“La libertà di voler essere chi voglio io”


Ci sono attori che arrivano al pubblico attraverso i personaggi. E poi ce ne sono altri che, anche quando interpretano qualcuno di completamente diverso da sé, lasciano intravedere una crepa, una fragilità, una domanda irrisolta che appartiene profondamente alla loro persona. Come nel caso di Alessandro Orrei. Il grande pubblico lo ha conosciuto soprattutto attraverso Mimmo di Mare fuori, il ragazzo sospeso tra sopravvivenza, paura e bisogno d’amore che, stagione dopo stagione, è diventato uno dei personaggi più complessi e dolorosamente umani della serie. Ma parlare di Alessandro Orrei soltanto attraverso Mare fuori sarebbe riduttivo. Perché la sensazione, incontrandolo per questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, è che il personaggio sia stato solo un passaggio, forse persino un pretesto, dentro un percorso molto più profondo. Cresciuto lontano dalle scorciatoie e arrivato alla recitazione quasi per necessità interiore prima ancora che professionale, Alessandro Orrei ha costruito il suo percorso con una fame silenziosa. Non quella della celebrità, ma quella della ricerca. Prima dietro le quinte, poi davanti alla macchina da presa, passando per piccoli ruoli, rifiuti, attese e studio costante.  E forse è proprio questo che colpisce di lui: il fatto che sembri vivere l’arte non come un mestiere da esibire, ma come uno strumento per interrogarsi sul mondo e su sé stesso. Durante questa conversazione, infatti, si ha spesso l’impressione che Alessandro Orrei non risponda mai davvero “di pancia”. Ogni risposta sembra attraversata da un pensiero precedente, da una riflessione sedimentata nel tempo. È come se dentro di lui convivessero continuamente due persone: l’attore e l’osservatore. Quello che vive e quello che, contemporaneamente, analizza ciò che sta vivendo. E allora il discorso smette quasi subito di essere soltanto un’intervista sul cinema, sul teatro o sulla popolarità. Diventa qualcosa di più intimo. Più umano. Si parla di identità. Del peso delle etichette. Della paura di diventare la versione di sé che gli altri vogliono vedere. Del bisogno quasi fisico di restare fedeli a ciò che si è, anche quando questo significa perdere occasioni, rallentare, entrare in conflitto con un sistema che preferisce le persone facili da catalogare. Ma soprattutto si parla di una generazione che sente troppo e che, proprio per questo, spesso viene accusata di essere fragile. Alessandro Orrei, invece, quella fragilità non prova a nasconderla. La attraversa. La usa. La trasforma in linguaggio artistico, anche attraverso la nuova realtà creativa di Sigarro Pictures, di cui è uno dei fondatori. E forse è proprio qui che nasce la parte più interessante della sua ricerca: nella convinzione che l’arte non debba necessariamente salvare il mondo, ma possa almeno rendere gli esseri umani più sensibili, più capaci di riconoscersi gli uni negli altri. C’è qualcosa di profondamente contemporaneo nel suo modo di guardare il lavoro artistico. E allo stesso tempo qualcosa di antico. Quasi teatrale nel senso più puro del termine: il bisogno di creare connessioni emotive autentiche, di generare empatia, di lasciare nello spettatore una domanda invece di una risposta comoda. In un’epoca in cui molti costruiscono personaggi, Alessandro Orrei sembra invece impegnato nel tentativo opposto: togliere maschere. Ed è probabilmente per questo che, parlando con lui, si ha continuamente la sensazione che il tema centrale non sia mai davvero il successo. Il tema centrale è diventare se stessi. Anche quando fa paura. Anche quando costa. Anche quando nessuno sembra pronto a vedere chi sei diventato davvero.


Ha iniziato molto presto, già nel 2018 lavorava. A che punto sente di essere arrivato nel suo percorso? Se dovesse immaginare il suo percorso come la scala di un palazzo, a quale piano direbbe di essere arrivato?

“Più che pensare a un piano preciso, sento di aver cambiato direttamente palazzo. Ho la sensazione di trovarmi in una fase completamente nuova del mio percorso, quasi fosse un nuovo inizio. Tutto ciò che ho fatto fino a oggi appartiene a un periodo della mia vita in cui la visione artistica che avevo era diversa da quella attuale. E, in realtà, non mi piace neppure definirla semplicemente ‘diversa’, perché la percepisco come un’evoluzione. Sento che ogni esperienza mi abbia condotto fino a qui. Oggi, artisticamente, vivo una fase nuova del mio lavoro e questo mi entusiasma, perché apre prospettive inedite, nuovi modi di osservare ciò che faccio e nuove chiavi di interpretazione. Allo stesso tempo, però, riconosco che, senza tutto il percorso affrontato fino a oggi, e senza averlo vissuto nel modo in cui l’ho vissuto, non sarei mai arrivato a questo punto. Per questo faccio fatica a definire con precisione la fase in cui mi trovo, anche perché credo che, soprattutto nel nostro mestiere, queste fasi non si concludano mai davvero. Ho lavorato anche con attori molto importanti. Mi è capitato di condividere il set con Elena Sofia Ricci che, oltre a essere una persona straordinaria sul piano umano, artisticamente conserva ancora lo stupore di una bambina, nel senso più bello del termine. Ha una meraviglia autentica. Si percepisce chiaramente che continua ad apprendere, nonostante possieda un’esperienza e una conoscenza enormi. Ed è proprio lì che si capisce come non si smetta mai di imparare. Anche dalle esperienze vissute e dal lavoro svolto fino a oggi ho imparato a mettermi continuamente in discussione e ad apprendere. Per questo la definizione che sento più vicina è proprio ‘nuovo inizio’”.

Ha parlato di un “cambio di palazzo”. Da dove nasce questa esigenza? Che cosa l’ha spinta verso questo cambiamento?

“È stato un processo molto naturale. Il lavoro dell’attore è inevitabilmente influenzato dalla vita e dalle esperienze personali, perché poi, sulla scena, si è chiamati a raccontare proprio quella materia umana. Le esperienze vissute fino a oggi hanno modificato il mio modo di guardare la realtà e questa trasformazione si è riflessa automaticamente anche sul mio lavoro: oggi osservo il mio mestiere con uno sguardo decisamente più adulto. Contemporaneamente, però, continuo a conservare una forte tensione verso lo stupore, l’immaginazione e la ricerca di territori sconosciuti. In qualche modo, quindi, resto bambino, ma con una consapevolezza adulta. Credo che questo passaggio sia legato anche all’età. Oggi, soprattutto in Italia, avere quasi trent’anni viene ancora percepito da molti come sinonimo di giovinezza. Personalmente, però, mi sentivo adulto già a vent’anni. Adesso che mi avvicino ai trenta, sento di esserlo davvero e, di conseguenza, nasce anche l’esigenza di una maggiore concretezza nel modo di osservare la realtà. Per questo considero il cambiamento un’evoluzione naturale”.

In questo cambiamento ha inciso il fatto di aver conosciuto molto presto quello che, per molti, rappresenta il successo? Perché, diciamolo chiaramente, nel suo caso è arrivato quasi subito. Nel giro di pochissimo tempo si è ritrovato catapultato in quella dimensione che comunemente viene definita “successo”: visibilità, popolarità, riconoscibilità. Tutto questo le ha dato un’ulteriore spinta oppure è stato anche un peso difficile da sostenere?

“Dipende da che cosa si intende per ‘peso’. Personalmente non l’ho mai vissuto come qualcosa di difficile da gestire. Credo dipenda anche da una questione di mentalità. Ho sempre avuto consapevolezza del fatto di aver iniziato a lavorare con progetti molto forti e importanti. Sicuramente c’è stata anche una componente di fortuna, oltre a tutto il lavoro che c’è dietro e che quasi nessuno vede: la resilienza necessaria, il percorso, la capacità di andare avanti nonostante tutto. Ho sempre saputo che quei progetti mi avessero dato una grande visibilità e una spinta molto forte, arrivata in tempi rapidi e poco graduali. Nonostante questo, però, non mi ha mai davvero destabilizzato. Anche perché ho sempre saputo che questo mestiere funziona così: allo stesso modo in cui può darti qualcosa, può anche togliertela. Per questo non mi sono mai legato alla fama, al successo o alla notorietà. E la parola ‘successo’, personalmente, la metto sempre tra virgolette, perché il vero successo, per me, significa riuscire a fare questo mestiere per quarant’anni ad altissimo livello. È quella la vera carriera. La notorietà, l’essere popolari, il venire riconosciuti sono aspetti ai quali non mi sono mai legato troppo. Anche perché sono una persona che ama creare. Da quando, anche all’interno di Sigarro Pictures, ho iniziato a ricoprire il ruolo di sceneggiatore, oltre a quello di attore teatrale, mi sono reso conto ancora di più di quanto ami stare nella mia solitudine, nei miei universi creativi. E questa è la ragione per cui ho sempre considerato la risonanza esterna l’ho una conseguenza del lavoro, quasi un riflesso: non è mai stato quello il fine. Al centro resta il lavoro: creare, lavorare, cercare di fare bene ciò che faccio. Se poi quel lavoro funziona, allora arriva anche il riconoscimento”.

Ha usato una parola precisa: resilienza. Non sacrificio. In che cosa consiste, per lei, questa resilienza?

“Oggi la parola ‘sacrificio’ è molto abusata. Viene utilizzata continuamente e, personalmente, non è un termine che amo particolarmente, anche perché spesso chi lo usa viene subito giudicato con frasi del tipo che non sappia cosa siano i veri sacrifici. Secondo me qualsiasi mestiere, soprattutto quelli artistici o sportivi, richiede una dedizione totale. Significa scegliere di dedicarsi pienamente a ciò che si desidera fare, rinunciando inevitabilmente ad altro: tempo personale, esperienze, aspetti della vita quotidiana. E tutto questo con la consapevolezza che i risultati arriveranno soltanto quando sarà il momento giusto. Ed è proprio lì che entra in gioco la resilienza. La resilienza è sapere che la strada scelta è quella giusta per sé. È sentire che ciò che si sta facendo restituisce qualcosa di profondo. Nel frattempo, però, si ricevono continuamente porte in faccia, tantissimi no. E sappiamo bene come funzioni questo mestiere. Prima di ottenere il ruolo di Mimmo in Mare fuori avevo già fatto alcune piccole esperienze, piccoli ruoli. Per esempio, avevo lavorato in Avvocato Malinconico con Massimiliano Gallo. Però, prima di arrivare a un ruolo importante, ho ricevuto moltissimi rifiuti. Mi è capitato di arrivare a callback molto importanti per grandi progetti e poi essere scartato, vedendo scegliere qualcun altro al mio posto. È stato un percorso che ha richiesto il suo tempo. Per alcuni può essere rapidissimo, per altri molto lungo. Nel mio caso credo sia stato intermedio: né troppo veloce né troppo lento. E forse anche per questo sono riuscito a mantenere un maggiore equilibrio. Quando comprendi che tutti quei no, in qualche modo, ti stanno facendo crescere e che prima o poi porteranno a un sì, perché stanno preparando il momento giusto, allora quella, per me, è resilienza. È la capacità di continuare a credere nella realizzazione di ciò che desideri”.

Però spesso tra ciò che desideriamo e ciò che poi otteniamo esiste uno scarto, una distanza. Oggi sente di essere diventato l’attore, o comunque l’artista, che desiderava essere?

“Credo di starlo diventando adesso. Ed è strettamente collegato a questa idea del nuovo inizio. Oggi, avendo una visione più ampia, riesco a capire che tutto quello che ho fatto nel mio lavoro, anche quando magari non coincideva esattamente con ciò che avrei voluto fare, è stato comunque necessario per arrivare alla consapevolezza che ho oggi. Mi è servito. E adesso mi sento molto più vicino all’artista che vorrei davvero essere. Naturalmente, da qui a dire di essere esattamente ciò che desidero diventare ce ne passa. Però sento di aver intrapreso quella direzione”.

È un po’ il celebre discorso di Matthew McConaughey, quando diceva che il suo eroe fosse se stesso tra dieci anni?

“Esatto. A venticinque anni dicevo che avrei voluto diventare il mio eroe a trentacinque. Adesso bisogna arrivarci e capire davvero che cosa accadrà. D’altronde il bello del percorso umano è proprio questo: essere sempre in divenire. È inutile irrigidirsi in un’idea precisa di se stessi quando, in realtà, non si sa davvero chi si diventerà. Anche perché il nostro non è un lavoro che segue percorsi prestabiliti, come può accadere in una carriera aziendale. Essendo un mestiere artistico, non esistono regole precise. A volte ci si ritrova in situazioni delle quali non si capisce immediatamente se rappresentino davvero ciò che si desidera oppure no. Poi, però, il coraggio di sperimentare, e anche quello di sbagliare, permette di costruirsi un gusto personale. Consente di capire quali esperienze artistiche restituiscano davvero qualcosa e quali, invece, risultino più distanti dalla propria sensibilità. E così si inizia anche a distinguere ciò che si ama davvero come artisti da ciò che, invece, si percepisce meno vicino a sé”.

Foto: Gianvincenzo Piro

Le persone che ha avuto accanto, sia nella vita privata sia nel lavoro, hanno compreso questa sua esigenza di cambio di palazzo?

“Per quanto riguarda le persone, credo di aver dovuto accompagnarle nella comprensione di questo cambiamento. Senza, però, avere mai la presunzione di pretendere che gli altri capissero tutto immediatamente, soprattutto quando ero il primo a non aver ancora compreso fino in fondo ciò che mi stesse accadendo. Con questa consapevolezza mi sono sempre detto che fosse naturale che gli altri non cogliessero subito il cambiamento, perché ero io, per primo, ancora impegnato a capire me stesso. Poi, nel momento in cui alcune dinamiche hanno iniziato a diventare più chiare dentro di me, trasformandosi in qualcosa di concreto, le ho mostrate anche agli altri. E chi mi è stato vicino, nella vita privata come nel lavoro, alla fine ha compreso tutto proprio perché ha visto questa trasformazione prendere forma in maniera concreta”.

Chi doveva valutarla e comprenderla artisticamente ha colto questo cambiamento?

“Sinceramente? Non lo so. Secondo me qui entra in gioco un problema molto legato anche al nostro retaggio culturale. Il cambiamento non viene mai accolto davvero fino in fondo. O, almeno, non sempre. Nel nostro mestiere esiste una forte tendenza a etichettare le persone, a rinchiuderle dentro categorie precise, perché in fondo è più semplice così. Siamo in tanti a fare questo lavoro e quindi diventa quasi schematico dire: ‘Lui è questo’, ‘lui è quell’altro’. Il problema è che spesso manca elasticità mentale. E, soprattutto, spaventa cambiare idea su qualcuno, anche quando quel qualcuno è realmente cambiato. Ed è proprio lì che nasce l’attrito che percepisco molto forte”.

Tradotto brutalmente: agli occhi degli altri, lei è rimasto “il ragazzo di Mare fuori”?

“Per molti sì. E l’aspetto paradossale è che spesso sono loro stessi a riconoscere il cambiamento. Agenti, casting director, registi: vedono che sei diverso. Perché, quando un cambiamento è autentico, si percepisce. Si accorgono che hai incarnato qualcosa di nuovo, che sei cambiato davvero come persona e come artista. Però questa nuova versione entra in conflitto con l’immagine che si erano costruiti di te. E questo li destabilizza. È frustrante? Molto. Anche perché è un meccanismo che finisce per danneggiare il nostro lavoro”.

Come fa un addetto ai lavori, che dovrebbe avere uno sguardo allenato, a non accorgersene?

“Non lo chieda a me. Nella vita ho sempre cercato di non etichettare le persone. E anche quando mi è capitato di farlo, ho comunque cercato di lasciare aperta la possibilità che quella persona potesse essere anche altro. Perché la vita mi ha sempre dimostrato che nessuno è semplicemente bianco o nero. Esistono infinite sfumature. Credo, però, che nel nostro ambiente l’etichetta funzioni quasi come un istinto di sopravvivenza. È più semplice dire: ‘Lui è quello’. In questo modo continuano a guardarti sempre attraverso la stessa lente. Naturalmente questo diventa deleterio, perché si finisce per rinchiudere dentro una gabbia anche un potenziale enorme. Per loro, evidentemente, il sistema funziona così”.

E forse questo spiega anche perché da due anni non la si vede in quelli che potremmo definire prodotti mainstream.

“Avevo già messo in conto tutto questo. Sapevo che sarei andato incontro a una certa resistenza, perché immaginavo che il mio nuovo modo di essere sarebbe inevitabilmente entrato in contrasto con quell’immagine costruita in precedenza. Poi non esiste davvero qualcosa di giusto o sbagliato. Un prodotto che funziona trova il suo pubblico e il mercato, in qualche modo, si autoregola. Però ero consapevole che la mia nuova personalità, il mio nuovo modo di vivere l’arte, avrebbero generato molto attrito con quel sistema”.

Alla luce di tutto questo, come ha ricalibrato il significato della parola “ambizione”?

“Credo di aver esteso il significato della parola ‘ambizione’ a tutta la mia vita. Prima, per me, era un concetto legato quasi esclusivamente al lavoro, alla carriera, al percorso professionale. Oggi, invece, riguarda tutto ciò che vivo, a trecentosessanta gradi. Soprattutto, ho iniziato a percepire l’ambizione come qualcosa di profondamente personale. In passato, nella mia mente, ambizione e competizione erano molto vicine. Oggi, invece, sento che la competizione, soprattutto nel mio lavoro, sia uno degli aspetti meno sani. Nel nostro ambiente esiste molta competitività, ma non la percepisco più nei confronti degli altri. Col tempo ho iniziato a riconoscere sempre di più l’unicità delle persone e, di conseguenza, anche l’unicità del mio lavoro. Quando riconosci davvero l’unicità, il paragone perde significato. Non senti più il bisogno di confrontarti continuamente con qualcun altro”.

Anche perché la parola “ambizione”, in fondo, non significa necessariamente “o io o lei”. Non implica per forza una logica del tipo vita mea, mors tua.

“Purtroppo, però, credo che nella società venga interpretata proprio così. Come se l’ambizione potesse appartenere soltanto a una persona alla volta: o ce l’ho io oppure ce l’ha qualcun altro”.

E invece possiamo averla tutti. Personalmente preferisco molto di più il significato interiore che ciascuno attribuisce all’ambizione, piuttosto che quello competitivo.

“È proprio un altro modo di percepire e vivere l’ambizione. Poi, crescendo, ci si rende conto che certe frasi, che magari sembrano fatte, in realtà sono vere. Quando si dice che la vera battaglia è contro se stessi e non contro gli altri, è davvero così. Perché si può anche prevalere su qualcuno e ottenere temporaneamente qualcosa che, magari, sembrava destinato a uno soltanto. Ma vincere contro se stessi significa consolidare una nuova forza. Ed è lì che ho concentrato tutta la mia ambizione: su me stesso. Non in senso egoistico o autoreferenziale, ma nel significato più autentico della crescita personale. Dalla mia prospettiva, è persino un atto d’amore verso se stessi: sapere di poter essere di più, di poter stare meglio, di poter evolvere. Per questo mi sono allontanato da quella competizione tossica”.

Come si è protetto dallo sguardo di chi la voleva diverso da ciò che era realmente? Psicologicamente, come ha resistito? Perché sarebbe stato facilissimo arrivare a un certo punto e dire che, se gli altri la volevano in un determinato modo, avrebbe dato loro esattamente quella versione di sé.

“In realtà non ho resistito. Ho ceduto, ho fatto esattamente ciò che ha appena descritto. Per un periodo sono diventato ciò che gli altri volevano. O ciò che mi veniva chiesto di essere. Percepivo una forte resistenza e quindi mi sono adattato a quell’immagine. Solo che, una volta diventato quella versione di me, mi sono reso conto di tutto ciò che, dentro, non funzionava. E allora sono tornato indietro. Mi sono detto che non potevo accettarlo e che dovevo diventare la persona che desideravo essere davvero. E sono anche convinto che continuare a restare fedele a ciò che voglio essere, sia umanamente sia artisticamente, alla lunga prevarrà rispetto all’essere semplicemente ciò che il mercato vorrebbe”.

Nel frattempo, dentro questo cambiamento, la scrittura ha assunto un ruolo sempre più importante nella sua vita. Non ha sostituito la recitazione, perché non è così. Però si è aggiunta, diventando una nuova forma di espressione. Che cosa le permette di fare la scrittura che, magari, la recitazione da sola non le consentiva?

“Si è aggiunta e mi ha dato nuove sfumature, nuove possibilità. Anche perché, concretamente, interpreto anche quello che scrivo. Quindi continuo comunque a fare il lavoro per cui sento di essere nato: l’attore. Però la scrittura mi permette qualcosa che mi mancava moltissimo: essere immerso al cento per cento, senza distrazioni, in ciò che desidero raccontare. Ed è esattamente la stessa sensazione che provo quando sono in scena. Quando reciti sei totalmente dentro ciò che devi raccontare e nel modo in cui devi raccontarlo. Quando scrivo sceneggiature teatrali o testi accade la stessa identica cosa. Il processo creativo, alla base, è identico. Per me è come se stessi già vivendo una scena. Ed è qualcosa che non soltanto mi assorbe completamente, ma che desidero profondamente. Altrimenti non farei questo lavoro”.

Che tipo di storie scrive? Da dove nasce l’ispirazione? Sono racconti che prendono forma dentro di lei oppure derivano da ciò che osserva all’esterno e poi interiorizza?

“Entrambe le cose. E questa è un’altra consapevolezza maturata col tempo: su di me non funzionano i metodi troppo schematici. Naturalmente bisogna conoscere il mestiere e sapere come si costruisce un lavoro, ed è fondamentale. Però avere un metodo rigido per iniziare a creare o trovare idee, almeno nel mio caso, non funziona. Dentro di me convivono molti mondi interiori, che alimento continuamente e che, allo stesso tempo, alimentano me. E poi, all’esterno, cerco sempre di cogliere tutto ciò che percepisco come potenziale materia artistica. Quindi sì, è come se esistesse un enorme contenitore. O forse il contenitore sono io stesso. E tutto ciò che entra può poi trasformarsi in lavoro artistico”.

Ci sono storie che la colpiscono più di altre? Che caratteristiche deve avere un racconto per catturare davvero la sua attenzione?

“Questo vale anche per i film che amo guardare. L’ultimo film che mi ha davvero travolto, trasportandomi in un altro universo, è stato Hamnet. Credo abbia avuto quell’effetto sul novantanove per cento delle persone che lo hanno visto: è un capolavoro straordinario. Ho sentito anche il bisogno di parlarne a lungo con un collega, perché mi sono reso conto di una cosa: le storie semplici, non necessariamente complesse o iper-strutturate, ma capaci di catturarti attraverso i dettagli, sono quelle che mi colpiscono davvero. Quando un’opera riesce a farti osservare in modo diverso qualcosa che ormai davi per scontato, allora, secondo me, lì nasce l’arte. Oggi siamo continuamente bombardati da immagini, racconti, informazioni. Tutto sembra normale, prevedibile. Quando invece qualcosa riesce a spezzare quella sensazione di abitudine e ti costringe a guardare la vita da una prospettiva differente, allora accade qualcosa di autentico. E qui arriviamo anche al cinema italiano…”.

In che senso?

“Sì, perché secondo me il cinema italiano oggi ha un problema molto grande: si è diffusa troppo l’idea che il cinema debba necessariamente essere politico. E io non credo che l’arte debba esserlo per forza. Questo non significa che non possa affrontare temi politici o sociali, ma non dovrebbe esistere l’obbligo di colpire determinate categorie o di lanciare sempre un messaggio preciso. A volte basta semplicemente raccontare la vita da un’altra angolazione. Quando riesco a percepire la realtà attraverso uno sguardo diverso, per me è già sufficiente. È ciò che cerco come artista, ma ancora prima come essere umano. Perché arricchisce. Permette di fare esperienza attraverso gli occhi di qualcun altro, attraverso i personaggi, le storie, i racconti. Ed è questo che mi muove davvero”.

Poi c’è anche il problema del business. Il cinema è stato trattato sempre più come industria e sempre meno come arte.

“Credo che non ci sia nulla di sbagliato nel fare business con l’arte. L’arte ha bisogno anche di risorse economiche per sostenersi e continuare a evolvere. Il problema nasce quando si tenta di fare arte partendo esclusivamente dal business. Perché è lì che tutto crolla. Quando la priorità diventa il mercato, il finanziamento, il guadagno, allora si costruiscono prodotti pensati soltanto per monetizzare. E a quel punto resta ben poco di artistico”.

Non a caso molte commedie corali italiane sembrano costruite proprio così: non per raccontare qualcosa, ma per sommare nomi e incassi.

“Purtroppo, sì.  E la cosa peggiore è che, da spettatore, pago un biglietto e desidero che ciò che guardo mi lasci qualcosa. Quando non accade, mi sento derubato. Del tempo, del denaro e anche delle aspettative. Esiste poi tutta quell’autoreferenzialità che spesso viene spacciata per arte ed è una dimensione che detesto profondamente. Non la considero arte. Credo che nel nostro lavoro, qualunque ruolo si ricopra – attore, regista o autore – sia fondamentale eliminare l’ego. Se senti il bisogno di raccontare qualcosa che riesci a comprendere soltanto tu, allora, non stai facendo arte. È un gesto autoreferenziale, che si esaurisce in se stesso. Tanto che mi chiedo sempre che cosa rimane dopo. Per questo amo profondamente il teatro. Quando realizzi qualcosa che funziona, lo percepisci immediatamente dal pubblico. Nell’ultimo spettacolo che abbiamo portato in scena con Sigarro Pictures, vedere le persone in lacrime durante i saluti finali significava capire che il dolore vissuto mentre scrivevamo e costruivamo quel racconto era arrivato davvero. Ed è lì che nasce l’empatia. Per me quello è il fine più alto possibile: sapere che quelle persone, uscendo dal teatro, siano diventate più sensibili grazie a ciò che hanno vissuto”.

In fondo, è questo il senso dell’arte: generare emozioni.

“Sì. Anche se resto convinto che l’arte non debba ‘salvare’ nessuno. A volte accade, ed è bellissimo, ma non credo che il nostro compito sia salvare vite. Non siamo medici. La mia compagna studia medicina ed entra in sala operatoria: sono loro a salvare davvero le vite. Noi, se facciamo bene il nostro lavoro, possiamo rendere le persone più empatiche, più sensibili. E in un mondo come questo, anche quella, a suo modo, è una forma di cura. Ma allora dobbiamo essere davvero all’altezza di questo compito. Altrimenti, che senso avrebbe farlo? Quando scrivo (e poi interpreto ciò che scrivo) cerco sempre, al di là della specificità della storia o del personaggio, di trovare un significato che abbia qualcosa di universale. A volte questo messaggio è esplicito, altre volte no. Dipende dal racconto. Però credo che quella componente universale sia fondamentale. Un film come Hamnet, ad esempio, è estremamente intimo eppure contiene temi universali chiarissimi. Anche chi non ha vissuto quella vicenda specifica riesce comunque a comprenderla, a soffrire, a emozionarsi, a piangere. Ed è lì che accade qualcosa di autentico. Secondo me, bisognerebbe tornare un po’ alle fondamenta dell’arte. Chiedersi davvero che cosa significhi realizzare un film o uno spettacolo. Non voglio passare per quello che pensa di sapere tutto, perché non credo affatto di saperne più degli altri. Però mi pongo continuamente domande e cerco di analizzare ciò che mi colpisce e ciò che invece non riesce a raggiungermi, anche semplicemente da spettatore”.

Dice di non credere che il vostro lavoro salvi vite. Eppure, fin dai greci, si parla del teatro come di qualcosa di catartico, persino terapeutico. Che cosa è stata, allora, l’arte per lei?

“Per me è stata tutto. Davvero: tutto ciò che si può attribuire all’arte, nella mia vita lo è stato. È stata anche la possibilità di esprimermi in più direzioni. E attenzione: non nel senso di ‘far conoscere Alessandro’ come persona, ma nel senso di far emergere la propria interiorità, il proprio animo, attraverso tante versioni differenti. Non sento il bisogno di dichiarare: ‘Io sono così’. Piuttosto sento il bisogno di dire che rappresento anche altro, che provo anche determinate emozioni. E, senza voler far sembrare il discorso troppo spirituale, in realtà lo è quasi. Perché l’arte offre la possibilità di diventare un tutt’uno con ciò che si vive. Ti libera dall’idea rigida secondo cui si possa essere soltanto una determinata persona. Concede una libertà enorme che, secondo me, è alla base stessa dell’esperienza umana: la libertà di essere, di volta in volta, ciò che si sente più autentico in quel momento”.

Che tipo di caos interiore aveva Alessandro prima di avvicinarsi all’arte? E soprattutto, quell’arte è riuscita a colmare quel caos?

“Tutto ciò che nella mia vita non funzionava, o che aveva assunto una connotazione negativa, ha trovato un riscontro nell’arte. E lo dico senza voler sembrare speciale o ‘maledetto’, perché in realtà penso di aver avuto una vita normalissima. Ho avuto problemi come tutti, traumi come tutti, soprattutto durante l’infanzia. Parliamo moltissimo dell’io bambino, che poi è la parte da cui nasce la creatività. E il mio io bambino è ferito esattamente come quello di tantissime altre persone. Ho attraversato momenti difficili, come chiunque. La differenza è che, nel mio caso, la risposta a quella sofferenza è stata cercare di canalizzarla nell’arte, darle una forma creativa”.

Francesco Montanari ci disse una cosa simile: non servono necessariamente grandi tragedie per creare. A volte bastano anche i piccoli traumi quotidiani che viviamo tutti.

“Assolutamente. E infatti questo si collega anche alle domande che mi hanno rivolto per anni su Mimmo e su Mare fuori. Mi hanno chiesto moltissime volte che cosa avessi in comune con il personaggio. E rispondevo sempre una cosa molto semplice, ma secondo me profondamente vera: il senso di abbandono che vive Mimmo, alla radice, è lo stesso che vivo anch’io. Naturalmente cambiano il contesto, le esperienze, le motivazioni personali. Però il trauma, nella sua origine, è lo stesso. Siamo tutti esseri umani. Il vuoto che si crea dentro è identico. E io quel vuoto ho imparato a unirlo a quello dei miei personaggi. È quasi come se ci facessimo compagnia a vicenda. Quando racconti a qualcuno una tua esperienza dolorosa e quella persona ti risponde di aver provato qualcosa di simile, improvvisamente ti senti compreso. Ecco, il mio dialogo con i personaggi funziona così. I loro traumi sono diversi dai miei, ma alla radice parlano la stessa lingua. E quindi, in qualche modo, ci sosteniamo reciprocamente”.

Se le togliessero l’arte, cosa rimarrebbe di Alessandro?

“Rimarrebbe comunque una persona che riflette. Ne sono convinto. Credo che anche sul letto di morte continuerei a farmi domande e a tormentare chi mi sta intorno con i miei interrogativi. Perché questa inclinazione l’ho sempre avuta. Non è cambiata nel tempo. Amo indagare. Non mi è mai bastato fermarmi alla superficie o a una spiegazione immediata. E anche se mi togliessero l’arte, resterebbe comunque questa ricerca continua: il bisogno di osservare, comprendere, interrogarsi su sé stessi, sugli altri, su ciò che si vive e si prova. Resterebbe una persona che continua a cercare domande e, forse, qualche risposta”.

L’arte, nella sua vita, le ha fatto nascere più domande oppure le ha dato più risposte?

“È divertente come le due dimensioni siano perfettamente bilanciate. Per ogni risposta che riesco a trovare nasce immediatamente un’altra domanda. Anche perché, quando finalmente riesci a dare una risposta a qualcosa che ti tormentava, quella risposta non conclude il percorso: lo apre. Ti porta immediatamente oltre. Ogni nuova certezza, se sei fortunato, spalanca un’altra domanda”.

È sempre il bambino che continua a chiedere “perché?”, no?

“Sì. Tra l’altro esiste un monologo bellissimo su questo tema: il bambino continua a chiedere ‘perché?’ fino al momento in cui l’adulto cede, perché non sa più che cosa rispondere. Ecco, mi sento esattamente così: come un adulto che dentro conserva ancora un bambino capace di interrogarsi continuamente. La differenza è che ho imparato a non dare risposte soltanto per il bisogno di darle. Ed è un aspetto a cui tengo molto anche nei rapporti umani: non voglio essere superficiale con gli altri. Troppo spesso, soprattutto durante l’infanzia, si viene trattati con superficialità, come se le domande di un bambino avessero meno valore. In realtà ogni età porta con sé bisogni profondi e importanti nel momento in cui vengono vissuti. Molte volte gli adulti liquidano le domande dei più giovani come sciocchezze, senza comprendere che, per chi le pone, rappresentano invece qualcosa di fondamentale”.

Questo lo ha vissuto anche professionalmente. Quante volte, durante Mare fuori, si sarà sentito rivolgere domande banali o trattato con sufficienza soltanto perché più giovane?

“Tantissime volte. Esiste una banalizzazione continua di un lavoro che, invece, è estremamente complesso. Dietro ci sono studio, impegno, esperienza. E spesso l’aspetto peggiore è proprio quell’atteggiamento di sufficienza nei confronti di chi è più giovane, come se avesse automaticamente meno profondità o meno diritto di esprimere dubbi e riflessioni. Nella mia vita, ho conosciuto una sola persona adulta, molto più grande di me, capace di ascoltare davvero ciò che avevo da dire come se stessimo parlando da pari a pari. Come se anche io potessi avere qualcosa di importante da insegnare. Ed è una qualità rarissima”.

Perché le parole di tutti hanno importanza.

“Naturalmente, bisogna anche imparare a distinguere chi dice sciocchezze da chi, invece, ha davvero qualcosa da trasmettere. E soprattutto bisogna stare attenti a non lasciarsi inghiottire dalle sciocchezze degli altri. Io, per esempio, ho combattuto molto con il concetto di autorità. Quando percepisci qualcuno come un’autorità assoluta, tendi automaticamente a considerare giusto tutto ciò che dice o fa. Poi, però, cresci e inizi a fermarti, a chiederti se sia davvero così. Ed è lì che l’autorità cade. Per questo cerco sempre di dire alle persone di non avere idoli. Si può prendere ispirazione, certo. Anch’io mi ispiro a persone che fanno ciò che vorrei fare. Ma non bisogna mai dipendere completamente dalle parole di qualcuno, perché altrimenti si rischia di perdere la propria strada. Non sarai mai quella persona. Devi trovare il tuo modo di essere e di fare le cose”.

Che cosa sogna oggi, artisticamente, Alessandro? Che cosa sogna per Sigarro Pictures e per se stesso?

“Sogno di riuscire a creare un piccolo universo artistico. Un luogo creativo che non venga contaminato da dinamiche distorte o puramente commerciali. Forse la mia è una visione troppo utopistica, ma mi piace conservarla. Credo che l’arte debba restare libera da tutto il resto. Debba nascere come una necessità autentica di chi la crea. E quando qualcosa nasce davvero da una necessità profonda, allora troverà inevitabilmente una risposta nel mondo. Troverà il proprio pubblico, il proprio spazio, il proprio successo. Oggi il mio sogno è questo: continuare a lavorare nel mio settore, raccontare personaggi, scrivere storie, arrivare al grande pubblico attraverso il cinema e il teatro, ma farlo con opere capaci di restare indipendenti dalle dinamiche tossiche del mercato e da tutte quelle logiche che finiscono per limitare la creatività. È un sogno molto ampio, forse persino dispersivo. Però non voglio ridurlo a qualcosa di più piccolo o più semplice”.



Alessandro Orrei

Foto: Gianvincenzo Piro




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