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Roma, 1 giu – C’è un fenomeno curioso nel dibattito italiano sull’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea: improvvisamente, pezzi interi della sinistra hanno riscoperto il dumping salariale. Dopo anni passati a spiegare che l’immigrazione di massa non avrebbe alcun effetto sul lavoro nazionale, che la concorrenza al ribasso sarebbe una fantasia “xenofoba”, che gli immigrati farebbero solo i lavori che gli italiani non vogliono più fare, ecco che la stessa grammatica economica torna utile appena il lavoratore povero non arriva dall’Africa, dall’Asia o dal Medio Oriente, ma dall’Ucraina.
Stefano Fassina lancia l’allarme: “l’Europa si consolida irreversibilmente verso un feroce mercato contro il lavoro e le piccole imprese”
L’”allarme” lanciato da Stefano Fassina ai microfoni di Battitori liberi, su Radio Cusano – e prontamente rilanciata da Il Fatto Quotidiano – è esemplare perché dice insieme una cosa vera e una cosa rivelatrice. La cosa vera è che l’allargamento dell’Unione europea a Paesi con salari molto più bassi può produrre squilibri, concorrenza sociale, pressione sui salari, tensioni sulle piccole imprese e nuove asimmetrie interne al mercato unico. Sarebbe ridicolo negarlo. L’Unione europea ha già costruito gran parte della propria architettura economica sulla libera circolazione di merci, capitali, servizi e persone dentro un quadro dove non esiste una vera sovranità sociale capace di proteggere i lavoratori dalle differenze strutturali tra sistemi produttivi. Il mercato unico non è neutrale. È una macchina potentissima, e come tutte le macchine può servire una strategia nazionale oppure triturare ciò che resta delle economie popolari.
La cosa rivelatrice, però, è l’improvvisa selettività dello scandalo. Se milioni di lavoratori a basso salario rappresentano un “esercito industriale di riserva” quando si parla dell’Ucraina, allora lo rappresentano anche quando vengono immessi nei settori agricoli, logistici, alberghieri, edilizi e manifatturieri dell’Europa occidentale attraverso flussi migratori permanenti da paesi del terzo mondo. Se il problema è la concorrenza al ribasso, allora non nasce a Kyiv. Nasce nel momento in cui il capitale globale dispone di masse umane sradicate, ricattabili, utilizzabili per abbassare il costo del lavoro e spezzare ogni solidarietà nazionale e sociale. Il dumping non diventa nobile quando viene chiamato accoglienza. Non diventa progressista quando serve a fornire manodopera a basso costo alle filiere dello sfruttamento. Non smette di essere dumping solo perché il padrone che ne beneficia parla il linguaggio dei diritti umani.
Ecco il cortocircuito: l’Ucraina viene trasformata nel grande pericolo sociale, mentre il resto del mondo può continuare a essere convocato dentro il mercato europeo come serbatoio inesauribile di manodopera. Questa non è difesa del lavoro. È l’ennesima torsione di una certa sinistra, che si ricorda della nazione solo quando deve usarla contro i nemici ideologici, e se ne dimentica appena deve difendere i lavoratori italiani dalla sostituzione salariale, dalla concorrenza interna tra poveri, dalla disintegrazione comunitaria prodotta dall’importazione strutturale di forza lavoro.
L’Ucraina non è il “buco nero” che la sinistra si appresta a raccontare
Il secondo frame, ancora più insidioso, è quello dell’Ucraina come peso morto dell’Europa. Qui la propaganda degli amici di Mosca lavora con una formula semplice: Kyiv sarebbe solo un buco nero di soldi, lavoratori poveri, agricoltura devastante, corruzione, guerra permanente. Dunque, la sua adesione alla Ue equivarrebbe a un suicidio economico per la “vecchia Europa”. È un racconto efficace perché contiene frammenti di realtà. L’Ucraina è un Paese devastato dalla guerra, con infrastrutture colpite, enormi bisogni di ricostruzione, salari bassi, problemi istituzionali e un settore agricolo capace di scuotere gli equilibri europei. Ma una mezza verità può essere più manipolatoria di una menzogna intera.
Il punto è che gli studi più seri non descrivono affatto l’Ucraina come una zavorra inevitabile. Descrivono un allargamento difficile, costoso, politicamente esigente, ma anche potenzialmente vantaggioso per l’Europa, soprattutto se legato a riforme, investimenti, integrazione produttiva e capacità strategica. Il CEPS, in uno studio sull’impatto dell’adesione ucraina sul bilancio europeo, ha scritto che la voce secondo cui il “conto ucraino” trasformerebbe tutti gli attuali beneficiari netti del bilancio Ue in contributori netti è “assolutamente infondata”, o addirittura riconducibile a disinformazione. Lo stesso studio nota che la Ukraine Facility da 50 miliardi di euro per il periodo 2024-2027, pari a 12,5 miliardi l’anno tra prestiti e sovvenzioni, non è così distante dalle stime statiche dei costi di una piena adesione. Tradotto: i costi ci sono, ma non somigliano affatto all’apocalisse contabile raccontata nei talk show.
Anche Bruegel, centro studi difficilmente liquidabile come propaganda ucraina, rovescia la caricatura dell’Ucraina-zavorra. Nel suo rapporto sul percorso di Kyiv verso l’adesione, sostiene che l’ingresso ucraino potrebbe generare benefici per il Pil dell’Ue attraverso commercio, migrazione e investimenti diretti esteri, aumentando occupazione, produzione e gettito fiscale. Non significa che non esistano rischi. Significa che un Paese di oltre trenta milioni di abitanti, con un’enorme base agricola, industriale, logistica, tecnologica e militare, non può essere ridotto a un sacco di farina da mantenere. È un potenziale spazio di proiezione economica e strategica. Se viene integrato male, diventa dumping. Se viene integrato con una visione di potenza, può diventare profondità europea.
Lo stesso Polish Economic Institute, in un rapporto del 2025 significativamente intitolato “Win-win for Ukraine and Central Europe”, ha stimato che l’adesione alla Ue potrebbe portare, nello scenario più favorevole, a un aumento del Pil ucraino fino al 26%. Non solo. Secondo lo stesso istituto, anche alcuni Paesi dell’Europa centrale ne trarrebbero beneficio: Polonia, Lituania e Ungheria sarebbero tra i maggiori vincitori regionali, con un impatto positivo sul Pil compreso tra lo 0,13% e lo 0,17% nello scenario di rapida convergenza. Ancora più interessante: il rapporto afferma che, negli scenari considerati, l’allargamento non genera effetti negativi per le economie centro-europee analizzate. Questo non cancella le tensioni settoriali, soprattutto agricole, ma smonta la favola dell’Ucraina come condanna economica automatica per l’Europa.
Tanti modi per dire a Mosca “prendi ciò che vuoi”
A rendere ancora più grottesco il dibattito è il provincialismo con cui la classe politica italiana ha affrontato la questione. Matteo Salvini parla all’Italia dei trattori e dei fienili, fingendo che l’eventuale ingresso di un colosso agricolo come l’Ucraina significhi automaticamente lo svuotamento della Pac verso Est, come se ogni allargamento non fosse accompagnato da norme di adattamento, fasi transitorie e meccanismi di contenimento pensati proprio per evitare shock immediati sui settori più esposti. Giuseppe Conte agita invece la formula della pace, sostenendo che l’ingresso di un Paese in guerra trascinerebbe tutti nel conflitto, dimenticando che l’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea parla sì di assistenza reciproca, ma lascia agli Stati la scelta dei mezzi, che possono essere economici, umanitari, logistici o militari: cioè, in larga parte, ciò che l’Europa già fa oggi.
Fassina, dal canto suo, costruisce l’allarme sui “70-80 milioni di lavoratori sottopagati”, ma anche qui il numero serve più alla suggestione che all’analisi: le candidature realisticamente sul tavolo riguardano l’Ucraina e i Balcani, non un blocco indistinto capace di riversare sul mercato europeo masse bibliche di manodopera. Inoltre il precedente storico dell’allargamento del 2004-2007, quando entrarono dodici Paesi con un divario salariale anche più marcato, mostra che la mobilità interna fu molto inferiore alle paure agitate allora e si concentrò in gran parte su posizioni già scoperte. A questo si aggiunge un dato politico spesso rimosso: milioni di ucraini si sono già spostati all’estero nei primi mesi della guerra e molti si sono già integrati nei Paesi europei; con la ricostruzione e gli investimenti, l’effetto di medio periodo potrebbe essere anche inverso, cioè il rientro di una parte significativa di quella popolazione in patria.
Infine, colpisce l’ambiguità di chi, come Guido Crosetto, vorrebbe tenere Kyiv fuori dalla porta europea ma dentro gli accordi di difesa, pretendendo dall’Ucraina ciò che serve alla sicurezza continentale senza offrirle una prospettiva politica piena. Dire che la guerra impedisce l’adesione, invece di pensare l’integrazione europea come uno strumento per chiuderla, manda a Mosca il messaggio peggiore: se vuoi bloccare l’avvicinamento europeo di Ucraina, Moldova, Armenia o di qualunque altra nazione dello spazio post-sovietico, ti basta aggredire, bombardare, destabilizzare. Sarebbe la conferma che dodici anni di guerra contro Kyiv, iniziati proprio per impedirne l’avvicinamento all’Europa, hanno funzionato.
Ora che l’Unione Europea punta all’allargamento si grida al dumping
La realtà, insomma, è più complessa della propaganda. L’Ucraina non è un paradiso liberale da accogliere domani mattina a scatola chiusa, ma nemmeno il mostro economico dipinto dai filorussi italiani. La Commissione europea, nel pacchetto allargamento del 2025, ha segnalato che Kyiv ha soddisfatto le condizioni per aprire i cluster su fondamentali, relazioni esterne e mercato interno, pur chiedendo un’accelerazione delle riforme, in particolare sullo Stato di diritto. Poco prima, la stessa Commissione aveva annunciato il completamento del processo di screening bilaterale, cioè l’esame tecnico dei capitoli negoziali e dell’allineamento dell’Ucraina all’acquis europeo. Anche qui: non siamo davanti a un Paese pronto senza condizioni, ma nemmeno a un corpo estraneo incapace di muoversi verso standard europei.
Naturalmente, proprio per questo, l’integrazione non può essere fatta secondo la logica tecnocratica di Bruxelles: aprire mercati, scaricare costi, socializzare perdite, privatizzare profitti. Il CEPS stesso, riconosce che l’integrazione di Kyiv nel mercato unico si è già approfondita dopo il 2022, ma aggiunge che il trattato di adesione potrebbe prevedere periodi transitori per evitare shock nei Paesi membri più vulnerabili a un aumento improvviso delle importazioni. È esattamente il punto politico: l’allargamento può essere governato oppure subìto. E se viene subìto, allora diventa un regalo al capitale. Se viene governato, può diventare un tassello di sovranità europea.
Il problema non è dunque sostenere che l’ingresso dell’Ucraina nella Ue ponga questioni salariali, agricole, industriali e finanziarie. Le pone eccome. Il problema è usare queste questioni come arma selettiva, gridando al dumping solo quando il lavoratore povero è ucraino e tacendo quando il medesimo meccanismo attraversa da anni le nostre campagne, i nostri magazzini, i nostri cantieri e le nostre periferie. Il lavoro europeo va difeso sempre, non solo quando torna utile alla narrativa di Mosca. I salari italiani vanno protetti sempre, non solo quando si può trasformare l’Ucraina nel capro espiatorio di tutti i mali del mercato unico.
L’Ucraina non può essere straniera in Europa
La retorica filorussa vuole costringerci dentro una falsa scelta: o accettiamo l’allargamento ucraino nella forma peggiore, neoliberale e burocratica, oppure dobbiamo considerare l’Ucraina un peso morto, una periferia corrotta, una palla al piede dell’Europa. Ma questa alternativa è truccata. L’Ucraina non è estranea all’Europa. È uno dei luoghi in cui oggi si decide se l’Europa continuerà a essere uno spazio amministrato da altri o tornerà a pensarsi come soggetto storico. Il fatto che Bruxelles potrebbe non essere all’altezza di questa sfida non rende Mosca una soluzione. Rende ancora più urgente una posizione europea autonoma, capace di sostenere Kyiv senza farsi commissariare da Washington, capace di respingere Mosca senza consegnarsi alla utopie liberali. Lo scandalo è che qualcuno denunci il dumping salariale solo quando serve a colpire l’Ucraina, mentre si tace quando lo stesso meccanismo viene usato ogni giorno nelle filiere dello sfruttamento interno. Il dumping va combattuto sempre. Il lavoro europeo va difeso sempre. E l’Ucraina va giudicata per ciò che è: non una zavorra da liquidare ma una sfida storica che l’Europa può perdere se resta mercato, o vincere se torna potenza.
Sergio Filacchioni
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