La musica («una chitarra Ovation dodici corde è la mia preferita») e le parole delle canzoni di Graziano Cristello riflettono, oltre all’amore – per gioco, corrisposto o tradito – la sua storia di ragazzo in un piccolo paese della Calabria, passato, nell’arco di tre decenni, da tremila a ottocento anime. In un borgo normanno di oltre dieci secoli – le cui vicissitudini, tra eventi storici, tradizioni e gustosi aneddoti, sono rintracciabili nei libri di Francesco Saverio Martelli e Gregorio Maletta – da cui è partito, a quattordici anni, in cerca di lavoro: Torre di Ruggiero, sormontato dalla selvaggia montagna di Sant’Agnese, tra lo Ionio di Soverato e le foreste di Serra San Bruno. La prima volta l’ha lasciato per Saarbrücken, in Germania: anni di vita dura da operaio in una fabbrica tessile. Fino a stabilirsi, dopo aver vagato per altre sperimentate mete dell’emigrazione di quest’area della Calabria, a Rovereto, in Trentino-Alto Adige, lavorando come dattilografo elettrocontabile, per due decenni, alla “Manifattura Tabacchi”, monopolio prima austriaco e poi italiano, attivo per 150 anni.
Lo incontro in Piazza del Popolo, dov’è la chiesa matrice di Santa Domenica vergine e martire, del X secolo, di pregio storico e monumento nazionale.
Racconta: «Sono stati anni difficili. Spesso si ricorda chi ce l’ha fatta, anche se a costo di enormi sacrifici, mentre si dimentica quella parte dell’emigrazione condannata a lavori umili, ai margini della società, senza alcuna protezione e senza diritti. A sentire oggi certi politici che offendono la dignità di chi arriva in Italia su barconi fatiscenti, c’è da incazzarsi. Negli anni a Rovereto, con gli amici trentini, ho sempre avuto buoni rapporti. Però non ti integri facilmente, o solo fino a un certo punto, se il tuo cuore è rimasto nelle colline e nei monti della Calabria. E se il pensiero del ritorno non ti lascia mai. Ad affrontare le difficoltà mi ha aiutato la chitarra, una passione fin da giovanissimo. Ho avuto le prime lezioni musicali in uno stanzone disadorno, affollato di ragazzi, dove l’indimenticabile prof. Francesco Caparrotti ci radunava per le prove serali della banda del paese; lui tentava di appiopparmi il “trombone cantabile”, uno strumento più adatto al genere bandistico, ma io ormai avevo scelto la chitarra. Purtroppo, di quell’esperienza straordinaria non è rimasto nulla: l’abitazione è chiusa, il professore è morto e i ragazzi sono chissà in quali parti del mondo».
In quel periodo, Graziano Cristello inizia a cimentarsi, sulla scorta delle sue esperienze sentimentali, con i primi brani d’amore: “Dove sei”, “Se hai deciso vai” e “Non voglio la tua pietà”.
Le sue canzoni, a cominciare da “Lamezia Terme sì” – un 45 giri del 1982 registrato negli studi La Palmierama di Milano -, incentrata sull’importante nodo ferroviario della Tirrenica meridionale e crocevia di partenze e rientri, sembrano la metafora di un popolo in fuga, ignorato dallo Stato, e che, emigrando a sciami e col groppo in gola negli anni ’70 e ’80, ha rincorso, spesso invano, la speranza di imprimere una svolta alla propria vita, senza mai rinunciare alla possibilità del ritorno. Sono canzoni segnate da un acceso e, a tratti, cupo pessimismo, che si percepisce anche in molti brani presenti su YouTube, Spotify e Amazon Music – “Sta vita chi lesta passa”, “Valle a capire tu le donne” e “Sempre più viva nella mente” – e che sondano vite consumate nell’attesa di una felicità che non giunge, amori impossibili o naufragati, anche perché contrastati da vissuti profondamente diversi, se non incompatibili.

Sei d’accordo con questa sintesi della tua composizione musicale? «Solo in parte. Io canto storie di uomini e donne in carne e ossa, per cui partire è stata non una scelta, ma una dura necessità che abbiamo il dovere di non scordare, e il diritto di esigere che sia considerata parte costitutiva della memoria italiana. Una necessità che, purtroppo, non ha avuto la giusta conclusione, dato che dalla Calabria si continua a fuggire, come se fuggire fosse un destino immodificabile». Graziano Cristello, cantautore underground sconosciuto alle major discografiche, tuttavia, a un certo punto è riuscito a rientrare. E a cantare le sue canzoni non più soltanto alle Feste dell’Unità – come faceva nelle estati dei fugaci ritorni -, ma nei borghi di questa parte spirituale della Calabria, sempre più minacciata da una desertificazione diabolica che avanza su tre micidiali fronti: denatalità, emigrazione giovanile e progressivo invecchiamento della popolazione. E su cui, a richiamare l’attenzione – davvero poca cosa mentre l’intera civiltà delle aree interne calabresi va scomparendo – sono rimasti i neologismi coniati da antropologi, sociologi e, tra non molto, da psichiatri ed esorcisti. Tornato quindi nella sua Calabria, ma con la triste sorpresa di non trovare gli amici di un tempo e di trascorrere le giornate in uno spazio che perde continuamente anime; e quasi respirando la solitudine di Piazza del Popolo o delle rughe di un paese nella cui parte antica oggi tirano a campare appena una cinquantina di persone. Altro che “amnesia dei luoghi”, “coma neurovegetativo topografico” o “complesso d’inferiorità della civiltà contadina”, come sottolinea lo scrittore Francesco Bevilacqua in una nuova guida naturalistica della Calabria edita da Rubbettino. Qui, e in altri desolati entroterra, si è allo sgretolamento della coesione sociale e della memoria collettiva. Come se certi ambiti fossero stati condannati a sopravvivere degli scarti della “democrazia del benessere”. E cosa fai quando non suoni, in un contesto umano rarefatto e abbandonato come la campagna tutt’intorno? «Mi infilo, da solo o con qualche amico, nel sentiero irto ed erboso che porta alla bella montagna di Sant’Agnese e respiro a pieni polmoni la mia libertà. E lì trovo la pace che mi spinge a scrivere». Lo lascio, all’imbrunire di una calda giornata di giugno, al santuario della Madonna delle Grazie, in attesa di andare a suonare nell’accogliente trattoria “da Lina”. E, dopo il ricordo commosso del cantautore romano – figlio di calabresi – Lucio Caparrotti, con cui, già negli anni ’80, cantava “Amori strani” contro la discriminazione delle persone omosessuali, l’ultima nota che mi consegna ha la premura che il suo background e il suo malessere esistenziale non siano scambiati per rinuncia alla resistenza e alla battaglia.
Scandisce: «Non scrivere che hai incontrato un pessimista, vinto e rassegnato. Se proprio devi, scrivi che io, è vero, canto un Sud dolente e sconfitto, e del quale all’industria musicale globale non importa niente. Ma se gli vogliamo davvero bene, è dall’amara consapevolezza del Sud sopraffatto da una modernizzazione sperequata che bisognerà, prima o poi, superando chiacchiere e pregiudizi, iniziare a ragionare per un suo possibile riscatto». (redazione@corrierecal.it)
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Redazione Corriere
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