Prima che la scienza formulasse il concetto di neurotrasmettitore, la mitologia sapeva già tutto e lo aveva detto con quella precisione simbolica che è più esatta di qualsiasi equazione.
Ogni pasto è un’uccisione che diventa nutrimento; ogni amplesso è una “piccola morte” – la petite mort – che diventa generazione di vita o di senso.
E se osservassimo il frutto del mito con gli occhi moderni si confermerebbe che il corpo umano, a un primo livello di lettura, è un insieme di pompe, serbatoi e ghiandole. Stimolati da impulsi e sfregamenti.
L’eccitazione viene quindi descritta come un’architettura biochimica il cui scopo non sembra essere più la felicità e la compiutezza dell’essere e la perpetuità, ma semplicemente un bisogno biologico/fisiologico, con un momento, subito dopo l’estasi, quando il respiro ancora non si è calmato, in cui tutto l’incanto svanisce, come un fondale di teatro che levandosi lascia vedere l’attrezzeria.
In gergo clinico lo chiamano periodo refrattario, un processo biochimico inconfondibile: la dopamina precipita, ritirandosi come una bassa marea che scopre il fondale, la prolattina dilaga come un’onda grigia che spegne i colori.
E, in quel silenzio chimico, l’atto che un minuto prima sembrava una fusione cosmica si mostra per ciò che è sempre stato, sotto la pelle del sacro: attrito di tessuti, contrazioni muscolari secrezioni e uno scambio di fluidi, come ingranaggi di un meccanismo che non ha alcuna intenzione di fare poesia, ma solo di perpetuare una sequenza genetica.
È il momento in cui la Natura, avendo ottenuto quanto voleva, ritira la scenografia e lascia i due protagonisti nudi.
Ed è esattamente qui che si gioca la partita tra il riduzionismo e la sacralità, tra il laboratorio e l’altare.
Perché se l’essere umano fosse solo ciò che la scienza gli mostra, se fosse solo quella macchina biologica che si cimenta in manovre assurde, allora sì, tutto il corteggiamento – le cene a lume di candela, la location curata e il cibo pregiato, il vino d’annata, le conversazioni – sarebbe solo una colossale messinscena per ottenere… uno svuotamento ghiandolare?
È una visione spietata? Troppo cruda?
Tuttavia, non possiamo fingere che sia falsa. Possiamo solo decidere se fermarci lì oppure chiederci se quel fondale scoperto dalla bassa marea sia tutto ciò che esiste o, se, piuttosto, sia il pavimento di qualcosa che fa da fondamenta all’edificazione di cattedrali di sentimento e di romanticismo.
La vera domanda non è se l’incanto amoroso sia un’illusione chimica – lo è, in parte – ma cosa facciamo con quell’incanto, cosa costruiamo. E la cattedrale non è una menzogna solo perché poggia su fondamenta di pietra grezza. È la pietra che ha accettato di esserlo per lasciarsi scolpire.
Significa riconoscere il basso e poi alzare lo sguardo verso la volta affrescata e forse la saggezza sta nel tenere insieme entrambe le visioni senza demolire nessuna delle due.
Perché l’essere umano non è solo ciò che vede di sé. È anche, e forse soprattutto, ciò che costruisce.
È l’animale che si guarda allo specchio, e pur non riuscendo a vedere tutto, e forse per questo, prosegue nella ricerca e decide di apparecchiare la tavola con una tovaglia bianca con una candela rossa, aggiungere un fiore a segnaposto e organizzarsi in tutti i modi già descritti nei precedenti articoli al solo fine di fare esperienza e sperimentare qualia.
Ed è qui che la cucina torna a parlarci: quando due persone cucinano insieme – lo abbiamo già esplorato – stanno facendo qualcosa che la biologia non richiederebbe.
La biologia richiede nutrimento, richiede calorie, non la cura dell’impiantamento. Richiede proteine, non il brindisi sul monte e i bicchieri infranti, come ho raccontato nel mio caso nella Lettera d’amore gastronomica.
Eppure, nessuno direbbe che il ragù e il brindisi sono “falsi” o “illusori” solo perché vanno oltre il bisogno biologico. Sono l’architettura che costruiamo sopra le fondamenta, che assume un significato imprescindibile per noi.
E il banchetto non nega la funzione del cibo, lo trasmuta. Così l’amplesso non nega la meccanica animale, ma lo trasmuta in sacramento. Rimane la possibilità di amare, essendo consapevoli della Natura. Resta la possibilità di sedere a tavola con qualcuno non solo perché si ha fame di lui o di lei, ma perché si è scelto di condividere il pane.
Torniamo, allora, al principio, ad Adamo ed Eva che mangiarono insieme il frutto e videro il corpo. Lo videro nudo, vulnerabile, esposto. Conoscere il corpo significa anche conoscere la sua animalità, il suo destino di polvere.
Ma la Genesi non finisce lì. Fuori dal giardino, Adamo ed Eva iniziarono a coltivare la terra, a lavorarla e cuocere il pane e a generare figli. Non erano più ignudi e beati; erano vestiti, feriti, ma comunque insieme.
La coppia umana nasce davvero fuori dal giardino, con il sudore della fronte e il dolore, con la fame e la fatica. Ma anche con la scoperta che il frutto mangiato insieme, anche se proibito, era buono e aveva un senso.
La melagrana di Persefone fa lo stesso: la lega alla morte, ma anche al ritorno. La lega all’inverno, ma anche alla primavera che fiorirà quando lei risalirà. Ogni anno, per sei mesi, Persefone torna a mangiare il cibo dei vivi, e il mondo rifiorisce.
Demetra ricomincia a nutrire, Afrodite continua a unire. Il ciclo del grano e il ciclo del desiderio sono un’unica ruota. E al centro di quella ruota c’è il chicco – di mela, di melagrana, di grano – che è il corpo offerto, masticato, inghiottito, e che muore per diventare vita.
La tavola della coppia è esattamente questo: un luogo dove la mela della Genesi e il melograno di Eleusi si incontrano. Si mangia sapendo che si morirà, si ama sapendo che l’incanto finirà e, proprio per questo, si mangia e si ama con una gratitudine che non ha pari. Il laboratorio non smentisce l’altare; gli fornisce il piombo da trasmutare.
La meccanica della fisiologia non è il nemico dell’amore; è il suo materiale di costruzione. E la cucina, che sta esattamente a metà tra il laboratorio e l’altare, è il luogo dove si impara che la materia, se trattata con rispetto e con pazienza, rilascia un profumo che nessuna formula chimica può spiegare.
Lì, cari lettori, nel vapore che sale dalla pentola mentre due paia di mani mescolano la stessa zuppa, nel gesto di porgere il cucchiaio all’altro per fargli assaggiare il sugo, nel silenzio che segue l’amore quando i corpi sono ancora ansimanti e ci si confessa sussurrando le proprie emozioni, lì il giardino perduto torna per un istante a essere presente. Non come innocenza ignorante, ma come riconciliazione adulta e cosciente con la nostra doppia natura di angeli e di ingranaggi di carne.
E la fame, la fame che mai si placa, non è la condanna. È dono. Perché se non avessimo più fame, non cercheremmo più l’altro. E se non cercassimo più l’altro, il banchetto sarebbe finito in eterna grazia, come erano all’inizio Adamo ed Eva.
Invece no: è appena cominciato, e la prossima portata è già in preparazione. Preparatevi anche Voi.
Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!
Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!
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Investigatore Culinario
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