L’illusione rappresentativa: la politica tra Polis e architettura del potere


di Rosa Elenia Stravato

Genealogia di un’eclissi: dalla gestione del bene comune alla professione del consenso

Che cos’è la politica? Una scienza? Una fede laica? Partendo dal presupposto che ogni pensiero costituisca un’azione politica, cosa definisce un politico? Chi è? La politica, diranno i più, è una cosa seria. Ma, onestamente, guardiamoci attorno: lo è davvero? Si è parlato spesso di politica ma, in pochi, pochissimi ne conoscono la genesi.
La politica contemporanea soffre di un’ipertrofia procedurale a fronte di un’atrofia di senso. Per comprendere la vacuità del dibattito odierno, è necessario operare uno sradicamento archeologico, partendo dall’etimo: politikè téchne, l’arte della polis.

Nella Grecia classica, la politica non era una professione, né un settore separato dell’esistenza; era la dimensione ontologica dell’uomo in quanto zòon politikòn (Aristotele). Esistere significava abitare lo spazio pubblico, e la cittadinanza si esprimeva nella isegoria (il pari diritto di parola) e nella isonomia (l’eguaglianza di fronte alla legge). La politica nasceva come architettura della convivenza e come espressione logocentrica ed esistenziale, un coro di uomini liberi radunati attorno al centro geometrico dell’agorà. Tuttavia, quel modello radicale manifestò presto la sua fragilità strutturale, esponendosi alla demagogia e alla guerra civile, e costringendo la storia a cercare un baricentro più solido. Fu il pragmatismo ingegneristico e giuridico di Roma a sostituire l’idealismo greco con un’ossessione per l’equilibrio delle forze e per l’intelaiatura del diritto. La Res Publica romana non si fondava sull’illusione dell’uguaglianza assembleare, ma su un sistema misto capace di bilanciare le spinte monarchiche dei consoli, l’autorità aristocratica del Senato e le istanze democratiche dei tribuni della plebe. Roma comprese che la politica necessitava di una fortezza giuridica, di una macchina assimilatrice in grado di trasformare i vinti in cittadini sotto la medesima legge. Se la politica greca fu un incendio d’intelligenza partecipativa consumatosi rapidamente, quella romana divenne una tecnologia del controllo e dell’espansione, segnando il passaggio cruciale dalla gestione comunitaria all’architettura dello Stato.

Questo cordone ombelicale tra etica e gestione della comunità è andato incontro a una progressiva recisione nel corso della modernità. Con Niccolò Machiavelli si compie la prima, radicale frattura. Il Segretario fiorentino autonomizza la politica dalla morale: il fine del Principe è la conquista e il mantenimento dello Stato. La virtù non è più giustizia platonica, ma efficacia e calcolo logico. Thomas Hobbes e John Locke trasformano la politica in un contratto difensivo. Lo Stato nasce per paura della morte violenta o per tutelare la proprietà privata. La polis greca, luogo della realizzazione umana, si riduce a un enorme apparato di sicurezza, un Leviatano burocratico. Con l’avvento dei partiti di massa, la politica diventa ideologia e, successivamente, professione organizzata (Max, Weber).

La militanza si trasforma in apparato, il pensiero in propaganda. In questo scenario globale, l’Italia rappresenta un caso di studio paradigmatico e desolante. Il Paese che ha partorito il pensiero di Gramsci, Croce e Sturzo, e che ha vissuto la stagione della Costituente – in cui la politica era tensione ideale e ricostruzione morale – è naufragato in una transizione perenne. Il crollo della Prima Repubblica non ha generato una democrazia matura, ma ha inaugurato l’era della post-politica. I partiti, svuotati di radicamento sociale e di visioni programmatiche a lungo termine, si sono ridotti a comitati d’affari elettorali o a “partiti personali” guidati da algoritmi e strategie di marketing. La dialettica parlamentare è stata sostituita dal talk-show permanente, dove la complessità dei problemi socio-economici viene cannibalizzata da slogan polarizzanti e personalismi esasperati.

È proprio in questo vuoto pneumatico che si inserisce il quesito cruciale, un interrogativo che il cittadino contemporaneo ha il dovere etico di porsi: siamo ancora autenticamente rappresentati, o siamo meri spettatori di una parodia democratica recitata da oligarchi del consenso?

La democrazia rappresentativa si fonda sulla finzione giuridica del mandato: l’eletto dovrebbe essere la sintesi delle istanze del corpo elettorale. Oggi, tuttavia, assistiamo a una macroscopica inversione di tendenza. Il politico contemporaneo non intercetta i bisogni per tradurli in visione; egli solletica le pulsioni più viscerali della popolazione (la paura, il risentimento, l’invidia sociale) al solo scopo di accumulare capitale politico spendibile sul mercato del potere. La politica si è ridotta a una pura tecnica di autoconservazione del ceto politico stesso. Il potere non è più il mezzo per realizzare un progetto di società, ma il fine esclusivo dell’azione politica. Ciò che Friedrich Nietzsche definiva “volontà di potenza” si manifesta qui nella sua declinazione più meschina e burocratica: non come superamento di sé, ma come brama di occupazione delle poltrone, gestione di clientele e controllo dei flussi finanziari. Ci troviamo di fronte a una classe dirigente che Weber avrebbe definito composta da coloro che vivono “di” politica e non “per” la politica. Il rappresentante non somiglia più al suo elettore per comunione d’intenti, ma lo specchia nelle sue debolezze, usandole come leva per il proprio posizionamento personale.

Se la politica perde la sua tensione verticale – quella verso la giustizia, l’equità e il futuro – essa si riduce a pura amministrazione dell’esistente o, peggio, a una recita a soggetto per carrieristi senza qualità. Chiedersi se chi siede nelle istituzioni sia mosso da spirito di servizio o da brama di dominio non è un esercizio di sterile qualunquismo; è l’ultimo sussulto di vigilanza democratica rimasto a un corpo elettorale altrimenti anestetizzato. Finché la risposta a questo quesito rimarrà un tacito e rassegnato riconoscimento della pura brama di potere, la democrazia continuerà a essere un guscio vuoto, una splendida facciata greca dietro cui si consuma il mercato dei destini pubblici.


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