Ci sono persone che passano la vita a cercare un equilibrio. E ce ne sono altre che imparano a convivere con il proprio disequilibrio, trasformandolo in energia, movimento, possibilità, come Giulia Teri. La si osserva in televisione e si ha l’impressione di trovarsi davanti a una donna ordinata, misurata, capace di governare ogni dettaglio. La voce è sicura, lo sguardo controllato, il percorso professionale lineare soltanto in apparenza. Eppure basta spostare lo sguardo appena oltre la superficie per scoprire un universo molto più complesso. Dentro Giulia Teri convivono infatti due anime che sembrano rincorrersi da sempre. Da una parte la disciplina ereditata da un padre appartenente alla Guardia di Finanza, l’educazione al dovere, il rispetto delle regole, la ricerca costante della preparazione. Dall’altra una tensione continua verso l’altrove, verso ciò che ancora non è stato raggiunto, una sorta di inquietudine creativa che non le permette mai di sentirsi davvero arrivata. È forse questa contraddizione ad averla portata ad abbandonare una vita stabile e prevedibile per inseguire un sogno che non aveva alcuna garanzia di realizzarsi. Lasciare la banca, rinunciare a uno stipendio sicuro, trasferirsi dalla sua Marsala a Roma. Un salto nel vuoto compiuto senza clamore, ma con la determinazione silenziosa di chi sa che, a volte, la vera fedeltà a se stessi passa attraverso il coraggio di cambiare. Nel corso dell’intervista esclusiva a Giulia Teri per Virgilio Notizie emergono continuamente immagini che sembrano raccontarla meglio delle definizioni. Il mare, prima di tutto. Il Mediterraneo come luogo geografico ma anche emotivo. Una presenza fisica, quasi biologica, alla quale sente di appartenere e che continua a richiamarla anche a centinaia di chilometri di distanza. Poi c’è la famiglia. Il padre che non elogiava quasi mai, ma che riusciva a esprimere l’orgoglio con un sorriso appena accennato. La madre, diversa e simile allo stesso tempo, con la quale esiste un legame quotidiano che attraversa il tempo e la distanza. E ancora la Sicilia, che nelle sue parole non è mai soltanto una terra d’origine, ma una forma dell’anima. A sorprendere, però, è soprattutto la sincerità con cui Giulia Teri racconta le proprie fragilità. L’ansia che non si vede, il sonno leggero, i pensieri che corrono durante la notte, la tendenza a riempire ogni spazio vuoto per non restare ferma. Una vulnerabilità che non viene esibita né trasformata in racconto eroico, ma accettata come parte integrante della propria identità. Forse è proprio qui che si nasconde il segreto del suo percorso. Non nell’assenza di paure, ma nella capacità di camminare insieme a esse. Oggi Giulia Teri conduce Linea Med su Rai 1, continua a fare radio, scrive, studia, progetta. Eppure, mentre parla del futuro, il suo immaginario torna sempre nello stesso luogo: una spiaggia siciliana, il rumore del mare, il profumo del gelsomino, una vita semplice vissuta a piedi nudi. Perché alcuni sogni servono a portarci lontano. Altri, invece, a ricordarci da dove siamo partiti.
Che cosa rappresenta Linea Med per lei? È un punto di arrivo o un nuovo inizio?
“Non lo considero né un punto di arrivo né un nuovo inizio. Nella mia vita ho sempre vissuto ogni esperienza come una tappa, un percorso che ha un inizio e che, prima o poi, giunge a conclusione. Ciò che conta davvero è il cammino. Ho cambiato completamente vita per inseguire un sogno e tutto ciò che è arrivato dopo, dalla radio alla televisione, l’ho accolto come un dono prezioso. Non mi interessa stabilire quanto durerà un progetto: che siano sei giorni, sei mesi o molto di più, ciò che conta è poterlo vivere pienamente. Quando mi hanno proposto Linea Med ho avuto immediatamente la sensazione che fosse il progetto giusto per me. Sono nata nel Mediterraneo, sono siciliana e il mare fa parte della mia identità. Sono cresciuta con il Mediterraneo davanti agli occhi, con il rumore delle onde a scandire la quotidianità. Trasferendomi a Roma ho dovuto rinunciare a quella presenza costante e, senza nulla togliere ad altri luoghi, continuo a pensare che nessun mare sia paragonabile a quello della Sicilia. Per questo motivo Linea Med ha rappresentato una scoperta sotto più aspetti. Da una parte c’era la televisione, dall’altra l’opportunità di raccontare proprio quel Mediterraneo che sento profondamente mio. Ho persino pensato che ci fosse qualcosa di simbolico in tutto questo: forse non dovevo iniziare da una montagna o da un ambiente meno familiare, ma dal mare. Era quasi come se il destino mi stesse riportando alle mie origini”.
Lei arriva da un percorso professionale molto diverso. Prima della comunicazione c’era la banca. Come nasce il desiderio di intraprendere questa strada?
“L’aspetto curioso è che il mio primo sogno non aveva nulla a che fare con la radio o con la televisione. Da bambina volevo lavorare in banca. Mio padre apparteneva alla Guardia di Finanza e spesso mi capitava di accompagnarlo o, comunque, di entrare in contatto con quell’ambiente. Parlo delle banche degli anni Ottanta: luoghi che ai miei occhi apparivano eleganti, ordinati, quasi solenni. Ne ero affascinata. Quando gli altri bambini dicevano di voler diventare ballerini o attori, rispondevo che avrei voluto lavorare in banca. Ho studiato per raggiungere quell’obiettivo, ho inviato curriculum, affrontato un concorso e sono riuscita a superarlo. Era una vita che mi somigliava molto: ordinata, rigorosa, scandita da regole precise. Probabilmente influiva anche il fatto di essere cresciuta come figlia di un militare. La disciplina, gli orari, il metodo e il senso del dovere hanno sempre fatto parte del mio carattere. Eppure, nonostante fossi soddisfatta di quella vita, percepivo che mancava qualcosa. Se dovessi quantificarlo, direi che ero felice al novantanove per cento, ma c’era quell’uno per cento che cercava altro. Da bambina praticavo sport, studiavo danza, amavo dipingere e cantavo nella mia cameretta. Nulla di professionale, ma esisteva una componente creativa che continuava a chiedere spazio. Poi è successo tutto per caso. Una sera raggiunsi alcuni amici e, a quel tavolo, era presente un produttore televisivo e radiofonico. Mi sentì parlare e il giorno successivo chiese il mio numero di telefono a un’amicizia che avevamo in comune. La mia prima reazione fu di diffidenza. In Sicilia il mondo della comunicazione non è sempre percepito come una professione vera e propria; spesso viene considerato poco più di un passatempo. Avevo un impiego stabile e sicuro e tenevo molto a quella certezza. Allo stesso tempo, però, quella proposta mi incuriosiva: persone di cui mi fidavo mi rassicurarono sulla serietà dell’editore e decisi di mettermi alla prova. Pensai che, in fondo, dal lunedì al venerdì nessuno avrebbe interferito con il mio lavoro in banca. Se nel fine settimana avessi potuto divertirmi realizzando qualche registrazione, uno spot o un’esperienza televisiva, perché non tentare?”.
E così è iniziato tutto?
“Il primo passo è stato in televisione, con un programma dedicato al Festival di Sanremo che si chiamava Sanremo Story. Successivamente venivo invitata anche in radio per raccontare quello stesso universo e da lì nacque l’idea di trasformare il programma televisivo in un format radiofonico. L’aspetto più curioso è che non avevo studiato nulla di tutto questo. Non avevo frequentato corsi di dizione o di conduzione e non sapevo come stare davanti a una telecamera o a un microfono. Ero semplicemente me stessa. Probabilmente fu proprio quella spontaneità a colpire chi mi ascoltava. Poco alla volta iniziai a divertirmi davvero. La banca rimaneva il mio punto fermo. Nessuno doveva mettere in discussione quella stabilità. Per questo rinunciavo spesso a incarichi che si sovrapponevano agli orari d’ufficio. Dalle otto del mattino alle sei del pomeriggio ero impegnata e sacrificavo gran parte del mio tempo libero. Mentre altri andavano in palestra o prendevano un aperitivo con gli amici, conducevo programmi radiofonici. Ho vissuto così per anni. Poi è arrivata l’esperienza a RDS Soft, una tappa fondamentale che, di fatto, mi ha portata fino a Roma”.
E ha dovuto lasciare la Sicilia. Che cosa ha significato per lei?
“Ho lasciato la Sicilia con grande rammarico. La mia terra è straordinaria e ha moltissimo da offrire, ma purtroppo non garantisce le stesse opportunità professionali nel settore della comunicazione che si possono trovare a Roma o, ancor più, a Milano. In Sicilia esistono radio e televisioni, naturalmente, ma si tratta di realtà molto diverse rispetto ai grandi network nazionali. Ancora oggi, quando racconto di lavorare in radio, incontro persone che si stupiscono. In molti contesti, soprattutto nelle realtà più piccole, questa attività non è sempre adeguatamente retribuita e viene spesso considerata una passione più che una professione. Eppure proprio quell’esperienza mi ha dato moltissimo. Mi ha permesso di formarmi sul campo e di affrontare quella che comunemente viene definita gavetta. Un percorso costruito in autonomia che mi ha consentito di arrivare più preparata e più sicura davanti ai microfoni dei network nazionali. Prima è arrivata RDS, poi la Rai, che considero una vera scuola. Quando mi sono trasferita a Roma ho deciso anche di perfezionare la dizione. È stata una scelta personale. Ricordo che il mio direttore dell’epoca mi consigliava addirittura di non farlo. Tuttavia, ho sempre sentito il bisogno di studiare e migliorarmi continuamente. Già da casa seguivo lezioni online, ascoltavo corsi e lavoravo costantemente sulla mia preparazione. Allo stesso tempo non ho mai desiderato cancellare del tutto le mie origini. Non volevo eliminare completamente l’accento o la cadenza siciliana, perché fanno parte della mia identità e ne sono orgogliosa. Se ogni tanto emerge una sfumatura della mia terra mentre parlo, ne sono felice. Oggi, inoltre, radio e televisione privilegiano una comunicazione più naturale rispetto al passato e questa autenticità viene percepita come un valore aggiunto, non come un limite”.
Con quale stato d’animo ha lasciato la Sicilia?
“Potrei dire con uno spirito quasi funebre. Credo che chi nasce in Sicilia comprenda perfettamente ciò che intendo. E forse lo comprendono bene tutti gli isolani. Ho conosciuto moltissime persone che sono partite per studiare o lavorare e che, pur avendo costruito altrove la propria carriera, hanno sempre conservato il desiderio di tornare. È qualcosa che appartiene profondamente alla nostra identità. Anche per me è così. Nei miei progetti futuri c’è il ritorno in Sicilia. A un certo punto, però, mi sono trovata davanti a una scelta molto semplice: rinunciare al sogno oppure inseguirlo fino in fondo. Ho scelto la seconda strada. Naturalmente non stiamo parlando di un trasferimento dall’altra parte del mondo. Vivo a meno di un’ora di aereo da casa. Eppure la nostalgia si fa sentire. Mi manca tutto: perfino un panino con le panelle. Mi mancano l’atmosfera, i luoghi, le persone e quella quotidianità che soltanto chi è nato in Sicilia può comprendere fino in fondo. D’altra parte ho trovato qualcosa che mi dà una forza enorme: il lavoro che amo. All’inizio avevo molta paura. Provenivo da un contratto a tempo indeterminato, da uno stipendio fisso e da una situazione professionale stabile e prevedibile. A un certo punto ho lasciato tutto questo per entrare in un settore in cui ogni anno, e talvolta ogni pochi mesi, bisogna rimettersi in discussione e interrogarsi sul futuro. Pensavo di non essere fatta per convivere con l’incertezza. Invece ho scoperto il contrario. Quella precarietà, che immaginavo insostenibile, mi ha trasmesso una grande energia. Mi spinge a cercare nuove opportunità, a studiare, a migliorarmi e a non smettere mai di crescere. Per questo non mi sono mai adagiata. Non mi sono fermata alla radio, né alla televisione. Durante il periodo della pandemia ho deciso di studiare e diventare giornalista. Continuo a cercare nuove esperienze, prima di tutto per arricchirmi come persona e come professionista. Sto cercando di realizzare un sogno che coltivo fin dall’infanzia e sento il dovere di valorizzare al massimo questa fase della mia vita. Una certezza, però, ce l’ho già: quando arriverà il momento della pensione tornerò in Sicilia. Anzi, tornerò a Marsala. Su questo non ho alcun dubbio. Oggi concentro tutte le mie energie sul presente, ma il mio futuro più lontano lo immagino lì”.
Noi siciliani abbiamo una definizione molto particolare per tutto ciò che si trova oltre lo Stretto: diciamo ‘là fuori’. Quel ‘là fuori’ ha mantenuto le promesse della sua ambizione? È stato come se lo era raccontato?
“Sono una persona molto ambiziosa, ma ho sempre cercato di vivere l’ambizione nel modo giusto. Per me è uno stimolo, non un’ossessione. Chi svolge questo mestiere coltiva inevitabilmente grandi sogni. È naturale immaginare traguardi importanti. Penso a Sanremo, per esempio. Credo che chiunque lavori nella radio, nella televisione o nella musica guardi a quell’obiettivo con interesse. Non è però questo il parametro con cui misuro la mia soddisfazione professionale. Se ripenso a tutto ciò che mi è accaduto da quando ho lasciato la Sicilia, non posso certo dirmi delusa. Al contrario, sto facendo esattamente ciò che desideravo fare. Forse non ho ancora piena consapevolezza di ciò che sto vivendo, perché sono molto concentrata sul lavoro quotidiano. La verità è che sono arrivata a Roma con un obiettivo semplice: trasformare un sogno in una professione. Oggi quel progetto è diventato realtà. Naturalmente continuo a pensare che avrei potuto fare di più. È una caratteristica che mi accompagna da sempre. Al termine di ogni diretta radiofonica individuo qualcosa che avrei potuto migliorare. Non sono mai completamente soddisfatta. Considero però questa insoddisfazione una risorsa. È il motore che mi spinge a fare un passo avanti, a studiare ancora e a mettermi costantemente alla prova. Se tornassi indietro rifarei ogni scelta. Magari qualcuno impiega cinque mesi per arrivare in televisione e io ne ho impiegati sei anni. Non importa. Ognuno ha il proprio percorso e i propri tempi. Oggi sono felice del cammino che ho compiuto”.
Ci sono principi che si è imposta e che non è disposta a sacrificare per non tradire se stessa?
“Sì, e il più importante è uno soltanto: voglio poter tornare a casa senza sentirmi svuotata, nemmeno dal punto di vista psicologico. Cerco di fare soltanto ciò che sento davvero mio e che non mi costringe a diventare una persona diversa da quella che sono. Voglio restare fedele ai valori che ho costruito nel tempo, alle esperienze che mi hanno formata e a ciò che considero giusto. Per me il vero successo non consiste soltanto nel lavorare. Significa poter guardare il proprio riflesso allo specchio a fine giornata ed essere soddisfatta delle proprie scelte. Senza sensi di colpa, senza rimpianti e senza la sensazione di aver tradito se stessi. Per questo faccio molta fatica ad accettare progetti che non sento in sintonia con il mio modo di essere. In radio, dove esiste una libertà maggiore rispetto alla televisione, mi è capitato di ricevere proposte nelle quali non mi riconoscevo. Ricordo, per esempio, una richiesta legata all’8 marzo. Personalmente non ho mai vissuto quella ricorrenza come una festa. Nella mia sensibilità rappresenta innanzitutto il ricordo di una tragedia che ha coinvolto molte donne. Mi venne proposto un progetto dal taglio fortemente celebrativo, molto distante dal mio modo di interpretare quella giornata. Decisi di rifiutare. Sono tornata a casa senza aver firmato il contratto e senza aver guadagnato nulla da quella proposta. Eppure ero serena e pienamente convinta della scelta compiuta. È questo che cerco di fare sempre: seguire le mie convinzioni e assumermi la responsabilità delle mie decisioni. Perché, alla fine, l’aspetto più importante è poter essere in pace con se stessi quando la giornata si conclude”.
Da questo punto di vista immagino che suo padre abbia rappresentato un modello importante. Era un appartenente alla Guardia di Finanza e ci ha lasciati qualche anno fa. Se oggi potesse vederla su Rai 1 alla conduzione di Linea Med, che cosa le direbbe?
“Probabilmente nulla. Mi guarderebbe e basta, come ha fatto per gran parte della mia vita. Papà se n’è andato quattro anni fa ed era una persona di poche parole. Tra noi, però, esisteva una comprensione immediata. Anche quando seguiva i miei piccoli successi nelle televisioni regionali siciliane o ascoltava le mie dirette radiofoniche, non era il tipo da lasciarsi andare a grandi complimenti. Si limitava a fare quel suo sorriso particolare, uno di quei sorrisi che forse comprendevo soltanto io. Oppure mi rivolgeva uno sguardo orgoglioso, pieno di compiacimento e di luce, capace di esprimere tutto senza bisogno di parole. Era così anche quando andavo a scuola. Non mi diceva quasi mai apertamente: ‘Brava’. Anzi, spesso concludeva osservando che, secondo lui, avrei potuto fare ancora meglio. Forse è anche da lì che nasce questa mia tendenza a non sentirmi mai completamente soddisfatta e a cercare sempre un passo ulteriore. Se guardo al percorso che ho costruito, dalla scuola al lavoro, credo di avergli regalato qualche soddisfazione. Non perché sia stata perfetta, tutt’altro. Ci sono moltissimi aspetti in cui sono disordinata o poco portata. Tuttavia penso di aver vissuto seguendo una linea coerente, seria e rispettosa dei valori con cui sono cresciuta. E credo che oggi sarebbe orgoglioso anche di ciò che sto facendo. Non me lo direbbe apertamente, questo no. Mi regalerebbe semplicemente quella sua espressione, quel sorriso appena accennato che, per me, valeva molto più di qualsiasi complimento”.
Con Angela Tuccia, sua compagna di viaggio su Rai 1, come vi siete trovate sul piano umano? Oltre al lavoro, condividete anche alcune esperienze personali importanti.
“Molto bene. L’aspetto curioso è che ci siamo conosciute direttamente sul set. Prima non avevamo mai lavorato insieme e nemmeno ci frequentavamo, nonostante facessimo parte dello stesso ambiente professionale. Parlando nei pochi momenti liberi che avevamo a disposizione, abbiamo scoperto una quantità sorprendente di affinità. Siamo coetanee, entrambe abbiamo vissuto la perdita del padre e condividiamo un legame molto forte con gli animali, in particolare con i cani. Ciò che mi ha colpito maggiormente, però, è stata la sua disponibilità. In questo settore si parla spesso di competizione, soprattutto tra donne. Io, invece, ho incontrato una persona estremamente aperta, generosa e disponibile alla condivisione. Va ricordato che Linea Med era già una realtà consolidata quando sono arrivata. Esisteva una squadra composta da autori, regista, produttori e operatori: una sorta di piccola famiglia che si era formata nel tempo e nella quale sono entrata con grande discrezione. Da tutti ho ricevuto un’accoglienza calorosa, ma da Angela in modo particolare. Un’altra persona avrebbe forse potuto vivere il mio arrivo con maggiore diffidenza. Lei, invece, mi ha fatta sentire immediatamente parte del gruppo. Naturalmente il programma resta principalmente nelle sue mani, ed è giusto che sia così. Io, dovendo conciliare anche il lavoro in radio, ho tempi molto più rigidi. Dal lunedì al venerdì devo essere a Roma per la diretta e posso dedicare alle riprese soltanto periodi specifici. Lei dispone di una maggiore flessibilità e può fermarsi più a lungo nei luoghi in cui registriamo. Abbiamo trovato un equilibrio spontaneo e naturale. Credo che ci sia anche una sensibilità comune. Forse dipende dal fatto che entrambe veniamo dal Sud, forse dalle esperienze personali che abbiamo vissuto. So soltanto che più ci conoscevamo e più mi sorprendeva il numero di aspetti che avevamo in comune. Sono convinta che nella vita esistano energie capaci di avvicinare persone affini. Angela, sotto molti aspetti, mi somiglia molto. Finora non abbiamo nemmeno avuto vere divergenze. Anzi, mi auguro che prima o poi arrivino anche quelle, perché il confronto è sempre utile e stimolante. Fino a oggi, però, è andato tutto molto bene. Ricordo anche la presentazione dei palinsesti Rai. Eravamo circondate da programmi storici, da trasmissioni consolidate e di grande prestigio. Noi ci sentivamo quasi delle matricole, piccole formiche che entravano in un universo enorme. Ci siamo sostenute a vicenda. Ci incoraggiavamo e affrontavamo insieme quelle situazioni nuove: è stato molto bello. In generale mi considero fortunata. Naturalmente la fortuna conta fino a un certo punto: bisogna anche saper costruire rapporti umani e avere il giusto approccio verso gli altri. Con Angela questo scambio positivo è nato fin dal primo momento. Le cene dopo le riprese, le chiacchierate, i racconti personali, i piccoli consigli reciproci: tutto si è sviluppato in maniera spontanea. C’è poi un altro aspetto che mi ha colpito molto di Linea Med: il senso di famiglia. Sono siciliana e amo la convivialità. Mi piace stare a tavola con le persone, condividere momenti e costruire relazioni autentiche. In questo gruppo ho ritrovato proprio quello spirito. Ho incontrato persone perbene, appassionate del proprio lavoro e capaci di svolgerlo con grande professionalità”.
Lei arriva da molti anni di radio. Che rapporto ha oggi con la sua immagine? Per lungo tempo la radio è stata il regno esclusivo della voce…
“Sarebbe bello se fosse ancora così. In realtà la radio di oggi è molto diversa da quella con cui sono cresciuta. Passavo ore nella mia cameretta con la radio accesa senza sapere quale volto avessero gli speaker. Conoscevo soltanto le loro voci. Spesso erano voci meravigliose, calde, immediatamente riconoscibili, mentre tutto il resto rimaneva un mistero. Oggi, con i social network e con il fatto che molte radio sono diventate anche prodotti televisivi, l’immagine è inevitabilmente entrata in gioco. Non sono una persona ossessionata dall’aspetto fisico, però tengo molto alla cura. Mi piace che ciò che mostro sia ordinato e coerente. Posso farmi vedere senza trucco, non è questo il punto. Difficilmente, però, pubblico qualcosa in maniera casuale. Instagram, per come lo vivo io, è una vetrina, non la mia casa. La mia sfera privata rimane tale. Non sento il bisogno di mostrare ogni dettaglio della mia quotidianità. Quando scelgo di condividere qualcosa, voglio che rappresenti un contenuto che piace innanzitutto a me. Non so mai che cosa possa piacere agli altri. Posso però decidere che cosa rappresenta me e come desidero presentarmi. Che si tratti della televisione, della radio o dei social, cerco sempre armonia, equilibrio e cura”.
Si sente in armonia anche con il suo corpo?
“Mi dispiace quasi dirlo ma mi considero molto fortunata. Ricordo un episodio divertente. Anni fa, durante un’esperienza radiofonica, ospitavamo spesso nutrizionisti, personal trainer e professionisti del benessere. Un giorno uno di loro mi chiese se frequentassi la palestra. Risposi di no. Mi domandò allora se seguissi un’alimentazione particolarmente rigorosa e la risposta fu ancora negativa. A quel punto mi disse, scherzando, che ero geneticamente miracolata. È una frase che mi è rimasta impressa. Detto questo, parlo sempre con cautela di questi temi, perché so bene che molte donne affrontano percorsi complessi per sentirsi bene nel proprio corpo. Nel mio caso, sinceramente, non seguo regole particolari. Le giornate sono così intense che spesso mangio ciò che capita: un panino, un tramezzino, una pizza. Eppure mi sento bene nel mio corpo. Mi piace. Se proprio dovessi indicare qualcosa che cambierei, aggiungerei qualche centimetro… ma in altezza, non altrove”.
Mi colpisce il fatto che lei parli del proprio corpo con grande naturalezza.
“Perché credo che oggi esistano modelli spesso sbagliati o, comunque, eccessivamente costruiti. Se analizzassi ogni dettaglio del mio aspetto, potrei trovare molti elementi da criticare. Prendiamo il naso. Non è il naso che comunemente viene considerato perfetto. Eppure è il naso di mio nonno e guai a chi me lo tocca. Ricordo persino un chirurgo che frequentava il circolo sportivo dove giocavo a tennis. Ogni volta che mi vedeva faceva il gesto di indicarsi il naso, come per suggerirmi un intervento. La mia risposta era sempre la stessa: nemmeno per sogno. Quel naso è mio e racconta una parte della mia storia. Per questo spero che tutte le donne riescano a trovare un equilibrio con se stesse anche attraverso quelle che vengono definite imperfezioni. Personalmente non credo nell’imperfezione. Ciò che per qualcuno può apparire un difetto, per un altro può rappresentare un tratto distintivo, unico e persino bellissimo. Credo che negli ultimi anni si sia esagerato con certi modelli estetici. Molte persone finiscono per inseguire standard presentati come perfezione, ma che in realtà producono soltanto omologazione. Il rischio è diventare tutti uguali. E quando diventiamo tutti uguali perdiamo proprio ciò che ci rende unici. Inoltre, dietro questa rincorsa continua alla perfezione, il pericolo di smarrire il proprio equilibrio personale è sempre presente”.
Nietzsche scriveva che bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante. Se la stella danzante è la professionista che vediamo oggi, qual è il caos che vive dentro Giulia?
“Giulia è un caos vivente, e lo è davvero. Sono una persona molto disordinata in molti aspetti della vita quotidiana. Sono maldestra, faccio cadere tutto, ho armadi apparentemente perfetti che, appena vengono aperti, sembrano esplodere, con vestiti che spuntano da ogni parte. Credo che questa contraddizione mi rappresenti bene. All’esterno posso apparire ordinata, meticolosa, precisa, una di quelle persone che sembrano avere tutto sotto controllo. In realtà, dentro di me c’è un movimento continuo. Ho quelli che definisco ‘mal di pancia’ costanti. Non sono necessariamente negativi: nascono dal desiderio di fare bene, di arrivare preparata, di non farmi trovare impreparata davanti a ciò che può accadere, nel bene e nel male. Dentro di me c’è una sorta di guerra permanente. Accade sul lavoro, ma anche nella vita personale. Dormo poco, penso molto. Durante la notte elaboro continuamente ciò che vivo. Non tanto per fare bilanci sulla giornata appena trascorsa, perché ormai è conclusa, quanto perché sto già cercando di capire come affrontare quella successiva. C’è poi una caratteristica che mi accompagna da sempre: se nella mia giornata vedo uno spazio vuoto, sento il bisogno di riempirlo. Devo fare, costruire, immaginare. A volte questo caos non mi fa bene. Mi toglie il sonno, mi provoca ansia, mi crea agitazione. Allo stesso tempo, però, è la forza che mi spinge avanti. Grazie a quel tormento continuo riesco a reagire, a inseguire i miei sogni, a lavorare con ostinazione e a creare occasioni che poi diventano nuove opportunità, nuovi progetti, nuove esperienze. In fondo, nel mio caos sto bene. Molto bene”.
Ha mai usato il lavoro per sublimare o nascondere i suoi dolori personali?
“Sì, moltissimo. Mi ci sono immersa completamente. E oggi posso dirle che, in parte, è stato un errore. All’inizio pensavo che lavorare fosse il modo migliore per affrontare il dolore. Con il tempo ho capito che il lavoro può distrarre, coprire una ferita, soffocarla momentaneamente, ma non risolverla. Si può nascondere un dolore sotto mille impegni, togliergli l’aria, impedirgli di emergere durante il giorno, ma prima o poi torna. Magari alle tre del mattino, quando tutto il resto tace. È una lezione che ho imparato con gli anni. Alcuni dolori non vanno evitati: vanno attraversati. A un certo punto ho capito che bisogna quasi sedersi accanto a quelle sofferenze e affrontarle. Guardarle negli occhi. Aspettare che facciano il loro corso. Oggi riesco perfino a scherzarci sopra, dicendo che ci parlo, ma è una consapevolezza arrivata dopo molto tempo. In passato stavo male e cercavo di coprire tutto lavorando. Anche perché non ho mai avuto hobby particolari. Non sono una persona che passa le giornate in palestra o coltiva attività specifiche. Ho gli amici, certo, e a Roma ho costruito una seconda famiglia. Però la mia famiglia vera è in Sicilia e questo significa che, nei momenti di solitudine, il lavoro è diventato naturalmente il centro di tutto. Non considero quella scelta completamente sbagliata, perché lavorare mi fa stare bene ed è una parte importante della mia vita. Oggi, però, so che bisogna lasciare spazio anche ad altro. Bisogna concedersi il tempo per riflettere, soffrire, piangere, ridere e, semplicemente, vivere”.
Le sue aspirazioni professionali hanno mai messo in discussione la sua vita privata?
“No, mai. E il motivo è molto semplice. Ho sempre vissuto il lavoro nel rispetto delle persone che avevo accanto. Questo non significa rinunciare ai propri sogni, ma essere trasparenti. Quando una persona ti conosce davvero, sa quanto certe passioni siano parte integrante della tua identità. Nel mio caso, ostacolarle avrebbe significato spegnere una parte fondamentale di me. Chi mi è stato vicino ha sempre capito che vivo il lavoro con entusiasmo, amore e partecipazione totale. È la mia linfa vitale. Credo che la trasparenza sia stata fondamentale. Non ho mai nascosto nulla, né creato ambiguità. E quando si vive così, anche chi ti sta accanto finisce per comprendere il tuo mondo e, in qualche modo, affezionarsi a esso. E non parlo soltanto della radio o della televisione. Era così anche quando lavoravo in banca. Facevo continuamente straordinari, spesso senza alcun ritorno economico, semplicemente perché volevo terminare la giornata sapendo di aver concluso tutto ciò che dovevo fare. Poteva capitare che tornassi a casa due o tre ore più tardi del previsto. In teoria questo avrebbe potuto creare problemi in una relazione. Invece non mi è mai successo, perché ho avuto accanto persone capaci di comprendere questo aspetto del mio carattere e di non ostacolare le mie scelte. Naturalmente ho sempre preso decisioni tenendo conto anche di chi avevo vicino. Le faccio un esempio molto concreto. Quando ho deciso di trasferirmi a Roma non avevo un compagno, non avevo figli e non stavo lasciando una famiglia costruita alle mie spalle. Non ho inseguito questo sogno sacrificando qualcun altro. Ho fatto quel salto nel vuoto in un momento della mia vita in cui ero libera di scegliere senza spezzare legami già esistenti”.
A proposito di scelte di vita, per molte donne il tema della maternità è centrale. Nel suo caso è stato rimandato per dare priorità alla carriera oppure la vita l’ha semplicemente portata altrove?
“A dire la verità, non mi sono mai posta la questione in questi termini. Anche perché nella mia vita i bambini non sono mai mancati. Ho vissuto la crescita dei figli dei miei amici e, soprattutto, quella di mio nipote, per il quale provo un amore immenso. Oggi ha quindici anni e, quando sto con lui, divento quasi più bambina di lui. Perdo completamente la testa. Mi trasformo. Per questo non credo affatto di essere una persona priva di istinto materno. Semplicemente, la mia vita ha seguito un percorso diverso. Non ho mai trasformato questo tema in un’ossessione, perché penso che l’ossessione sia quasi sempre la parte sbagliata di qualsiasi desiderio. Capisco perfettamente le donne che sentono la maternità come una missione centrale della propria esistenza e non mi permetterei mai di giudicarle. Nel mio caso, però, è andata diversamente. Ho seguito il percorso che la vita mi ha messo davanti e oggi mi ritrovo senza figli. È una realtà che accolgo con serenità. Non posso fare paragoni, perché non ho vissuto entrambe le condizioni. Non posso sapere come sarebbe stata la mia vita se fossi diventata madre. Posso soltanto dire che va bene così. E soprattutto posso dire che nella mia vita non manca l’amore. C’è mio nipote, c’è la mia famiglia, c’è il ricordo e la presenza costante di mio padre, ci sono mia sorella, le mie zie, quella rete familiare tipicamente siciliana che non ti lascia mai davvero sola. Non passa giorno senza che ci sentiamo. E poi ci sono i miei cani, che per me rappresentano una forma d’amore straordinaria”.
Quanti cani ha oggi?
“Ho sempre avuto cani accanto, fin da quando avevo diciott’anni. Il primo fu uno Yorkshire. Poi è arrivato Achille, un pinscher che oggi ha diciassette anni ed è ancora con me. Successivamente ho avuto un altro pinscher che purtroppo, a otto anni, è stato colpito da una grave patologia neurologica. Dopo un intervento sembrava essersi ripreso, ma alla fine non ce l’ha fatta. L’ultima arrivata è una chihuahua bianca, entrata anche lei nella mia vita quasi per caso. Chi non vive con un cane forse non può capirlo fino in fondo, ma quando torno a casa la sera e incrocio il loro sguardo sento un amore incondizionato che ripaga qualsiasi fatica. E, paradossalmente, dovrebbero essere loro ad avercela con me, perché il mio lavoro mi porta spesso lontano. Invece continuano ad accogliermi con entusiasmo. La prima azione che desidero fare quando rientro è togliermi le scarpe, stendermi sul tappeto e giocare con loro. Per almeno mezz’ora non esiste nient’altro. È un momento che non voglio perdere per nessuna ragione al mondo. Roma è una città complicata, dispersiva, fatta di distanze. Appena ho dieci minuti liberi corro a casa per vedere come stanno, accarezzarli e stare un po’ con loro. La verità è che non sono loro ad avere bisogno di me: sono io ad avere bisogno di loro. Quando parto per lavoro li affido a un dog sitter di cui mi fido completamente. Eppure ogni volta, dopo averli lasciati, torno a casa piangendo in macchina. Soprattutto adesso che Achille ha diciassette anni. È anziano, più fragile, e ogni distacco pesa ancora di più. L’amore che mi danno, però, ripaga davvero qualsiasi sacrificio”.
Quando invece torna in Sicilia, che cosa cerca per prima?
“La risposta più sincera è: il cibo. Appena torno penso subito ai sapori che qui a Roma non riesco a ritrovare davvero. Qualcosa si trova, certo, ma non ha lo stesso gusto, la stessa identità, la stessa anima. Poi ci sono i profumi. Quando scendo dall’aereo e metto piede sulla scaletta percepisco immediatamente quell’aria che riconosco come casa. Il caldo, gli odori, l’atmosfera. Amo il profumo del gelsomino e quello degli agrumi. Talmente tanto che, nel piccolo giardino che ho a Roma, le prime piante che ho voluto mettere a dimora sono state proprio un limone e alcuni gelsomini. E poi c’è il mare. Il mare esercita su di me un effetto quasi fisico. È una presenza alla quale non riesco a rinunciare. Mia madre racconta sempre che il giorno in cui sono nata, il 21 luglio, ci fu una tempesta fortissima nonostante fosse piena estate. Scherzo spesso dicendo che probabilmente sono governata dalla luna e dalle maree. So soltanto che, quando ho bisogno di respirare davvero, ho bisogno del mare. Roma, da questo punto di vista, non mi aiuta molto. Allora mi rifugio in ciò che posso: una telefonata a casa, una voce siciliana, un accento familiare, un ricordo. Ma, quando torno in Sicilia, le prime cose che cerco sono sempre le stesse: i profumi, il mare e un panino con le panelle”.
Che rapporto ha oggi con sua madre?
“Mia madre e io siamo molto simili. A volte scherzo dicendo che, in fondo, sono mia madre. Non soltanto dal punto di vista caratteriale: quando guardo le sue fotografie da giovane vedo letteralmente il mio volto. Da bambina, però, il nostro rapporto era diverso da quello che abbiamo oggi. Non direi difficile, ma certamente più conflittuale rispetto a quello che avevo con mio padre. Con lui nutrivo una sorta di timore reverenziale. Lo rispettavo profondamente e difficilmente gli rispondevo. Con mia madre, invece, emergeva tutta la parte più vivace e ribelle che con lui tenevo sotto controllo. Discutevamo, certo, ma erano contrasti che duravano pochissimo. Ci siamo sempre volute molto bene. Se penso a ciò che forse le è mancato, credo sia stato quel rapporto da amica e confidente che probabilmente avrebbe desiderato instaurare con una figlia femmina. Ero molto diversa da mia sorella. Lei raccontava tutto: la scuola, gli amici, ogni dettaglio della giornata. Io, invece, ero molto riservata. Oggi parlo moltissimo, ma da bambina ero quasi silenziosa. Anche nelle piccole abitudini ero più vicina al mondo di mio padre. Andavo con lui dal barbiere a tagliarmi i capelli, indossavo raramente le gonne, giocavo con i maschi e trascorrevo le giornate in spiaggia senza particolare interesse per ciò che veniva considerato tipicamente femminile. Nonostante questo, tra noi esiste un legame fortissimo. Sono fuori casa da quando avevo diciannove anni e, in tutto questo tempo, non c’è mai stato un solo giorno senza sentirci. Ogni giorno ci telefoniamo, anche solo per pochi minuti, anche soltanto per chiederci come stiamo. È una consuetudine che non è mai venuta meno”.
C’è una frase, un insegnamento o un monito che porta con sé da parte dei suoi genitori?
“Più che una frase precisa, porto con me il loro esempio. Ricordo perfettamente i rimproveri che mi rivolgevano e oggi, paradossalmente, li considero una risorsa. All’epoca potevano infastidirmi, ma col tempo ho capito che mi stavano aiutando a crescere. L’aspetto che li caratterizzava era che non mi dicevano mai che cosa fare. Anzi, ripetevano spesso di non sentirsi nella posizione di dispensare verità assolute, perché erano stati figli anche loro. Preferivano raccontarmi come si sarebbero comportati al mio posto. Dicevano: ‘Io farei così’ oppure ‘Io mi comporterei in questo modo’. È una differenza enorme. Non mi hanno mai imposto una strada e credo che il mio percorso professionale lo dimostri. Quando decisi di lasciare la banca per dedicarmi alla radio avevo una paura enorme nel comunicarlo. Avevo riflettuto per un anno e mezzo su quella scelta e, nonostante fossi adulta, continuavo a provare una forte soggezione nei loro confronti. Eppure non mi dissero mai quale decisione prendere. Mi lasciarono libera di scegliere. Quello che mi hanno trasmesso non è stato un elenco di regole, ma un modo di stare al mondo. Ed è ciò che oggi cerco di fare anch’io quando qualcuno mi confida un problema: non indicare una soluzione, ma raccontare come mi comporterei nella stessa situazione”.
Immaginiamo che la sua camera da letto potesse raccontarmi chi è Giulia. Che cosa mi direbbe?
“Mi descriverebbe esattamente per quella che sono. La mia camera è una metafora perfetta del mio carattere. Se entra, vede tutto in ordine: è pulita, sistemata, profumata. Il letto è rifatto e ogni oggetto sembra al proprio posto. Poi, però, apre l’armadio. E lì esplode il caos. Vestiti ovunque, cassetti pieni, oggetti sistemati secondo una logica che probabilmente conosco soltanto io. In fondo è ciò che accade anche dentro di me. All’apparenza sembro una persona molto ordinata, organizzata e razionale. Dentro, invece, convivono mille pensieri, mille preoccupazioni e una costante agitazione. Negli anni ho imparato ad avere bisogno dell’ordine visivo. Quando torno a casa e trovo tutto sistemato, tiro un sospiro di sollievo. Mi sento al sicuro. Se invece trovo disordine, anche quando sono stata io a lasciarlo, provo un senso di disagio. Per questo ho costruito una sorta di ordine esteriore che mi aiuta a compensare il caos interiore. Ma resta comunque un ordine apparente. Dietro le ante dell’armadio, così come dentro di me, il caos continua a esistere”.
Qual è l’ultimo gesto di tenerezza che ha dedicato a se stessa?
“Questa è una domanda difficilissima. Davvero, mi ha messa in difficoltà. Perché mi sono resa conto che dedico molto tempo agli altri e molto poco a me stessa. Mi preoccupo dei miei cani, della mia famiglia, delle amiche. Se qualcuno mi scrive un messaggio che percepisco come insolito, richiamo immediatamente perché temo che ci sia qualcosa che non va. Sono quella che dispensa consigli a tutti e che poi fatica ad applicarli a se stessa. Per questo mi riesce difficile individuare una vera coccola che mi sia concessa. Per me una coccola non è qualcosa di materiale. Non è un regalo, un acquisto o un massaggio. È qualcosa che riguarda la dimensione interiore. Forse le piccole abitudini quotidiane che mi fanno stare bene si avvicinano a questo concetto. Camminare a piedi nudi, per esempio. Quando torno a casa amo stare scalza, camminare sull’erba del giardino e sentire il contatto con la terra. Sono momenti che mi restituiscono energia. Ma, se devo essere sincera, probabilmente è un aspetto che devo ancora imparare a coltivare. Non perché non mi voglia bene, ma perché tendo naturalmente a dedicare più tempo agli altri che a me stessa”.
Da quello che mi racconta, sembra che lei viva in modo molto essenziale.
“Quando mi ha posto questa domanda, infatti, non ho pensato neppure per un istante a qualcosa di materiale. Non ho mai creduto che una borsa, un telefono o un oggetto possano rappresentare una vera forma di attenzione verso se stessi. Ho una visione della vita molto semplice. Mia madre scherza spesso dicendo che finirò povera e pazza, perché spenderei tutto ciò che possiedo per fare esperienze. Io sogno una vita essenziale. Forse perché vivo in una città enorme e caotica come Roma, ma sento sempre più forte il richiamo delle mie origini. Più passa il tempo e più desidero tornare a una dimensione semplice. Quando dico che un giorno tornerò a Marsala non sto scherzando. Mi immagino una vita fatta di mare, di spiaggia e di ritmi lenti. Una vita a piedi nudi. Mi basterebbero poche ore di lavoro al giorno per vivere dignitosamente. Non sento il bisogno di molto altro”.
E dal punto di vista professionale? Quali traguardi sogna ancora di raggiungere?
“Sogno semplicemente di continuare a fare ciò che sto facendo. Vorrei restare nel mondo della radio, che continua a essere il mio rifugio e il mio luogo dell’anima, ma anche proseguire il percorso televisivo che ho iniziato da poco e che sto vivendo con grande entusiasmo. Se arriveranno nuove opportunità sarò felice di accoglierle. E non necessariamente soltanto davanti a una telecamera. Mi piace molto scrivere. Sono autrice del mio programma radiofonico e realizzo personalmente contenuti, interviste e testi. È una parte del lavoro alla quale tengo moltissimo. Potrei avere una redazione che prepara il materiale per me, ma non la desidero. Per me un’intervista deve nascere da un coinvolgimento diretto. Ho bisogno di prepararla personalmente, di studiare la persona che avrò davanti e di costruire un percorso che senta mio. Anche perché spesso preparo decine di domande che poi non utilizzo. Mi basta ascoltare una risposta interessante perché nasca immediatamente una nuova curiosità. L’intervista, per come la vivo, è un dialogo. Se percepisco che una persona si sente a proprio agio su un determinato argomento, preferisco seguirla in quella direzione piuttosto che interrompere il flusso per tornare a una scaletta prestabilita. La curiosità è una componente fondamentale del mio carattere. Mi interessa comprendere le ragioni profonde delle persone, andare oltre la superficie e seguire il naturale sviluppo della conversazione”.
In fondo, è il bello del qui e ora.
“Esattamente. E credo che questo principio valga anche nella vita. Passiamo troppo tempo a preoccuparci del futuro o a lasciarci schiacciare dal passato. Il presente, invece, è l’unica dimensione che possediamo davvero. Se riuscissimo a vivere più intensamente il qui e ora, probabilmente saremmo tutti un po’ più sereni e anche più felici”.
Tornando alle sue scelte professionali, oggi rifarebbe quel salto nel vuoto?
“Senza alcun dubbio. All’inizio la paura era enorme. Lasciare la banca significava rinunciare a una sicurezza economica e a una stabilità che oggi molti considerano irrinunciabile. Ma, se tornassi indietro, rifarei tutto. È vero, dal punto di vista economico la situazione è diversa. Non esiste la stessa certezza di uno stipendio fisso. Esiste però una libertà che non ha prezzo. La libertà di organizzare il proprio tempo, di scegliere i propri progetti e di svolgere un lavoro che si ama davvero. Per anni ho lavorato in un contesto nel quale il peso delle responsabilità e delle pressioni era enorme. Oggi mi sveglio felice di andare a lavorare. Per me, il vero lusso è questo. Poter vivere del proprio lavoro, mantenersi dignitosamente e tornare a casa la sera dicendo: ‘Oggi ho fatto ciò che desideravo fare, non ciò che desideravano gli altri’”.
US: Tommaso Martinelli
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