Per un paio d’anni, tra il 2023 e il 2024, il piccolo risparmiatore italiano ha vissuto una stagione insolita. Dopo un decennio di tassi a zero, o addirittura negativi, i conti deposito tornavano a offrire il 4 per cento, i BTP pagavano cedole che non si vedevano da tempo e perfino chi non aveva mai aperto un dossier titoli si ritrovava a discutere di rendimenti a cena con i parenti. Poi la Banca centrale europea ha cominciato a tagliare. Un passo alla volta, a partire dal giugno 2024, fino a portare il tasso sui depositi al 2 per cento nel 2025. E quella stagione, per chi aveva vincolato i soldi a breve, si è chiusa in modo piuttosto brusco.
Il problema non è tanto che i rendimenti siano scesi, cosa prevedibile, quanto che molte famiglie si sono trovate a dover decidere di nuovo, alla scadenza dei vecchi vincoli, cosa fare dei propri risparmi. Con offerte meno generose e una scelta, almeno in apparenza, più complicata.
Conti deposito e tassi BCE: cosa succede alla scadenza del vincolo
I conti deposito seguono con un certo ritardo, ma con buona fedeltà, l’andamento dei tassi ufficiali. Quando la BCE alza, le banche alzano (con calma). Quando la BCE taglia, le banche tagliano (con molta meno calma). Chi aveva vincolato una somma a dodici o diciotto mesi al 4 per cento lordo si è visto proporre, al rinnovo, condizioni sensibilmente più basse.
È il cosiddetto rischio di reinvestimento, quello di cui si parla poco perché non si vede sull’estratto conto finché non arriva il momento di rinnovare. Il capitale è salvo, tutelato fino a 100.000 euro per depositante e per banca dal Fondo interbancario, ma il rendimento futuro no. E se nel frattempo l’inflazione resta intorno al 2 per cento, un deposito che rende poco più di quella cifra, una volta tolta la ritenuta del 26 per cento sugli interessi e l’imposta di bollo dello 0,20 per cento annuo, finisce per proteggere il potere d’acquisto a malapena.
Questo non significa che i conti deposito siano diventati inutili. Restano lo strumento più semplice per parcheggiare una somma che servirà a breve, o per tenere da parte un fondo di emergenza. Ma come unica destinazione del risparmio di lungo periodo hanno perso parecchio smalto.
BTP e obbligazioni: rendimento, fiscalità e meccanismi di rimborso
I titoli di Stato hanno due vantaggi che, in una fase come questa, pesano parecchio. Il primo è fiscale: gli interessi dei BTP sono tassati al 12,5 per cento, cioè circa la metà dell’aliquota che si paga su conti deposito e obbligazioni societarie. Il secondo è la possibilità di bloccare un rendimento per molti anni. Chi compra oggi un titolo a dieci anni sa già quale cedola riceverà fino alla scadenza, a prescindere da quello che farà la BCE nel frattempo. A questi si aggiunge un dettaglio che interessa molte famiglie con figli all’università o redditi bassi: dal 2024 i titoli di Stato fino a 50.000 euro sono esclusi dal calcolo dell’ISEE.
C’è però un prezzo da pagare, e si chiama duration. Più un titolo è lungo, più il suo valore di mercato oscilla quando cambiano i tassi. Se si tiene il BTP fino alla scadenza, queste oscillazioni contano poco, perché alla fine si riceve il valore nominale. Se invece si deve vendere prima, il prezzo può essere più alto o più basso di quello pagato, e in certi momenti la differenza non è trascurabile.
Nel mercato delle obbligazioni, poi, esistono titoli che contengono opzioni capaci di cambiare parecchio questi equilibri. Le obbligazioni callable danno all’emittente il diritto di rimborsare il prestito in anticipo, e tendono a essere esercitate proprio quando i tassi scendono, perché per chi ha emesso il titolo diventa conveniente rifinanziarsi a costi inferiori: per il risparmiatore significa vedersi restituire il capitale nel momento meno favorevole per reinvestirlo. All’opposto, le obbligazioni putable attribuiscono il diritto di rimborso anticipato a chi le possiede, che in date prestabilite può chiedere indietro il capitale, di solito al valore nominale. È una protezione che si paga con un rendimento un po’ più basso, e che torna utile soprattutto in scenari di tassi in risalita. Leggere il prospetto, in questi casi, serve a capire chi ha in mano l’opzione e quando può usarla.
Accanto ai BTP ordinari, il Tesoro ha proposto negli ultimi tempi emissioni dedicate ai piccoli risparmiatori, con premi fedeltà per chi mantiene il titolo fino alla scadenza e cedole crescenti nel tempo. Formule pensate per chi compra e dimentica, senza preoccuparsi dei movimenti di mercato.
Fondi obbligazionari e monetari: quando hanno senso
Per chi non vuole scegliere titolo per titolo, l’alternativa sono i fondi obbligazionari e gli ETF, che raccolgono centinaia di emissioni in un unico strumento. La diversificazione è il loro punto di forza: il fallimento di un singolo emittente pesa poco sul totale. Il loro limite, rispetto al singolo BTP, è che non hanno una scadenza. Il fondo rinnova continuamente il portafoglio, e quindi non esiste un giorno in cui si ha la certezza di ritrovare il capitale investito.
I fondi e gli ETF monetari, che investono in titoli a brevissima scadenza, sono diventati per molti un’alternativa al conto deposito. Rendono più o meno quanto i tassi di breve periodo, si possono vendere in qualsiasi giornata di borsa e non hanno vincoli. Ma, proprio perché seguono i tassi ufficiali giorno per giorno, quando la BCE taglia il loro rendimento scende quasi subito.
Va ricordato anche il capitolo dei costi. Su rendimenti del 2 o 3 per cento, una commissione annua dell’1,5 per cento si mangia la metà del guadagno. Ed è un calcolo che vale la pena fare prima di sottoscrivere, non dopo.
Come cambiano le scelte delle famiglie
Le statistiche sulla ricchezza finanziaria delle famiglie italiane mostrano da anni una caratteristica costante: una quota molto alta del risparmio resta sui conti correnti, liquida e quasi infruttifera. La parentesi dei tassi alti aveva spinto una parte di quel denaro verso titoli di Stato e depositi vincolati. Con il calo dei rendimenti, il rischio è che quel movimento si arresti, o torni indietro, per pura inerzia.
Non esiste una risposta valida per tutti. Una coppia che deve comprare casa tra due anni ha bisogno di strumenti brevi e sicuri; un cinquantenne che pensa alla pensione può accettare oscillazioni maggiori in cambio di un rendimento bloccato per un decennio. Ma il punto di partenza è lo stesso per entrambi: chiedersi quando servirà il denaro, prima ancora di chiedersi quanto renderà.
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