Il 12 giugno entra in vigore che il nuovo sistema comune europeo per la gestione dell’immigrazione, che punta su procedure accelerate, detenzione, anche di minori, ed espulsioni. Con il nuovo regolamento rimpatri, in votazione la prossima settimana, «metteremo in prigione minori fino a due anni e mezzo. Ricorda l’Ice»
Il Patto Ue per la migrazione e l’asilo apre «una stagione molto inquietante». L’eurodeputata del Partito democratico Cecilia Strada, con una lunga esperienza di lavoro nelle organizzazioni non governative, descrive così il nuovo capitolo dell’Unione europea sulle migrazioni.
Da venerdì 12 giugno entra infatti in vigore quel corpus di norme, composto da diversi regolamenti e da una direttiva, che disciplina il nuovo sistema comune europeo per la gestione dell’immigrazione. Che punta sull’applicazione generalizzata di procedure accelerate, sull’aumento delle espulsioni e dei rimpatri, sull’uso delle zone di frontiera in regime detentivo per la valutazione delle domande di asilo.
«Siamo un’Unione nata dall’orrore del Novecento, dalla guerra in Europa, dalle deportazioni, discriminazioni, dalla Shoah», ricorda Strada, «e adesso ci troviamo con forze politiche, l’estrema destra e il centro destra, che festeggiano utilizzando la parola deportazione».
La presidenza cipriota del Consiglio Ue ha deciso di celebrare l’entrata in vigore del Patto, considerato «una tappa storica». C’è qualcosa da celebrare?
Non c’è da celebrare, non solo dal punto di vista dei diritti umani, ma nemmeno sulla tenuta dell’Europa. Perché la maggior parte delle procedure saranno comunque disciplinate dalle leggi nazionali. La diversità di applicazione nei singoli stati crea una disuguaglianza individuale e mina l’armonizzazione. Sarà un caos.
Sorveglianza su larga scala, detenzione diffusa, anche di minori, procedure accelerate. In che direzione sta andando l’Ue?
Si sta aprendo una stagione che, io credo, minerà profondamente la nostra coesione sociale. Si introducono previsioni agghiaccianti, come la detenzione per le famiglie con minori fino a due anni e mezzo, che portano persone innocenti a vivere in una situazione di paura, di quello che può succedere, come essere detenuti e deportati verso un paese che non hanno mai visto. Questo potrebbe generare che le persone cerchino di nascondersi. E va nella direzione contraria rispetto all’obiettivo dichiarato: che ci sia più sicurezza nel nostro continente. La Commissione ha sempre detto che il suo approccio alle migrazioni deve essere strong and fair (forte e giusto, ndr), ma la parte fair, la parte giusta, non esiste.
La Commissione Ue definisce il Patto come un meccanismo efficiente, efficace, rapido, innovativo. Che linguaggio sceglie?
Il linguaggio della Commissione è quello della paura, quando parla di strumentalizzazione delle migrazioni o di weaponization of migration, di immigrazione usata come arma. È un linguaggio che spinge i cittadini europei a non vedere più l’essere umano davanti a loro, ma un’arma puntata. A vedere lo strumento nelle mani del paese terzo che vuole minacciare le nostre democrazie. Penso che le nostre democrazie si possano difendere soltanto con la democrazia e con i diritti, non con i muri. Qui stiamo facendo l’opposto: stiamo riducendo il campo dei diritti dell’Ue. La Commissione assicura salvaguardie, ma è ovvio che non saranno rispettati i diritti fondamentali né nelle procedure accelerate di frontiera, che riducono enormemente le garanzie, né nel paese terzo dove vengono trasferiti i richiedenti asilo per l’esame della domanda. Chi controllerà che i diritti siano garantiti? Nessuno lo sa.
Le nuove norme sembrano considerare il richiedente asilo non come una persona titolare di diritti, ma come qualcuno verso cui avere sospetti. C’è secondo lei un cambio di paradigma?
C’è una spersonalizzazione totale. Già quando parliamo di categorie e non di persone spersonalizziamo. Ora vengono automaticamente considerati minacce alla nostra sicurezza, alla nostra coesione sociale ed è davvero una visione di un mondo che non c’è. Per vincere le elezioni, è evidente la strumentalizzazione del corpo delle persone in movimento.
All’entrata in vigore del patto si accompagna la prossima settimana la votazione finale del regolamento rimpatri, dove verosimilmente si vedrà un’alleanza tra popolari ed estreme destre. Lei aveva dichiarato che in questo modo «stiamo portando in Europa il metodo Minneapolis». Perché?
Ci hanno scioccato le immagini dell’Ice (la polizia anti-immigrazione statunitense, ndr) che arresta bambini di quattro anni. In Ue metteremo in detenzione minori fino a due anni e mezzo. All’articolo 23, si invitano gli Stati membri a perquisire, anche senza il mandato di un giudice, le abitazioni delle persone da rimpatriare e quelle che vengono chiamate relevant premises, pertinenze rilevanti. Quali sono? Temiamo che possano esserci perquisizioni nelle associazioni che offrono tutela legale alle persone migranti, in organizzazioni religiose che offrono pasti gratuiti o in chiese. Non c’è dubbio che in quegli spazi ci siano persone senza titolo di soggiorno. Sono questi gli elementi che ricordano l’Ice.
Con il concetto di paese terzo sicuro si prevede anche la possibilità di trasferire una persona senza che ci sia un legame con quello Stato, delegando la valutazione della richiesta di asilo.
Gli Stati terzi accetteranno in cambio di soldi o di vantaggi di qualche tipo, non è pensabile che lo facciano per solidarietà globale. Sembra evidente che nel momento in cui il paese terzo vorrà più soldi o vantaggi, avrà il coltello dalla parte del manico. Saremo obiettivamente ricattabili da tutti i paesi con cui facciamo accordi. Tutto ciò sulla pelle delle persone.
Come può reagire il mondo democratico e progressista di fronte alla direzione che sta prendendo l’Europa?
Dal punto di vista politico, come socialisti continueremo – e non solo i socialisti – a opporci con tutte le nostre forze a questa deriva che, ricordiamolo, non è responsabilità dell’estrema destra. La responsabilità principale è del Partito popolare, che ha guardato all’estrema destra anziché guardare alla propria sinistra. Più in generale, dobbiamo lavorare sempre di più con tutta quella parte di società civile che si oppone, con le reti di coordinamento che denunciano le violazioni dei diritti umani, con le organizzazioni religiose, i movimenti di attivisti. Si sta minando la coesione sociale, abbiamo bisogno di tenere insieme le nostre comunità, nel momento in cui tutto opera per farle a pezzi. E, quando si fa a pezzi una comunità, a farne le spese non sono solo le persone migranti, ma toccherà a tutti.
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Marika Ikonomu
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