lunghissima di eventi che ha reso possibile quella consegna. Se la seguite abbastanza indietro nel tempo, arrivate a un camionista della Carolina del Nord che aspettava in un porto di New York e faceva i conti.
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di Massimiliano Di Giorgio
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