Le geometrie della guerra dell’informazione tra Stati Uniti e Iran sono destinate a scrivere un nuovo capitolo della propaganda bellica.
L’approccio mediatico da parte dell’Iran è stato estremamente sofisticato e ha saputo cogliere e modellare il sentiment di una parte rilevante dell’opinione pubblica mondiale; il modello asimmetrico e i continui richiami a universi narrativi ancorati nella memoria culturale dell’Occidente hanno portato la Repubblica Islamica a poter comunicare direttamente con gli altri, scavalcandole trincee fumose del confine bellico.
Di tutt’altro tenore è stata la sceneggiatura di Washington, fortemente incentrata sul Presidente Trump, come figura (quasi) solitaria del palcoscenico americano. Così, con un’architettura probabilmente troppo verticistica, non è venuto meno il senso delle vertigini.
Introduzione
Durante un conflitto armato i media veicolano la narrazione diretta all’home front, contro i nemici e verso gli altri soggetti internazionali, alleati o neutrali. La propaganda è impostata per diffondere una percezione favorevole del conflitto, creare coesione e unità interna e screditare l’immagine del nemico. I soggetti coinvolti tendono inoltre a proiettare i propri messaggi oltre la linea di contatto, nel tentativo di influenzare anche l’opinione pubblica avversaria.
Il 28 febbraio 2026, un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele ha scatenato la guerra contro la Repubblica Islamica dell’Iran.
Parallelamente alle operazioni militari, si è delineata una guerra dell’informazione che ha descritto e contribuito a ridefinire i confini simbolici e politici del conflitto. Attraverso l’uso dei social media e dell’intelligenza artificiale, le narrazioni statunitense e iraniana hanno progressivamente occupato l’ecosistema digitale; il ritmo (s)composto del timbro comunicativo ha modellato le percezioni dell’opinione pubblica globale.
Il fronte occidentale
Nei quaranta giorni di conflitto – dal 28 febbraio fino all’8 aprile 2026 -, il Presidente Trump è stato il protagonista della scena statunitense. Il registro inizialmente adottato richiama l’approccio shock and awe, funzionale a unacomunicazione di potenza. L’evoluzione inattesa del conflitto ha invece prodotto un progressivo irrigidimento retorico, orientato anche alla pressione negoziale. La svolta critica, infine, ha raggiunto un momento di massima tensione il 7 aprile con le dichiarazioni estreme da parte del Presidente; la gravità assoluta del messaggio ha segnato le ultime ore del conflitto, fino al cessate il fuoco dell’8 aprile.
Di fronte a una cornice mediatica internazionale, i messaggi diffusi dalla Casa Bianca hanno contribuito sensibilmente a modellare le sensibilità delle opinioni pubbliche rispetto al conflitto.
Il 28 febbraio, con una conferenza stampa presso la Casa Bianca, il Presidente annuncia al mondo l’avvio della campagna militare Epic Fury, per “obliterare le capacità nucleari iraniane” e, soprattutto, portare al rovesciamento del regime degli Ayatollah.
Nei primi giorni dell’operazione Epic Fury, il Presidente ha più volte evocato la superiorità aereo-navale statunitense, esaltando i successi della campagna di bombardamenti e il conseguimento repentino degli obiettivi, tra cui l’eliminazione dell’Ayatollah Khamenei e di diversi vertici militari e politici. L’iniziale egemonia militare dellacoalizione USA-Israele ha portato la Casa Bianca a invocare la resa incondizionata dell’Iran. L’offensiva mediatica mirava a un duplice scopo: da un lato, consolidare il consenso interno attraverso la dimostrazione di forza; dall’altro, indurre il popolo iraniano al rovesciamento di regime, tramite un forte indebolimento della leadership del regime.
La resistenza iraniana ha modificato il vocabolario e le sfumature retoriche. La chiusura dello Stretto di Hormuz, i danni subiti nelle basi militari americane, in Israele e il coinvolgimento degli stati del Golfo della regione mediorientale, hanno colto impreparati gli apparati di Washington e l’entourage della Casa Bianca.
Dopo i primi 10 giorni, è emersa una gestione meno definita della comunicazione bellica.
Già il 13 marzo, l’operazione rapida sarebbe “durata il necessario”, ritrattando le posizioni precedenti e allungando i tempi. Sempre lo stesso giorno, con un post sul social Truth, il Presidente minacciava di colpire le infrastruttureenergetiche della strategica isola di Kharg se lo Stretto di Hormuz non fosse stato riaperto immediatamente.
In questo vortice di dichiarazioni sempre più tese, anche il disallineamento diplomatico di storici alleati e attori internazionali chiave è stato oggetto di forti critiche e pressioni da parte della Casa Bianca. I Paesi occidentali e la Cina sono stati chiamati in causa, accusati di irresponsabilità, esortati a partecipare agli sforzi militari per garantire la libera circolazione nello Stretto.
I messaggi contraddittori hanno creato confusione, riflettendo l’assenza di una linea comunicativa coerente sul piano politico, diplomatico e narrativo. Il crescente isolamento internazionale di Donald Trump, la campagna militare efficace iraniana e il disallineamento emergente con l’opinione pubblica interna, hanno surriscaldato al massimo l’enfasi retorica. La pressione politico-psicologica imprevista, ha esasperato il cortocircuito comunicativo; la frattura definitiva si è registrata il 7 aprile, allorquando il Presidente, tramite un messaggio su Truth ha affermato: “A whole civilization will die tonight, never to be brought back again. I don’t want that to happen, but it probably will.“. Poi la tregua il giorno seguente.
L’assenza di sobrietà e tono istituzionale, il paventato utilizzo della forza distruttrice anche contro strutture civili, l’attacco costante agli alleati storici, hanno provocato un danno d’immagine profondo per gli Stati Uniti. Lo storytelling moralmente polarizzante che ha sempre indicato gli altri come i soggetti antagonisti dell’umanità, si èindebolito, creando un vulnus profondo all’attività di proiezione globale statunitense.
L’Iran: l’asimmetria come geometria propagandistica
La capacità comunicativa iraniana si è caratterizzata per asimmetria, pluralismo e prossimità culturale.
La rete delle emittenti online affiliate e i contenuti multimediali distribuiti tramite profili social hanno rimodellato gli equilibri di forza nell’ecosistema mediatico. L’ironia come risposta e controcanto alle provocazioni del Presidente Trump e l’abile capacità di veicolare la propria narrazione adottando framework culturali occidentali hanno amplificato la proiezione propagandistica iraniana verso pubblici esterni.
Questa abilità è stata utilizzata da Teheran per affermare al mondo l’unità del paese. Infatti, dimostrare la solidità del Paese ha costituito uno dei filoni narrativi della strategia comunicativa del regime.
Ad esempio, le manifestazioni di piazza del 13 marzo hanno visto la partecipazione anche di alte cariche del regime sotto gli attacchi aerei israelo-statunitensi, favorendo la diffusione di un’immagine di resistenza della Repubblica Islamica: i rappresentanti politici insieme al popolo sotto i bombardamenti nemici. Questa partecipazione, tra gli altri,è stata testimoniata anche da troupe della CNN autorizzate ad operare nel paese.
La rete iraniana ha abilmente sfruttato le piattaforme digitali come veicolo della propria propaganda verso le opinioni pubbliche occidentali e, soprattutto, verso i cittadini statunitensi. Lo storytelling ha combinato toni derisori in chiave satirica, continui riferimenti e mash-up della cultura pop occidentale (video IA, contenuti legati all’universo LEGO, riferimenti e legami storici), messaggi politici in chiave diplomatica e militare.
I profili filo-iraniani (ambasciate del Regime, bot, militanti…) hanno occupato gli ambienti digitali e acquisito spaziodi manovra. Le loro attività hanno generato reazioni ed engagement elevati, contribuendo a promuovere la propaganda iraniana, moltiplicandone gli effetti sulle audience internazionali. Infatti, le analisi dimostrano che i profili filo-iraniani hanno raggiunto 900 milioni di utenti nei primi 50 giorni di guerra.
La formazione a sciame, contrapposta alla struttura verticale della Casa Bianca, ha impostato una capacità di rispostaflessibile e puntuale. Ciò ha portato ad un vantaggio operativo: la non essenzialità del centro operativo. Per la guerraasimmetrica servono linee guida preimpostate; dopodiché, anche in assenza di un coordinamento centrale costante, si può operare in autonomia.
Non potendo scegliere il campo da gioco, il Regime ha studiato le regole del sistema, rivoltando l’ambiente avversario contro l’avversario stesso.
In questo senso, gli iraniani sono stati abili ad esercitare un soft power narrativo diffuso per contrastare efficacemente lo storytelling occidentale. Questi elementi sono mancati ai soggetti americano e israeliano. Al contrario, anche Tel Aviv non è esente da un costante declino negli indici di gradimento delle opinioni pubbliche occidentali, in un momento storico in cui i rapporti di forza geopolitici stanno mutando sensibilmente.
Previsioni future e conclusioni
I quaranta giorni della guerra in Iran hanno dimostrato l’importanza dell’applicazione di una strategia comunicativa duttile, ma coerente con i framework politici delle controparti.
Questa esperienza ha sottolineato come l’impiego di social media e strumenti di intelligenza artificiale siano necessari per costruire un’architettura narrativa flessibile, in grado di occupare il campo avversario, preservando un elevato livello di coerenza interna. La Repubblica Islamica dell’Iran, attraverso forme mediatiche asimmetriche e non
convenzionali, ha saputo sfruttare le caratteristiche di spreadability delle piattaforme digitali, impostando una tattica comunicativa transmediale (interviste, clip, video IA) e multipolare, diretta verso le opinioni pubbliche occidentali.
D’altra parte, la figura di Donald Trump, si è imposta tramite una dinamica centripeta che ne ha aggravato il pesomediatico. La mancanza di toni istituzionali, sostituiti da uno stile diretto e avulso da filtri diplomatici, hanno portato al riconoscimento implicito della centralità della narrazione trumpiana anche da parte dei nemici. Ciò ha acuito la percezione che la responsabilità politica del conflitto fosse quasi esclusivamente attribuibile all’indirizzo della Casa Bianca – oltre che di Tel Aviv -, adducendo (quasi) esclusivamente al Presidente Trump la scelta storica della guerra in Medio Oriente.
In conclusione, possiamo indicare due paradossi, uno sostanziale e uno di capacità operativa. In merito al primo cortocircuito, si osserva come gli Stati Uniti, attraverso una voce quasi solitaria, hanno trasmesso un’immagine di divisione interna. L’Iran, pur nella pluralità di emittenti coinvolte, si è impegnato nel proiettare coerenza politica, prima ancora che comunicativa.
In secondo luogo, gli USA non hanno saputo sfruttare concretamente le potenzialità propagandistiche delle piattaforme social, nonostante ne siano il paese d’origine. Al contrario il Regime iraniano ha trasformato un ambiente tecnicamenteostile in una rampa di lancio per la propria narrazione, svelando una strategia digitale sofisticata.
Il carattere sfumato e multipolare della sfera digitale offre una capacità narrativa alternativa in grado di plasmare i pubblici, eliminando le barriere geografiche, culturali e politiche. Il fronte digitale è un settore strategico nello scenario bellico. Un qualsiasi errore, una mancata strategia, o l’assenza di un piano alternativo in risposta all’imprevedibilità della guerra, può essere utilizzato abilmente dalla controparte per indebolire il fronte nemico.
Nel disordine informativo chi ha un obiettivo chiaro definisce i flussi comunicativi, orientando le percezioni pubbliche; ciò può portare ad un vantaggio politico utile in tempo di negoziato, in grado parzialmente di modificare la percezione dei rapporti di forza.
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Federico Ialungo
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