L’errore della lettura del Concordato Preventivo Biennale come uno strumento ad ampio raggio, tra l’influenza di una economia instabile e il dovere di informazione professionale
L’andamento del Concordato Preventivo Biennale continua a dividere i commentatori tra chi lo liquida come un flop e chi ne difende il valore strategico a colpi di decreti correttivi e scudi premiali.
Ma la realtà quando, viene spogliata dai preconcetti ideologici e dalle narrazioni ministeriali, restituisce una fotografia ben diversa.
Quel 19 per cento tra i soggetti ISA che lo hanno applicato per l’anno 2025 non è il sintomo di un fallimento strutturale, ma è semplicemente la misura attendibile del potenziale fisiologico dello strumento nell’Italia del 2026.
Pensare a un “Concordato di massa” di fantozziana memoria, inteso come l’ex ministro, capace di intercettare la maggioranza assoluta delle partite IVA significa ignorare la natura stessa del nostro tessuto economico e soprattutto il contesto storico in cui ci muoviamo.
Il CPB non è una tassa obbligatoria, ma una mera opzione e come tale va trattata: un abito sartoriale che non può per definizione vestire un corpo sociale eterogeneo e frammentato come quello dei contribuenti italiani.
La trappola della “scommessa biennale” e il dovere etico dell’informazione
Il primo e più grande ostacolo alla diffusione dello strumento in questo periodo non risiede nelle sole riforme fiscali ma nelle cancellerie internazionali.
Viviamo in un’epoca dominata da fattori esogeni imprevedibili e violenti tra pandemie, crisi energetiche ricorrenti e conflitti geopolitici che ridisegnano le catene di fornitura globali influenzando una crescita economica nazionale che procede a scartamento ridotto.
Fattori questi che impongono alle imprese una dote fondamentale: la flessibilità.
In questo scenario chiedere a una micro-impresa o a un professionista di firmare un patto biennale con il Fisco, cristallizzando un reddito teorico e rinunciando alla libertà di modulare il carico fiscale sui ricavi reali non è un atto di modernizzazione, ma un atto di fede se non una scommessa azzardata sulla liquidità aziendale.
Il consulente che sconsiglia il concordato in assenza di una crescita verticale programmata non sta applicando un “preconcetto”, ma il più elementare principio di prudenza professionale.
Tuttavia, occorre fare una netta e doverosa distinzione tra la legittima prudenza e l’inerzia professionale.
Il consulente che, per pigrizia o per un proprio preconcetto ideologico, non informa correttamente ed esaustivamente il cliente sulle opportunità del CPB commette un errore deontologico ancor più grave che sconsigliarlo.
Sconsigliare lo strumento dopo averne calcolato i rischi è una scelta di strategia fiscale condivisa; non parlarne affatto, o parlarne in modo parziale, significa privare l’assistito del diritto di scegliere e della possibilità di valutare, ad esempio, i benefici collaterali del provvedimento.
Il dovere del professionista è mettere il contribuente nelle condizioni di decidere con tutti i dati sul tavolo.
Il Legislatore lo ha compreso, tanto da aver progressivamente trasformato il CPB da strumento di pianificazione a “contenitore di emergenza”.
Le novità del Decreto Omnibus, dal ravvedimento speciale per il quadriennio 2020-2023 all’innalzamento delle soglie per le compensazioni senza visto, dimostrano che l’adesione viene ormai scambiata con scudi sul passato e semplificazioni procedurali, non certo per la convenienza intrinseca delle tariffe ministeriali.
Negare l’accesso a queste informazioni a un cliente che magari ha un pregresso da sanare è una colpa che va ben oltre la divergenza di opinioni sulla bontà della norma. Se lo strumento si stabilizzerà attorno a quel tetto del 20 per cento l’obiettivo potrà dirsi pienamente raggiunto. Quella percentuale rappresenta la platea di chi ha reale convenienza matematica o l’esigenza oggettiva di blindare le annualità passate. Per l’altro 80 per cento del Paese la scelta rimane quella di affrontare i venti della crisi con le mani libere.
Il Concordato difficilmente decollerà oltre questa soglia ed è nella natura stessa di una disposizione a carattere opzionale che si verifichi questo esito.
Oltre il concordato: le riforme necessarie per l’ottanta per cento escluso
Preso atto di questo limite fisiologico, l’agenda politica e fiscale non può però considerarsi esaurita.
Per quella stragrande maggioranza di contribuenti che legittimamente rifiuta la scommessa biennale per preservare la propria elasticità di cassa lo Stato deve studiare strumenti alternativi e non vincolanti.
La vera sfida per stimolare l’economia reale passerà inevitabilmente da riforme strutturali capaci di incidere sui costi quotidiani delle attività produttive.
Accanto a una rimodulazione organica delle aliquote IRPEF e (perché no?) anche alla reintroduzione di una flat tax incrementale, l’agenda fiscale deve finalmente affrontare i nodi storici della determinazione del reddito.
Solo premiando la crescita reale a consuntivo anziché pretendere di monetizzare in anticipo un futuro economico mai così incerto il Fisco potrà davvero fare asse con l’ampia platea rimasta fuori dal concordato.
Il paradosso dell’auto aziendale: la fine dei bonus e la necessità di deduzioni reali
In questo percorso di ammodernamento, il primo tabù da abbattere riguarda la deducibilità delle autovetture.
Il recente monito del viceministro all’Economia e alle Finanze Maurizio Leo sulla necessità di un’estrema prudenza nei conti pubblici per evitare tracolli stile Grecia certifica una realtà innegabile: lo Stato non ha più le risorse finanziarie per sostenere incentivi diretti come i bonus auto o simili.
Proprio per questo la transizione ecologica e il ricambio delle flotte non possono più essere delegati a sussidi pubblici ma possono passare per una riforma strutturale della deducibilità ordinaria.
Quel 20 per cento forfettario italiano ereditato da un’epoca in cui l’auto era vista come un mero status symbol da penalizzare grida vendetta in un mercato moderno dominato da noleggi a lungo termine e tracciabilità totale delle spese.
Ad essere anacronistica non è solo la percentuale, ma il tetto massimo di spesa ammortizzabile fermo a poco più di 18.000 euro con cui oggi non si acquista nemmeno una Panda ibrida con dotazioni base.
Il paradosso diventa lampante di fronte all’evoluzione del mercato globale: perfino l’arrivo dei nuovi costruttori cinesi, come il Gruppo Chery ad esempio, che propongono vetture plug-in o elettriche a prezzi aggressivi per democratizzare la mobilità green, viene neutralizzato da una mannaia fiscale che ferma l’orologio agli anni Novanta.
La matematica che ne deriva si traduce nel nulla cosmico con un professionista che può “scaricare” appena 903 euro all’anno di imponibile, equivalenti a un risparmio medio annuo di circa 300 euro con i quali non ci si paga nemmeno un cambio gomme o un tagliando ordinario.
Una riforma coraggiosa dovrebbe superare questa logica punitiva obsoleta e incrementare nettamente la percentuale di deduzione e i relativi massimali, magari legandola a criteri green per premiare chi investe nei mezzi meno inquinanti sostituendosi così a una onerosa politica dei bonus ora difficilmente replicabile.
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